Prima cucinavo benissimo. Lo dico senza falsa modestia, perché la falsa modestia è come la panna, che non uso: copre tutto, pure il sapore della merda. La usa chi non sa cucinare.
Il mio piatto forte era un’orecchietta in bianco con datterino giallo e pancetta sfrigolata. Fine. Tre ingredienti, una padella, il grasso che canta, il giallo che si apre come una ferita buona. Era roba fisica. Sensoriale. Erotica nel senso corretto del termine: non mostrata, non raccontata, fatta. La mangiavi e basta. Nessuno doveva sapere niente.
La pornografia, quella buona, sta sempre là: show, don’t tell!
Poi invece è arrivato Masterchef. E con lui il concetto sottile di CUL, ma tutto sbagliato. La chiamo pornografia CULinaria e non food-porn, ma non sono un vetero-fascista contrario agli anglicismi. Ci sta un concetto, dietro. Che non è il cibo, è il racconto del cibo. E il piatto che smette di essere mangiato e comincia a essere spiegato. Il gusto diventa backstory. La masticazione una voice over. Spiegoni… che è tecnicamente tutta quella roba che mi rende inutile la lettura. Tipo le trame nel porno. Tutto si allunga, si impiatta, si giustifica. Anche una cazzo di orecchietta deve “dire qualcosa”. Invece, di un CUL si dovrebbe solo godere sensorialmente.
Io non volevo dire niente. Volevo solo mangiare.
E poi è arrivata Instagram. La home di Instagram. Il colpo di grazia.
Prima ti mostra un piatto impiattato da Dio – lucido, geometrico, masturbatorio. Subito dopo, senza soluzione di continuità, un bambino affamato, mutilato – dall’uomo, però, non da Dio. Occhi troppo grandi per il resto del corpo.
Scrolli.
Ancora cibo. Ancora carne che grida fuori dalla padella. Ancora fame. Uno snuff che pretende di essere gentile. Lo snuff della percezione: tutto vero, tutto reale, tutto equivalente.
Non c’è più il tempo del gusto, solo quello dello shock.
Non mangi più. Assisti.
E mentre assisti ti ci abitui.
E il cervello comincia a pensare che tagliare pezzi di copro dai bambini sia normale, quasi alimentare.
La cucina, da gesto intimo, diventata performance di cattivo gusto. Da piacere privato, contenuto condivisibile male. Da atto erotico, pornografia raccontata. La CUL comincia a chiederti di farti raccontare il culo del piatto, non di mangiarlo.
E se non lo guardi bene, se non lo racconti abbastanza, sei fuori.
Come se il cibo avesse bisogno di consenso visivo per esistere.
Io ho smesso di cucinare quando ho capito che non stavo più preparando un piatto, ma una scena. E che qualcuno, da qualche parte, stava già scorrendo oltre.
