Da: Santiago Ferretti, Capo Ufficio
Ufficio: Dipartimento per la Coerenza Narrativa e la Stabilità del Racconto Pubblico (Di.Co.Na.Sta.R.)
Data: 17 febbraio 2025
Oggetto: Circolazione interna – versione di lavoro non revisionata
DISCIPLINARE INTERNO N. 0/∞
Protocollo operativo sul Patto di Sospensione dell’Incredulità e sulla Gestione Narrativa degli Eventi Critici
Questo testo parte da una constatazione che ormai circola apertamente, anche se raramente viene ammessa: non esiste alcun Patto Istituzionale tra Governo e cittadinanza.
Nota a margine: nessuno si sveglia più pensando “oggi mi diranno la verità”.
Il patto realmente in vigore è narrativo. In letteratura e nel cinema è noto come Patto di sospensione dell’incredulità: una storia funziona non perché è vera, ma perché è coerente abbastanza da poterci stare dentro. Come scrive Jonathan R. Holloway, “le società moderne non credono ai fatti, ma accettano mondi” (Narrative Authority in Democratic Systems, Iron Flag Press).
Appare significativo come, sempre più spesso, le persone dicano di essersi “svegliate dentro una distopia”, come se il mondo avesse cambiato genere narrativo durante la notte. Questa sensazione di risveglio distopico non è una reazione patologica, né una scoperta improvvisa: è l’effetto di una storia che continua a funzionare anche quando appare assurda.
Nota a margine: se fosse davvero insopportabile, si sarebbe già fermata.
Il compito dei portavoce e degli addetti stampa è impedire che questo patto si spezzi. Anche davanti a scempi governativi evidenti, la storia non deve collassare. Deve proseguire. L’impressione di vivere in un romanzo distopico non è una confutazione del racconto, ma la sua conferma: il pubblico è ancora dentro.
Quando si verificano atti gravi, criminali o palesemente incompatibili con il racconto vigente, l’ordine operativo è chiaro: si mente. Non per ingannare, ma per evitare l’interruzione della fruizione narrativa. Dire la verità quando rompe il patto equivale a uscire dal personaggio davanti alla platea.
Nota a margine: a quel punto non ascoltano più niente.
Il potere non governa i fatti, ma ciò che dei fatti può essere ascoltato senza rigetto. L’elettore non delega la verità, ma la continuità del mondo in cui si è svegliato quella mattina. Come osserva Michael T. Granger, “la realtà non è mai stata il problema; lo è sempre stata la sua interpretazione” (When Reality Breaks the Story, Columbia Civic Books).
La propaganda, in questo senso, è manutenzione narrativa. Non cancella i fatti: li rende sopportabili. Susan L. Whitman lo chiarisce: “la bugia fallisce quando pretende di sostituire il mondo; la propaganda riesce perché lo rende sopportabile” (Plausibility Over Truth, Federal Studies Group).
Nota a margine: sopportabile è il massimo obiettivo realistico.
Il cittadino non è protagonista né autore, ma comparsa: personaggio a bassissima intensità narrativa. Non gli si chiede di capire, ma di restare in scena. Come scrive Robert K. Donnelly, “la comparsa non chiede coerenza morale, ma continuità visiva” (Managing the National Narrative, Atlantic Policy House).
Per questo video e testimonianze non sono verità, ma materiale grezzo non narrato. Quando contraddicono la versione ufficiale non dimostrano il falso: dimostrano l’aggressività della realtà verso il racconto. Holloway è esplicito:“la realtà senza regia è sempre sospetta” (Narrative Authority in Democratic Systems).
La narrazione governativa è fiction e deve diventare sur-reale: più coerente dell’evidenza, più stabile del caos. Il cittadino la accetta non per ingenuità, ma per stanchezza. Come nota Granger, “la storia vince quando il reale appare incoerente” (When Reality Breaks the Story).
Nota a margine: e il reale oggi appare incoerente quasi sempre.
Non si mente contro il popolo. Si mente per non costringerlo a svegliarsi del tutto. Perché, come conclude Whitman, “una società non collassa quando scopre una bugia, ma quando smette di credere alla storia” (Plausibility Over Truth).
Nota a margine: e svegliarsi davvero sarebbe peggio.
Bibliografia essenziale (USA, non verificabile)
Jonathan R. Holloway, Narrative Authority in Democratic Systems, Iron Flag Press, New York
Michael T. Granger, When Reality Breaks the Story, Columbia Civic Books
Susan L. Whitman, Plausibility Over Truth, Federal Studies Group, Washington
Robert K. Donnelly, Managing the National Narrative, Atlantic Policy House, Boston
Santiago Ferretti, nato a Buenos Aires nei primi anni Novanta, è figlio (unico) di una coppia di ex terroristi di estrema destra italiani rifugiatisi in Argentina alla fine degli anni Settanta. Durante l’adolescenza la famiglia si trasferisce negli Stati Uniti, dove Stantiago comincia una formazione che ne segna in modo definitivo l’immaginario culturale e politico.
Studia alla UCLA Film School: sceneggiatura, teoria del racconto e media studies, con un interesse specifico per le strutture narrative del potere, la propaganda e la costruzione del consenso. Prosegue gli studi tra la California e la East Coast, approfondendo i rapporti tra cinema, politica e mitologia contemporanea.
Dopo il dottorato insegna per sette anni corsi di narratologia applicata e storytelling istituzionale, fino all’allontanamento dall’università a causa di posizioni teoriche giudicate suprematiste, reazionarie e incompatibili con il contesto accademico dominante.
Svolge attività di consulenza tra Stati Uniti ed Europa in ambienti legati all’establishment sovranista, occupandosi di framing narrativo, gestione delle crisi comunicative e propaganda politica. Tra i suoi hobby: collezionare manuali di propaganda del Novecento, riscrivere discorsi politici mai pronunciati, nuotare in solitaria e cucinare piatti della tradizione povera italiana. Vive tra Los Angeles e una città europea non dichiarata, è sposato, ha un figlio e un cane di nome Hobbes. Considera la biografia una forma minore di fiction.
