All’inizio va sempre bene.
Sì, è la parte che riconosco subito, quella in cui mi sento quasi felice, coinvolta nel modo giusto. C’è una continuità gentile, un suono che non pretende attenzione. Mi piace perché non chiede definizione, accetta una bassa fedeltà a quello che la vita sembra suggerire. Ci sto dentro senza sforzo. Penso che possa bastare.
Succede sempre così.
All’inizio ascolto, rispondo, mi abituo. L’abitudine non mi spaventa, anzi: mi calma. Come tenere un volume medio, che non stanca. Accetto che i contorni siano morbidi, che manchi dettaglio. Penso che sia questo il punto: non alzare, non chiarire troppo, non correggere.
Poi arriva quel momento.
Non è importante: minuscolo, non sproporzionato.
Arriva l’offerta di accompagnarmi a fare la spesa.
Detta bene, con attenzione.
Detta come una cosa pratica, normale.
Detta come se fosse già decisa.
In quel preciso istante perdo il fruscio. Non è forte. Quel rumore leggero, come quando un nastro prende aria. Non so spiegare perché, ma non lo trovo più. Succede sempre allo stesso modo. Quella richiesta di entrare in un gesto che per me è tecnico, neutro, regolato. Quella promessa di un aiuto che sposta l’asse.
La fedeltà cala, ma non è il modo giusto.
Da lì in poi tutto cambia tono.
Non di colpo. Gradualmente. Come girare una manopola senza accorgersene. Sento che dovrò spiegare, rallentare, sincronizzare i passi, scegliere le cose insieme. Sento che dovrò compensare. Fare da amplificatore. Tenere il tempo.
Allora non scappo. Io eseguo.
Il protocollo è semplice e si ripete sempre uguale, anche a costo di graffiare il vinile: rallento, rispondo meno, mi sposto di lato. Rendo tutto ambientale. Mantengo una bassa fedeltà finché il suono si spegne da solo.
L’altra persona soffre.
Succede sempre.
Io resto sola.
Come sempre.
E ogni volta penso che all’inizio ero felice davvero. Poi penso che forse è giusto così. Perché se mi avesse conosciuta meglio, un giorno o l’altro sarebbe scappato comunque. Scappano tutti. Meglio prevenire la distorsione finale.
Concetta Quarta – Alias Concetta di Bussolengo
Dj e producer di elettronica lo-fi colta, Concetta Quarta vive tra Bussolengo, Gallipoli e Dusseldorf: città che usa come preset emotivi: provincia compressa, mare slabbrato, industria fredda. Lavora su rimontaggi a bassa fedeltà di successi italiani anni ’80, rallentati fino a diventare materia sonora opaca e quasi domestica. Tra i remix più riconoscibili figurano riletture di Pupo, Al Bano e Viola Valentino, svuotati di enfasi e ricostruiti con nastri consumati, bassi corti e silenzi lunghi.
Accanto alla musica ha pubblicato brevi testi che accompagnano le uscite discografiche: frammenti asciutti, apparentemente scollegati dai temi sentimentali, in cui il lo-fi è una postura mentale prima che sonora. Tra i titoli più citati:
- Istruzioni per piegare una mappa che non userai
- Appunti sulla luce dei supermercati
- Esercizi di attesa in ambienti climatizzati
- Catalogo delle cose che funzionano male ma durano
- Note marginali su sedie scomode
Conosciuta nei circuiti europei per la ricercatezza sonora e una bellezza avvenente e distratta, mai esibita, coltiva hobby incongrui: colleziona videocassette di televendite anni ’90, alleva piante carnivore e restaura mangianastri tedeschi trovati ai Flohmarkt.
La casa alterna minimalismo nordico e residui pugliesi: tappeti grezzi, divani bassi, luci calde, una cucina sovradimensionata. Dresscode coerente: abiti larghi che sembrano sai, colori neutri, sneakers consumate.
“Se sembri troppo definita,” dice, “poi pretendono l’alta fedeltà. Lavoro meglio col fruscio.”
