Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Quale capitolo della tua vita intitoleresti “Gli anni difficili” — e cosa ti ha aiutato a superarli i

Non siate puristi. Volete sapere pure di che parlo in giro, no?


Ve lo dico da anni e ormai mi sono quasi stancato di ripeterlo, che è una sensazione stranissima perché io adoro ripetere le cose. Tant’è vero che da bambino avevo il mangiadischi e consumavo gli stessi quarantacinque giri fino a farli diventare quarantadue e mezzo. Quindi se persino io mi sono stancato di ripeterlo significa che il problema è serio.

La Puglia ha deciso, da parecchio tempo ormai, che non vuole più essere una regione.

Vuole essere un ristorante.

Uno enorme.

Con vista mare.

Possibilmente con tavolini in ulivo secolare, lucine calde appese tra due fichi, playlist di neomelodica ripulita quel tanto che basta da sembrare “world music”, camerieri col sorriso incorporato e l’americano di turno che esclama “Oh my God!” davanti a un piatto che fino a vent’anni fa avremmo definito serenamente “roba da poveri”.

E il bello è che ci siamo pure convinti che questo sia sviluppo.

Venticinque euro per un’assassina.

Venti per fave e cicorie.

Quattordici per le orecchiette.

Tra poco il pane e pomodoro lo serviranno con la descrizione del sommelier. “Sentori di infanzia, finale persistente, retrogusto di nonna che ti urlava di rientrare prima che facesse buio.”

E guai a dire che forse qualcosa non torna.

Perché appena lo fai arriva sempre qualcuno con la faccia soddisfatta del consulente di marketing territoriale che ti spiega che “il turismo porta ricchezza”.

Sì.

Ma a chi?

Perché questa è la domanda che sistematicamente sparisce.

La ricchezza dove si ferma?

Perché io continuo a vedere una regione che produce sempre meno e serve sempre di più. Una regione che invece di immaginare imprese, ricerca, manifattura, innovazione, università capaci di trattenere cervelli, si è messa il grembiule, ha preso il blocchetto delle ordinazioni e aspetta la mancia.

Che non è una metafora.

È proprio un modello economico.

Il sogno non è più costruire qualcosa.

È sperare che uno di Boston lasci cinquanta dollari sul tavolo dopo aver mangiato quello che tuo nonno considerava il pranzo del venerdì quando i soldi erano finiti.

Ed è qui che il discorso diventa meno gastronomico e molto più sociale.

Perché mentre noi apparecchiamo tavoli sempre più belli, c’è una generazione che a quei tavoli spesso non si può sedere.

Li serve.

Li pulisce.

Sorride.

Ringrazia.

E poi torna in una città che continua a raccontarsi bellissima mentre si allarga la distanza fra chi quella bellezza la vende e chi può soltanto guardarla dalla vetrina.

Il problema non sono le fave e cicorie a venti euro.

Il problema è che rischiamo di diventare una terra che sa fare soltanto quello: impiattare se stessa.

E quando un territorio smette di produrre futuro e comincia soltanto a vendere folklore, tradizioni e tramonti… state tranquilli che qualcuno quei soldi li farà.

Solo che, molto probabilmente, non saranno quelli che i tramonti li guardano tutti i giorni da casa loro.

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2 risposte

  1. Avatar Sandro Battisti

    Sacrosanto!

  2. Avatar gattapazza

    E’un grande ristorante la tua Puglia?
    Anche Roma
    lo è!

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