Ci sta sempre una domanda al fondo di tutte le domande che la gente mi fa quando scopre che per una parte consistente della mia vita mi sono occupato di criminologia.
Non mafia, non camorra, non criminalità organizzata che almeno in Italia qualche bolletta te la paga ancora, ma serial killer.
E la domanda è sempre quella.
Cambia il tono, cambia l’età di chi la pone, cambia il grado di imbarazzo iniziale, ma il succo resta identico:
“Posso farti una domanda magari banale sul perché i serial killer uccidono?”
Ora, premessa assoluta.
Io non mi occupo di serial killer da quindici anni.
Non perché si sia spento il sacro fuoco di John Douglas dentro di me o perché lo spirito guida di Brad Pitt in Seven — e non importa come si chiamasse il detective, importa la faccia di Brad Pitt quando capisce che il mondo è una truffa organizzata ai danni delle persone intelligenti — abbia finalmente lasciato il mio corpo.
No.
Molto più banalmente in Italia coi serial killer non ci campa più nessuno. Ha smesso di camparci pure Lucarelli che sopra quella roba si era costruito una carriera, una posizione culturale e pure una certa estetica da maglioncino rassicurante della domenica sera.
Però io, per una curiosa concatenazione di eventi, sono stato formato primariamente in profiling e crimini seriali o senza apparente movente in quel corso superspecialistico organizzato da Interni e Difesa con l’ospitalità della Sapienza di Roma.
Quindi diciamo che tra i mortali e i non professionisti da albo, qui con voi, sulla faccenda dei serial killer vale più o meno il principio del “come me nessuno mai”.
Eppure questa cosa non la dico quasi mai.
Di solito rispondo così.
“Se è troppo banale scoprirai a tue spese come si diventa serial killer”.
Lo dico sempre cercando di non ridere.
E non ci riesco quasi mai.
Perché il mezzo sorriso parte da solo.
L’ho fatto pure con mia moglie.
Sia chiaro: non la parte dell’ammazzarla.
La risposta.
Perché anche lei mi fece esattamente quella domanda.
Era il primo appuntamento.
Ristorante stellato. Diciotto marzo 2016.
Data che ricordo con precisione perché a un certo punto il cameriere venne due volte a chiederci se ci fosse qualche problema: erano passati quarantacinque minuti dall’arrivo degli antipasti e noi non avevamo toccato nulla.
Lei voleva sapere di Ted Bundy.
O meglio, di “quel pazzo stupratore di Ted Bundy”.
Definizione non sua ma di Mickey Knox in Natural Born Killers, che come tutte le migliori definizioni sembra una cazzata e invece è una sintesi perfetta.
Mi chiese perché facesse quello che faceva.
E io invece di rispondere come una persona normale le chiesi quale fosse la differenza fondamentale tra Dio e un essere umano.
Lei disse che Dio è immortale.
Ottima risposta.
Poi disse che Dio è perfetto.
Risposta pessima.
Non perché fosse sbagliata ma perché il concetto di perfezione è roba da teologi che hanno troppo tempo libero e troppo poco sesso. I primitivi che hanno inventato gli dèi non sapevano nemmeno perché il mammut li calpestasse e avrebbero avuto qualche difficoltà a definire l’assoluta assenza di errore.
Quindi no, cancelliamo perfetto. Ripartiamo.
Dio è immortale. E poi?
Ci pensò un po’. Poi disse: “Dà la vita”.
E lì spalancai gli occhi come un professore che vede finalmente uno studente azzeccarne una.
Bravissima. Due risposte perfette e una pessima. Media eccellente.
A quel punto lei mi chiese perché stessimo parlando di Dio e io le ricordai che avevo promesso di diventare serial killer se la domanda fosse risultata troppo banale.
Ci capimmo.
O almeno credo.
Perché probabilmente in quel momento una piccola parte di lei stava valutando se fosse davvero il caso di continuare a frequentare uno che davanti a Ted Bundy tira fuori la teologia.
Poi disse una cosa semplicissima.
Disse: “Però Dio la vita la toglie pure”.
E lì arrivammo al punto. Perché quella è la risposta. O almeno la mia.
Tutta.
I serial killer uccidono per la stessa ragione per cui gli esseri umani hanno inventato gli dèi. Perché esiste una parte minuscola, primitiva e assolutamente irrecuperabile dentro ciascuno di noi che è fermamente convinta di essere Dio. Non metaforicamente. Letteralmente. Perché dà la vita. Perché non crede davvero alla propria morte. Perché se ci credesse davvero non passerebbe millenni a costruire religioni, paradisi, inferni, reincarnazioni, valchirie, campi elisi e sale VIP ultraterrene. Andrebbe a mangiarsi una pizza e basta. Invece no. Costruisce cattedrali. Scrive teologie. Si inventa il dopo. E il serial killer, all’estremità più patologica di quella stessa illusione, scopre che oltre a dare la vita può anche toglierla.
E lì, per un istante, si sente identico a quel principio generatore che gli uomini hanno passato millenni a chiamare Dio.
Molto sotto il sesso.
Molto sotto il sadismo.
Molto sotto la rabbia.
Molto sotto Ted Bundy che strangola mentre fa altro e non capisci mai quale delle due cose gli piaccia davvero – cioè uccidere o stuprare.
Molto sotto tutto questo c’è quella roba lì.
La tentazione di sentirsi padroni dell’universo.
Mia moglie mi guardò come si guardano gli squilibrati che però hanno appena detto qualcosa di disturbante e plausibile.
Mi disse che ero macabro. Mi disse che non era convinta.
Pretese ulteriori argomentazioni.
Nel frattempo arrivò il cameriere per la seconda volta e ci spiegò che se non ci fossimo sbrigati non avrebbe saputo dove mettere i primi. E credo sia stato proprio in quel momento, tra Ted Bundy, Dio, la morte e una burrata che stava perdendo temperatura, che mia moglie decise che ero incontrovertibilmente l’uomo della sua vita.
Qualche giorno dopo aggiunse pure:
“Non montarti la testa. Non sei per niente bello e non ce l’hai grosso”.
E vedete?
Davanti a una provocazione del genere non ho ammazzato nessuno.
Perché a differenza di Ted Bundy, io non credo che esista niente, oltre quello che puzziamo.
