Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Come sapete nel mio pantheon personale — quella specie di reparto teologico formato teca Lego clandestino dove convivono i miei santi ossia criminali, calciatori assassini del talento altrui, istruttori militari urlanti, dee psicopompe (che belle le psico-pompe!) e gente che probabilmente avrebbe meritato un TSO preventivo ma invece è diventata cultura pop — esistono pure gli apostoli minori.

E ve l’ho già detto: dai minori dovete guardarvi sempre.

Perché il maggiore ti annuncia la tragedia – e se è sergente maggiore GRIDA! – il minore invece ti spiega come ci arrivi.

E oggi tocca a Travis Bickle, che è un apostolo fondamentale, una specie di santo patrono del rischio umano di convincersi che il mondo faccia così schifo da dover essere ripulito a mano come un cesso dell’autogrill sulla A14 – dove successe una notte di Natale del 2010 una cosa che un giorno vi racconterò.

Ora, Travis è importante perché insegna una cosa terrificante: quanto sia facile, nei tempi bui, convincersi che esistano soluzioni semplici, dirette, immediate.

E quanto queste soluzioni sembrino pure elegantissime quando hai dormito poco, odi il prossimo e ti senti invisibile.

Perché la violenza, il gesto netto, la “ripulita”, il “mettere ordine”, sono scorciatoie mentali comodissime. Tu guardi il degrado, il casino, la sporcizia morale, e dici “ok, basta, ci penso io”. Ed è lì che il cervello comincia a cuocersi come una mozzarella dimenticata sul termosifone – che è di sicuro meglio della fettina di carne per fare certe cose, perchè se sporchi, tono su tono del bianco, puoi sempre dire che era solo mozzarella.

Ma Travis non è importante solo per questa roba qui.

Travis è importante perché è una fucina di citazioni, di posture mentali, di estetiche della rabbia che hanno partorito figli illegittimi ovunque.

Senza Travis non avete L’Odio e non avete Vincent Cassel davanti allo specchio a fare il bullo con sé stesso, che poi è sempre lì che si finisce: a parlare allo specchio perché il resto del mondo non ti sente o non ti capisce o peggio ti sente benissimo e decide che sei solo un coglione disturbato.

E senza Travis non avreste nemmeno tutta quella tradizione meravigliosa del “Sai cosa fa – nei miei cit non una 357 magnum ma un qualsiasi oggetto molto curioso e pericoloso – se te lo suono in testa? Un macello, ecco cosa fa!”, che è una filosofia chiara, sintetica e perfetta sul rapporto tra esseri umani e deterrenza. E io con la Hazet36 lo applico spesso, ma pure con la mazza da baseball e una volta pure con la sigaretta elettronica a due batterie impugnata tipo calcio della pistola memore di un racconto che una signora mi aveva fatto su un fattaccio di suo figlio.

E però — ed è qui che la gente si ferma perché siete pigri e guardate solo la superficie come i critici cinematografici che ancora nel 2026 scrivono “capolavoro sulla violenza urbana” e grazie al cazzo — Travis non è semplicemente un matto.

Travis è soprattutto un uomo profondamente inadatto al linguaggio umano ordinario. E la roba del cinema porno con le donne, per esempio, voi la guardate e dite “eh vabbè è disturbato”.

Io invece no.

Io quella roba la capisco benissimo. Perché non è pornografia. O meglio: non è SOLO pornografia. Trattasi, cari stronzomerdoni,Èdi incapacità di comunicare il desiderio secondo i codici normali. Uno che pensa “questa cosa interessa a me, quindi magari interessa pure a te, quindi forse se ti porto qui sto condividendo qualcosa”. Che è un ragionamento disperato ma pure tristemente umano.

E ve lo dico sinceramente: io rischio di capire Travis molto più di quanto vorrei.

Perché se io non fossi stato bravo — bravobravissimo proprio nella mia vita passata — a costruirmi addosso una socialità funzionante, ironica, seduttiva, apparentemente sicura, e avessi invece fatto come dicevano in casa, probabilmente avrei avuto anch’io le sue identiche frustrazioni e le sue stesse incomunicabilità.

E chi mi legge lo sa: io quella roba del sentirmi fuori asse, fuori posto, fuori sintonia col resto del mondo l’ho avuta eccome. Solo che io ho imparato a recitare bene. Benissimo, anzi. E la recitazione sociale è una forma di sopravvivenza avanzata. Costa tantissimo, ti devasta pure dentro, ma funziona.

E no, io non ho mai usato porno come strumento comunicativo con le donne che frequentavo. Non perché fossi moralmente superiore — figuratevi, con la vita sentimentale e sessuale che ho avuto sembrerei un missionario solo a un monaco tibetano cieco — ma perché io nel campo ho avuto una traiettoria molto meno lineare e molto più sperimentale, diciamo così. Però capisco perfettamente il meccanismo mentale di uno che usa l’immaginario pornografico come ponte comunicativo. Perché se non sai dire “desidero questo”, finisci col mostrare qualcosa sperando che l’altro capisca. E spesso non capisce un cazzo. Oppure fugge. Oppure ti guarda come se avessi appena cagato sul tavolino dell’aperitivo.

O per restare in tema ti fossi sparato una pippa tra il primo e secondo a casa dei suoi. Senza alzarti da tavola, of course. Sì, magari finendo in faccia alla nonna.

E quindi Travis resta lì, nel mio pantheon, come apostolo minore della rabbia semplice e delle soluzioni sbagliate ma seducenti. E guardate che il problema non è la cresta. Io la cresta non l’ho mai voluta. Non mi interessa sembrare pazzo: mi interessa non diventarlo. Ma il finale di Travis — quella corsa terminale verso il “adesso sistemo tutto io” — è una tentazione profondamente umana. Pirotecnica, certo. Pure spettacolare se vogliamo. Ma sempre autodistruttiva.

Perché dovete capire una cosa fondamentale che il film vi urla addosso mentre voi guardate le pistole, i taxi e la pioggia sporca di New York City: non puoi ripulire il sistema.

C’è un bug incorporato, fessi!

Lo hanno progettato così. Il sistema produce continuamente sporcizia, degrado, alienazione, solitudine e mostri. E ogni volta che qualcuno si convince di poter “mettere ordine”, “salvare”, “ripulire”, finisce sempre allo stesso modo: da solo, armato, dissociato e convinto di essere l’ultima persona sana rimasta sul pianeta. Cosa che forse è pure vera.

Ed è lì che il pantheon torna utile.

Perché i miei apostoli non servono a essere imitati. Servono a ricordarmi cosa succede se smetti di vedere gli esseri umani come esseri umani e cominci a vederli come problemi da risolvere.

E Travis Bickle, credetemi, questa lezione la insegna benissimo.

Urlando.

Dentro uno specchio.

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