Qual è una cosa in cui credevi da bambino e che oggi ti sembra assurda?
Dunque.
Oggi ho l’esame teorico di Karate. E già questa frase, per chi mi conosce appena appena, dovrebbe fare parecchio ridere. Perché uno si immagina il Karate come una roba dove ti prendono a schiaffi finché non impari a prenderne meno. Invece no. Ti siedono davanti una commissione e ti interrogano pure sulla cultura di Okinawa. Cioè praticamente ti menano prima con la geografia e poi eventualmente con le mani. E la cosa che mi diverte è che Okinawa, nell’immaginario collettivo occidentale, esiste solo per il Karate. Falsissimo. Ad esempio lì esiste una tradizione bonsaistica mica da ridere. E, soprattutto, gli okinawesi hanno sempre avuto un rapporto col Giappone che definire “complicato” è un eufemismo. Diciamo che se gli vai a dire “che bello questo pezzo della vostra cultura nipponica” rischi che ti correggano con una certa energia. Magari a mano vuota. Che poi è proprio il significato di Kara-Te.
E qui arriviamo alla prima fregatura culturale. Il Karate è okinawese. Non giapponese. Soltanto tra la fine degli anni Trenta e l’inizio dei Quaranta del secolo scorso quel pazzo in culo di Hirohito decise di canonizzarlo accanto al molto più nipponico Judo, così da farne patrimonio dell’Impero. Ma il Karate nasce molto prima e nasce perché, agli inizi del Seicento, un governante delle isole Ryukyu ebbe quella che tutti i governanti hanno periodicamente: “Sai che c’è? Vietiamo le armi e pure le arti marziali, così il diritto all’uso della forza resta solo mio.” Gli okinawesi, però, col cazzo. E quindi inventarono il Kobudo. Cioè: va bene, niente spade. Però nessuno ha detto niente sulle chiavi dei mulini. Ed ecco i tonfa, che a Genova hanno spaccato più teste di quante ne abbiano mai riavviate. Nessuno ha parlato dei manici di rastrelli, vanghe e zappe. Ed ecco i bo. Nessuno ha sospettato dei lucchetti preistorici per assicurare gli attrezzi. Ed ecco i nunchaku. Nessuno ha guardato con diffidenza quei cosi a forma di forchetta per lavorare la terra. Ed ecco i sai. E se proprio non bastava niente… rimanevano sempre due mani. Che, sorprendentemente, funzionano benissimo anche senza accessori.
Poi ci stanno quelle cose che ti fanno capire che ogni popolo, quando vuole, si diverte a complicare la vita agli stranieri. Tipo il modo di contare. Perché fino a dieci gli okinawesi ti cambiano qualche numero giusto per ricordarti che sei ospite. Ich. Ni. San. Shi. Go. Roku. Sich… oppure Nana, dipende. Hachi. Kyu. Ju. E già mentre provi a ricordarteli capisci che forse prendere un pugno era più semplice.
Anche le cinture sono una splendida presa per il culo psicologica. Bianca, gialla, arancio, verde. E sulla verde tanta gente ci resta anni, perché lì il prato sembra bellissimo finché non scopri che è una palude. Poi blu. E già ti senti in cielo perché la nera sembra vicina. Poi marrone. Che è color merda e non credo sia un caso, visto quanto devi sudare prima della nera. Peccato che, storicamente, pare sia tutto falso. All’inizio la cintura era una sola. Non si cambiava. Ti allenavi, sudavi, la insozzavi per anni e diventava nera da sola. Bellissima metafora. Molto meno bello l’odore.
Poi ci stanno i motti. Che sono quelle frasi che sembrano biscotti della fortuna ma, se ci pensi, sono parecchio intelligenti. Karate ni sente nashi: il Karate non conosce il primo attacco. E infatti tutti i kata iniziano con una parata. Shin Gi Tai: corpo, tecnica e mente. Bun Bu Ryō Dō: la doppia via dello studio e della pratica. Kyūdō Mugen: lo studio della vita è infinito. Onko Chishin: rispolvera l’antico per apprendere il nuovo. Che detta così sembra il consiglio di una nonna che ti obbliga a mettere i maglioni infeltriti, ma è filosofia orientale.
E siccome ormai vi ho presi in ostaggio, tanto vale usarvi fino in fondo per ripassare il kata dell’esame. Si chiama Ansei Dai Ichi. Non cercatelo su internet perché non lo trovate: se l’è inventato il decano italiano del Goju Ryu. Significa “Prima via dell’Est”. Si parte con tre Kake Uke, parata con presa, ciascuno seguito da uno Tsuki, alternando destra e sinistra e rivolgendosi prima a sinistra, poi a destra e infine frontalmente verso la commissione. Poi Kake Uke in Nekoashi Dachi — la posizione della zampa di gatto — seguito da Mae Geri, prima da una parte poi dall’altra a quarantacinque gradi. Di nuovo Kake Uke. Poi Tubinan Geri, doppio calcio saltato, atterraggio in Shiko Dachi, ginocchia piegate, piedi obliqui, tronco di lato. Hiji Ate, gomitata nel palmo opposto. Hurakenuchi, colpo frustato col dorso della mano. Ti giri e fai tre Morote Uchi, che è praticamente l’Hadoken di Street Fighter ma con molta meno luce blu e parecchia più fatica vera. Ancora Kake Uke, pugno nel palmo e Hurakenuchi. Ti volti. Kake Uke. Mae Geri. Atterri in Zenkutsu Dachi, posizione lunga. Spari uno Tsuki violentissimo accompagnato dal Kiai che deve sembrare l’urlo di uno che ha appena scoperto il prezzo dell’olio extravergine. Poi arretri scivolando in posizione del gatto con doppia Ko Uke, una sul plesso e una davanti al viso. Chiudi in Yoi. Rei. Inchino. Saluti la commissione. Esci con dignità. O almeno ci provi.
Insomma, avete capito benissimo che vi ho usati. Dovevo ripetere la teoria e, già che c’ero, l’ho fatta davanti a un pubblico. Tanto quando leggerete questo post sarà già venerdì inoltrato. L’esame teorico l’avrò già fatto. Se tutto è andato come spero, giovedì mi aspetta quello pratico. Se invece è andata male… fingiamo che questo post fosse soltanto divulgazione culturale su Okinawa e facciamo finta di niente. Che pure questa, in fondo, è una tecnica di autodifesa.
