Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Appunto di normalità forzata

Aspetta, non posso salvare adesso.
Dieci minuti e me lo vado a fare.

Lo porto finito, che ci vuole.

Dieci minuti! Se no, vai tu. Io sto col joystick.

Dai, è normale!
Se fai l’invisibile, è normale.

Normale: il telefono sta sul tavolo e non squilla mai tranne quando ti chiama lui, ti dice che quello sta là, fuscə, vattelo a fare!
Normale: un telefono solo e nessuno fuori c’ha il numero. Solo lui.
Lui, Ciccio “Assodicoppe”. Normale che se chiama lui dici “’gnorsì!”.
Normale: se dice muvetə, ti muovi.

Io però stavo a fare Barcellona–Bari alla PS5.
Quattro stagioni c’ho messo. Quattro stagioni senza trucchi. Manco uno.
Promozione, salvezza, terzo posto, preliminari.
Mo finale.

E questi mo dicono che devo uscire.

Gnorsì, normale pure questo.

Ai sedici anni di mio padre l, sedici anni fa, tre cose tenevi in testa se avevi l’età nostra.
I trimoni – quando te ne vieni con la mano – il motorino e l’Amiga 500.
Mo la Play, la pietrina di coca e lo scooter 250 truccato.
Il progresso é bello assai.

La coca sta là, sul tavolo vicino alle carte francesi.
Al poker servono i soldi veri, noi stiamo con le promesse e i debiti per quando finiamo di fare gli invisibili e usciamo.
Tanto usciamo e ci pagano.

Il ferro pure sta sul tavolo.
Sedici botte, una n’ganne, prontalluso.
Non te lo guardi sempre il ferro.
Sta là. Lo sai. Come il telecomando.
Insieme all’accendino.

Normale.

Io oggi non devo andare.
O forse sì.
Si mena a tocco.

“Colì oggi tocca a te.”
“No uagliò aspetta che sto salvando.”

Non è che non voglio andare.
Che ci vuole a farselo, uno!
Solo che se non salvo perdo tutto.
Quattro stagioni. Il mister l’ho costruito io.
Il modulo pure. Mezza rosa ho buttato per l’esterno forte.
Mo prendo ed esco così?

La zì passa ogni tre giorni. Porta la spesa.
La pasta, il sugo, le fettine sottili che si cuociono subito. E la coca. E le sigarette.
Dice sempre “non aprite a nessuno”.
Non apriamo a nessuno.
Tranne quando dobbiamo uscire noi.
Però oggi io da qua non mi posso staccare.

Il quartiere si chiama Libertà.
Fa ridere è vero ma non si ride.
Di Libertà sta solo guardare verso Corso Càvur e pensare che mo non stanno i soldi, ma un giorno ti compri tutto il negozio di Bananamoon e cammini diritto senza guardarti dietro.
Tu e la femmina tua che sei andato a prendere dal salone dove fa le mani e i capelli alle signore.
Con il ferro accavallato vai.
Che non si sa mai.

Senza casco.
Lo metto solo quando devo fare qualcuno il casco.
Così dicono. Così fanno.
Quando sta la guerra, col casco vai solo a fare la gente.
A casa tua non devi girare col casco: non ti riconoscono e ti tirano appresso.
Sai le risate, quando ti sparano e ti tolgono il casco e ti vedono e capiscono che hai sbagliato tu a girare col casco e mo muori mangiandoti l’aria?

Io oggi non lo metto.
Sto in casa.

Non è vigliaccheria.

Questo é amore per la Bari.

Tonino e Genzino: loro scendono.
Il 250 parte che sembra un’ape arrabbiata.
Io resto con la partita in pausa.
Minuto 87.
1-1.

Il telefono sul tavolo fa silenzio.
Che è peggio quando fa silenzio.

Io penso che magari quello là oggi non esce.
Magari si salva pure lui. Magari oggi non tocca a nessuno.

Intanto io segno. Cross dalla sinistra. Testa sul secondo palo.

2-1.

Esulto piano. Piano a gridare.
Che non si sa mai.

Quando loro tornano fanno finta di niente.
Io pure faccio finta di niente. Pure se la Bari mia ha vinto la Champions.
Chiedo solo:

“Com’è finita?”

Loro non rispondono.
Io tanto ho salvato.

Nicola Maria Abbatesciano, detto Colino “la scimmia”, è nato a Bari. All’età di sedici anni risulta inserito in un gruppo ristretto di giovanissimi killer – gli Invisibili – operanti per conto di uno dei clan più feroci, attivi in città durante una fase di conflitto interno.

In quel periodo vive, insieme ad altri due coetanei, in un container collocato nell’atrio di un edificio fatiscente del quartiere Libertà, uscendo esclusivamente su segnalazione telefonica per compiere esecuzioni su ordine dei vertici del clan. Alla madre e alla fidanzata riferisce di aver intrapreso tale percorso per dimostrare il proprio valore e tentare un’ascesa all’interno dell’organizzazione, non provenendo da famiglia storicamente inserita nel gotha criminale.

Venticinque anni dopo, a quarantuno anni, viene arrestato con l’accusa di essere tra i vertici di quel clan. In relazione al periodo in cui avrebbe operato come sicario minorenne, non risultano prove giudiziarie definitive.

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Una risposta

  1. […] nel ragazzo, ma non adamiticamente.Quello no, […]

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