Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Qual è il miglior consiglio che daresti a qualcuno più giovane di te?

Chi mi ispira, nella vita?

Questo chiedeva ieri, eh!

Diciamo che la domanda giusta dovrebbe essere posta a voi, in questa guisa e forma: ma voi mi conoscete? Credete di conoscermi bene davvero? Intendo bene nel profondo, non nel senso che avete letto due post, messo tre stelline e pensato “ah, questo è uno simpatico ma problematico”, che è il modo con cui molta gente risolve le persone complicate trasformandole in una diagnosi da salotto. No. Nel profondo vero. Quello dove stanno le cose che non si dicono, le cose che se le dici a tavola la gente smette di passarti il pane, le cose che fanno capire se una persona è davvero conoscibile oppure se la conoscenza degli altri è sempre e comunque una specie di catalogo Ikea montato male. E quindi credo che la risposta sia no. Perché siete persone serie e non potete sapere, per esempio, cosa dico quando godo mentre mi faccio l’amore da solo, non potete sapere che cosa faccio dei prodotti del mio corpo da cui mondo le mie cavità nasali di tanto in tanto, non potete sapere cosa penso quando mi trovo davanti una persona che reputo sommamente imbecille, e intendo proprio tutte le digressioni possibili del manuale della tortura della CIA che fu testo irrinunciabile e che spesso vi ho proposto come copertina nella traduzione integrale pubblicata dai tipi di Datanews, cioè il Kubark Counterintelligence Interrogation Manual, che in italiano ha pure quel titolo meravigliosamente sobrio e insieme terrificante da scaffale militante: Manuale della tortura della CIA. No, quelle cose non le potete sapere. Quindi rispondereste no.

E dunque, nudo e crudele come ci piace dire qui, non potete nemmeno credere di potervi permettere di azzardare una risposta semplice, fulgida e cristallina che, se poco poco mi conosceste almeno un minimo, dovrebbe essere: “No, Domenico Mortellaro non si lascia ispirare da nessuno!”. E invece qui si vedrebbe che poco mi conoscete, o quantomeno non proprio nel profondo, perché ci sono due persone, probabilmente entrambe di fantasia o comunque da me vissute come se fossero figure mitologiche più che biografie verificabili, dalle quali io massimamente mi faccio ispirare mattina, pomeriggio e sera nella mia vita. Il primo è il signor Locatelli. Che di nome fa Mattia. E che, tipo a inizi Ottocento, secondo l’estensore della voce su Wikipedia — ok, lo riconosco, non sapevo niente di lui pur ispirandomi a lui, che è una cosa molto più comune di quanto si creda perché la gente si ispira a santi, eroi, rivoluzionari, influencer, cantanti morti e padri spirituali di cui sa in realtà tre cose sbagliate e una frase da calendario — quando tutta l’Italia ancora viveva il prodotto caseario come un artigianato puro, decise di strutturare la sua produzione e la sua azienda già in maniera capitalistica, imprenditoriale e competitiva. Insomma, mentre tutti facevano i peracottari o i caciottari amatoriali, appunto, Locatelli Mattia aveva cominciato a fare le cose per bene.

Che poi è esattamente la ragione per cui a lui mi ispiro. Perché mi piace fare le cose per bene. Anche se poi, leggendo Wikipedia, scopri che la Locatelli già tipo un trentennio prima di coniare il celebre slogan che ne ha fatto una italica certezza pubblicitaria sin dal 1991 era stata acquistata da Nestlé. Poi per parte rivenduta a Parmalat, poi ad Auricchio, poi a Lactalis divisione Italia che però è francese, e quindi tutta questa cosa dell’italianità casearia finisce come sempre nel grande tritacarne europeo in cui il formaggio resta nostro giusto finché lo grattugiamo sulla pasta, poi appena produce margine arriva qualcuno con una erre moscia o un fondo d’investimento e se lo porta via. Con buona pace del dislessico D’Urso che ora, mentre scrivo, andrò a mettere in sottofondo nella mai troppo apprezzata imitazione di Maurizio Crozza, ex Brocovitz, quando anche la RAI faceva la satira per bene e non soltanto il riscaldamento globale del talk show. Vi dicevo dunque, come affermato poc’anzi con quella solennità ridicola che uso quando sto dicendo una cazzata ma intendo difenderla fino alla morte, uno dei miei massimi ispiratori nella vita è il signor Mattia Locatelli, di cui nulla e ripeto nulla sapevo, ma mi convinceva moltissimo la scelta dello slogan brandizzato che io riproponevo e continuo a voler riproporre nella mia vita come principio operativo assoluto: Mortellaro fa le cose per bene.

Altro soggetto a cui veramente credo di continuare a ispirarmi, anch’esso credo non esistente o quantomeno di lui so poco e niente nel termine più profondo di quello che faceva davvero nella vita quando la telecamera non lo inquadrava, è Jack Bauer, il protagonista della serie 24, che io non ho mai e dico mai visto. E questo non vi deve suonare affatto, ma proprio per niente, contraddittorio. Perché io non mi ispiravo a lui come personaggio, non avendo la minima idea reale di cosa facesse, di quanto corresse, di chi interrogasse, di quante volte salvasse l’America, che poi salvare l’America certe volte è come salvare un tizio ubriaco che continua a voler guidare il tir in discesa e magari forse sarebbe pure il caso di lasciarlo dormire nel fosso. Io mi ispiravo al concetto stesso che ruotava attorno a quella serie e che da quel protagonista era dunque incarnato. Io, vi dico proprio io, sono sempre rimasto affascinato da questa roba per cui la serie 24 portava in scena una intera giornata di un tizio. Ed era infatti composta da 24 episodi a stagione. Ma, e qui ci sta il dettaglio fondamentale, ogni episodio durava quaranta minuti. E quindi non si è mai capito cosa succedesse in quei venti minuti che non erano inseriti all’interno della puntata. Perché se tu mi dici che mi racconti un’ora e poi me ne fai vedere quaranta minuti, io non sono pignolo, sono solo una persona che sa contare e che ha diritto di chiedersi dove cazzo siano finiti gli altri venti.

E quando lo chiesero ai produttori, quelli serafici risposero: “Avete mai fatto caso che non lo vedete mai andare al cesso?”. Oh, ecco. Ora voi mi direte: perché ti ispiri a questo? Perché io ve lo dico, come fanno i produttori, che vado al cesso. Vi dico anche come mi faccio certe cose. Siete solo voi a non intendere il sottotesto, magari. Perché sono fermamente convinto che certe cose, anche se fuori inquadratura, le devi sempre lasciare sapere agli altri. Non devi mostrarle tutte, perché poi diventi un documentario medico o un matrimonio di paese girato da uno zio con l’iPad, ma devi far sapere che esistono, che stanno lì, che la vita continua anche quando la telecamera non guarda. E quel vuoto che non è narrativo ma è solo visivo mi ha sempre convinto della genialità dell’operazione. Perché il fuori campo, quando è gestito bene, è più osceno, più vero e più interessante del campo. È il cesso di Jack Bauer. È la multinazionale francese dentro il formaggio italiano. È il rifiuto corporeo che non vi dico dove finisce ma vi faccio sapere che esiste. È il punto esatto in cui la narrazione smette di mostrarti tutto e però non ti mente.

E quindi sì, chi mi ispira nella vita? Mattia Locatelli e Jack Bauer. Uno perché mi ricorda che le cose si fanno per bene, anche quando poi ti comprano Nestlé, Parmalat, Auricchio e Lactalis e del tuo capitalismo caseario originario resta lo slogan come un santino pubblicitario sul frigo degli italiani. L’altro perché mi ricorda che non bisogna per forza mostrare tutto per raccontare tutto, ma bisogna costruire un mondo in cui anche quello che non si vede continui a pesare. Un post un po’ anodino, forse, ma non troppo. Perché alla fine abbiamo parlato di ispirazione, formaggio, capitalismo, Wikipedia, dislessici, Crozza, Rai, CIA, tortura, cessi fuori campo, prodotti del corpo e di quella cosa fondamentale che nella vita fa davvero la differenza: fare le cose per bene e far sapere agli altri che anche quando non ti vedono stai comunque combinando qualcosa.

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