Qual è la cosa più antica che possiedi e che usi ancora quotidianamente?
WordPress al solito abusa della mia pazienza. E mi fa venire immediatamente in mente quel famoso discorso contro Catilina, quello del “fino a quando abuserai della nostra pazienza?” che tutti citano senza ricordarsi mai bene né chi lo pronunciò né soprattutto quanto doveva essere incazzato quello che lo pronunciò. Nel mio caso poi quel “nostra” è chiaramente un plurale maiestatis. Perché voi pazienti lo sarete sempre. Già vi vedo. Lì. Sereni. Composti. Felici. “Ah ma c’è Mortellaro che scrive una roba. Leggiamolo.” Come se io fossi una specie di servizio pubblico. Una fontana. Un monumento comunale. Un distributore automatico di caratteri.
E Catilina poi mi fa sempre venire in mente un’altra cosa che non c’entra niente col prompt ma che proprio per questo merita di starci dentro. Catilina era anche il soprannome di famiglia di uno che conoscevo bene. E chi viene dai piccoli paesi del sud sa perfettamente che certe volte il soprannome di famiglia vale molto più del cognome. Anzi, spesso il cognome non serve a una beneamata minchia. Se arrivi nel contado — e sì, dalle parti nostre si dice ancora così, anche se le mura ormai racchiudono giusto una porzione infinitesimale dell’urbe — e chiedi il cognome di qualcuno rischi di non trovarlo mai. Se invece chiedi il soprannome di famiglia te lo indicano pure i cani randagi.
E questo Catilina fu protagonista di uno dei capodanni più inverecondi della mia esistenza. Quello tra il vecchio e il nuovo millennio. E già questa dovrebbe bastare come indicazione temporale perché credo che chiunque abbia più di trent’anni ricordi perfettamente dove stava quando il calendario decise di cambiare la prima cifra davanti. Noi stavamo a Bari. Sul palco c’erano artisti internazionali. Tra questi pure Toquinho — e no, non so fare l’accento giusto e non mi interessa impararlo adesso. E Catilina, che evidentemente aveva deciso di dare il suo contributo personale alla diplomazia internazionale, non trovò niente di meglio da fare che accendere una roba che definire petardo sarebbe come definire motoscafo un incrociatore.
Per capirci: era una di quelle cose che normalmente la Società Foggiana utilizza per ricordare agli esercenti distratti che esistono le scadenze e le estorsioni. Una roba che fa Bum con la B maiuscola. Solo che invece di lanciarla in mezzo alla folla — che essendo barese possiede una esperienza generazionale nella gestione dei botti sparati tra i piedi — lui la lanciò dalle parti del palco. Dalle parti di Toquinho. E io ricordo ancora distintamente la faccia di quell’uomo. Le spalle che si stringono. Gli occhi che si chiudono. La smorfia da bambino che sa che sta per prendere una pezza educativa da un adulto molto montessoriano. Poi la detonazione. Una roba che oggi avrebbe probabilmente aperto tre fascicoli, una commissione parlamentare e almeno quattro podcast true crime.
E invece no.
Toquinho diventò bianco.
Noi diventammo bianchi.
Catilina rideva.
La folla applaudiva.
E io e l’altro guidatore designato della serata lo prendemmo per le spalle cercando di spiegargli che aveva appena creato i presupposti per un incidente diplomatico più grave di Sigonella e che se gli veniva un coccolone a un mite chitarrista brasiliano rischiavamo di aprire una crisi internazionale senza nemmeno sapere dove fosse il Brasile sull’atlante.
La cosa più assurda però non fu nemmeno quella.
La cosa più assurda fu che a un certo punto tutti noi ci convincemmo di essere arrivati a Bari in treno.
Non si sa perché.
Avevamo le automobili.
Avevamo guidatori designati.
Avevamo parcheggiato.
Ma ci convincemmo collettivamente di dover aspettare il primo treno del nuovo millennio.
Tipo alle cinque meno venti.
Una allucinazione condivisa.
Una specie di possessione ferroviaria.
Ricordammo di possedere delle automobili soltanto dopo sette minuti di corsa verso la stazione quando uno infilò la mano in tasca e trovò le chiavi. Lo splendido dado di Inception. Il totem. L’oggetto che ci ricordò che eravamo ancora collegati alla realtà.
Ora, no. Non sono quelle chiavi l’oggetto più antico che possiedo e che ancora utilizzo. Anche perché quell’auto finì demolita dopo un mio schianto autoprocurato qualche mese più tardi e quindi diciamo che la sua storia terminò con una certa enfasi.
L’oggetto più antico che possiedo e che ancora utilizzo è una molletta a scatto. O meglio, chiamarla molletta è riduttivo. Parliamo di una lama bifilare da circa diciotto centimetri, con manico in madreperla, fregi cesellati, lavorazioni metalliche che oggi costerebbero il PIL di una piccola repubblica caucasica e una quantità di ricami e decorazioni che rendono evidente una cosa: chi la commissionò aveva intenzione di usarla ma voleva pure farlo con stile.
Era del nonno del nonno di mio nonno.
E da allora è passata di Domenico in Domenico.
Di primogenito in primogenito.
Transitata dalle mani dei padri senza appartenere davvero ai padri.
Come certe eredità che non possiedi ma custodisci.
Non si è mai capito se questa tradizione familiare nascesse da cantinieri, cacciatori o semplicemente da una lunga stirpe di persone inclini a risolvere le questioni in maniera diretta e molto poco burocratica.
Io l’ho ricevuta quando svuotammo la casa di mia nonna paterna dopo che decise finalmente di riposarsi e smettere di fare la nonna anche da morta. Mio padre, comunista, antimilitarista, legalista e generalmente convinto che gli esseri umani dovrebbero discutere seduti attorno a un tavolo invece che minacciarsi con oggetti appuntiti, ha sempre cercato di ritardare quel momento.
Ma il momento arrivò.
E io quella lama la uso.
Come tagliacarte.
Conviene precisarlo.
Come tagliacarte.
La uso nello studio.
La mostro.
Racconto la storia.
Le faccio fare quello che fanno tutti gli oggetti antichi: trasformarsi da oggetti in narrazione.
Perché è una di quelle cose che stanno in una tasca ma potrebbero tranquillamente attraversare un uomo da parte a parte. E questa ambiguità tra eleganza e minaccia è probabilmente il motivo per cui la trovo così affascinante.
L’ho già mostrata anche a mio figlio.
Spiegandogli che non dovrà usarla.
Non dovrà giocarci.
Non dovrà toccarla.
Dovrà soltanto custodirla.
Per suo figlio.
A patto che si chiami Domenico.
Perché la tradizione, come tutte le tradizioni, è una cosa profondamente stupida e profondamente seria allo stesso tempo.
E adesso non fate i puristi.
Non l’ho mai usata.
Mai.
E proprio perché so perfettamente cosa sia, non la tengo nemmeno in casa.
Mi sono liberato delle pistole.
Figuratevi se tengo una lama del genere sul comodino.
Però resta una tradizione.
E per quanto moderno io faccia finta di essere, esiste sempre una parte molto più antica che ogni tanto bussa da sotto il pavimento.
La stessa parte che ti ricorda che devi fare figli.
Che devi lasciare qualcosa dietro di te.
Che l’urologo ti ha suggerito una certa regolarità nelle manifestazioni di gioia fisiologica.
Che sei il nipote del nipote del nipote di qualcuno che custodiva una lama.
E che certe eredità non servono perché siano utili.
Servono perché esistano.
Per ricordarti da dove vieni.
E magari anche per ricordarti che, sebbene tu non abbia mai usato una lama in vita tua e non abbia alcuna intenzione di cominciare adesso, esistono giorni in cui qualcuno riesce comunque a farti capire perché i tuoi antenati ne tenessero una a portata di mano.
