Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Qual è un libro che secondo te meriterebbe un sequel?

La verità è un’altra.

La verità è che, alla fine dello spettacolo dedicato a don Peppe Diana, ho parlato. Non tanto, davvero il giusto. Anche perché chi mi aveva preceduto aveva affidato all’idea della bellezza e della cultura il compito di salvare Bari dal male della sua mafia.

Ed è lì che mi sono accorto di una cosa.

Che io, a questa storia, già prima credevo poco. Oggi non ci credo più.

Non perché la cultura non serva. Non perché la bellezza sia inutile. Sarebbe una sciocchezza sostenerlo. Ma perché sono profondamente convinto che, da sole, siano diventate parte del problema. O, quanto meno, della narrazione con cui ci rassicuriamo mentre continuiamo a non guardare il resto.

Perché Bari, a furia di raccontarsi bella, sono quasi cinquant’anni che produce anche strappi. E gli strappi sociali non sono un effetto collaterale: sono il luogo esatto in cui la Camorra Barese investe. Versa il proprio oro dentro quelle crepe e le trasforma in promesse. Recluta manovalanza giovane non perché sia più convincente dello Stato, ma perché spesso arriva prima dello Stato.

In un Paese dove l’ascensore sociale è irrimediabilmente guasto, pensare che basti offrire cultura come risposta significa, troppo spesso, parlare una lingua diversa da quella di chi il futuro non riesce nemmeno a immaginarlo. Un ragazzo che non riesce a declinare la propria vita al tempo futuro difficilmente troverà spazio, nella testa e nel cuore, per ciò che noi definiamo bello. Prima vengono i diritti. Poi, forse, la bellezza.

Bari, del resto, è una città che di sé si è raccontata già troppe storie. È la città dove si sorride. Ma si sorride soprattutto se stai bene e puoi permettertelo. Se no guardi sorridere gli altri. È la città che accoglie. Nelle case-pollaio di oggi come nello Stadio della Vittoria trasformato in un gigantesco dormitorio ai tempi della Vlora. È la città che, dopo l’uccisione di Michele Fazio, seppe finalmente reagire con una grande stagione di antimafia. Ma soltanto dopo anni di colpevole rimozione, di imbarazzante negazione, di un silenzio che arrivò a sfiorare perfino l’ipotesi dell’archiviazione.

Bari continua troppo spesso a correre per farsi bella. E, mentre corre, rischia di lacerarsi ancora di più. Da una parte le vetrine. Dall’altra i quartieri dove si continua a chiedere qualcosa di molto meno poetico della bellezza: i diritti. A Enziteto — che per chi ci vive continua a chiamarsi Enziteto — come al CEP, c’è ancora chi dice una cosa semplicissima: “A Bari io ci devo andare”. Perché, evidentemente, non sente ancora di viverci davvero.

Credo che don Peppe Diana non me ne vorrà se ieri ho parlato un po’ meno di lui e un po’ di più di un sacerdote che Bari l’ha attraversata davvero e che proprio queste cose — non altre — mi ha lasciato come bussola.

In fondo mi era stato chiesto di attualizzare l’impegno di un prete.

E io, nel mio piccolo, ho provato semplicemente a prenderlo sul serio.

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