Qual è un film o un libro che ti ha fatto venire voglia di partire?
Ho sinceramente sentito il bisogno di andare un poco in ferie da questo posto durante il fine settimana.
Ed è successo per una ragione molto precisa.
Credo di stare cominciando ad accusare una qualche lieve, timida, quasi educata forma di stanchezza. Non quella seria, eh. Quella che ti fa crollare sul divano alle sei del pomeriggio con la faccia infilata in un cuscino. No. Una stanchezza molto più infida. Quella che ti fa continuare a fare tutto, soltanto con la sensazione che il cervello abbia deciso di aprire una pratica di mobilità.
Sabato, per esempio, mi sono accorto di non aver scritto nulla il giorno prima per il blog.
E la prima reazione è stata quella di sentirmi quasi in difetto.
Poi però mi sono fermato un secondo.
E mi sono reso conto che non era affatto vero che non stessi facendo niente.
Anzi.
Avevo davanti un pozzo senza fondo di cose da fare.
Solo che, per una volta, non erano parole.
Erano scatoloni.
Scaffali.
Libri.
Cassetti.
Polvere.
Ordine.
Spazio.
Insomma, tutta quella roba che, incredibilmente, nessuno sistema mentre tu sei impegnato a scrivere.
Sto finalmente restituendo al mio studio il diritto di chiamarsi studio e non “luogo di accumulo seriale della vita familiare”. E, con mia enorme sorpresa, ci sto pure riuscendo. Solo che questa roba si paga. In tempo. In schiena. In ginocchia. In muscoli dei quali ignoravo perfino l’esistenza fino a quarantotto ore fa.
…oh, cazzo.
No.
Che stai facendo, Domenico?
Le giustificazioni?
Quelle da scuola dell’obbligo del Regno d’Italia?
E per di più vere?
Così banali?
Senza nemmeno un minimo di fantasia?
Senza il decesso improvviso di uno zio acquisito mai esistito, di una prozia emigrata in Venezuela nel 1954 o, almeno, del gatto ultracentenario che aveva sviluppato un fortissimo legame affettivo con il registro di matematica?
No.
Così no.
È una caduta di stile francamente intollerabile.
Diciamo allora la verità.
Per qualche giorno ho semplicemente deciso di prendermi cura delle cose invece che delle parole.
Che, detta da uno che passa la vita a mettere parole in fila, è quasi una forma di eresia.
Per cui credo che ancora per un paio di giorni, o giù di lì, la continuity di questo piccolo angolo di internet subirà qualche fisiologico momento di anarchia.
Vogliate dunque scusarlo.
Parlando di me in terza persona, che conferisce sempre a ogni comunicazione un tono istituzionale assolutamente incompatibile con il fatto che, in questo preciso istante, lui abbia ancora mezzo studio sottosopra e la concreta possibilità di ritrovare, da qualche parte, oggetti di cui aveva completamente dimenticato l’esistenza.
