Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Quali sono le cose più importanti necessarie per vivere una buona vita?

Ci sono delle cose che oggettivamente rendono buona una vita da vivere. 

Oppure almeno così ci raccontiamo, che è una delle attività preferite dell’essere umano subito dopo respirare, lamentarsi delle tasse e fingere di sapere perfettamente come dovrebbero vivere tutti gli altri. 

La salute, per esempio. La salute sembra una di quelle cose che tutti mettono in cima alla lista e probabilmente hanno pure ragione. Perché quando manca te ne accorgi subito, mentre quando c’è fai come con l’aria condizionata: la dai per scontata fino al giorno in cui si rompe ad agosto e scopri che esisteva. Però la salute è una faccenda strana. Serve soprattutto se hai intenzione di vivere a lungo. 

A gente come la gloriosa e tragicamente defunta setta dei 27, per dire, questo particolare tag del catalogo esistenziale non sembrava interessare moltissimo. E diciamo che si è pure visto. In modo abbastanza definitivo.

Il fatto è che oggi scrivo questa roba nel giorno del mio compleanno. 

E questa circostanza introduce una serie di riflessioni che normalmente evito come evito i dibattiti sui SUV elettrici, i vini naturali e quelli che dopo due podcast e un corso online hanno deciso di spiegarti il significato dell’universo su LinkedIn – sì, lo odio è il Male! 

Oggi sono quarantasette. 

Che non è vecchio. Ma non è nemmeno giovane. 

È quella fascia d’età in cui il farmacista ti riconosce, il medico ti chiama per nome e il corpo ogni tanto ti manda comunicazioni ufficiali senza passare dall’ufficio protocollo. Se mi prospettassi centenario avrei ancora parecchia strada davanti. E siccome adesso ho un figlio qualche suo traguardo mi piacerebbe pure vederlo.
Quindi magari la salute non è una pessima idea. Magari. Anche perché quando ti sposi con una donna di quasi dieci anni più giovane ogni tanto lei stessa si incarica di ricordarti che nel futuro potrebbe avere un ruolo assimilabile a quello di una badante devota. Lo fa sempre con la tenerezza di una infermiera sessantaquattrenne in burnout al turno di notte, ma l’intenzione affettuosa si percepisce.

Anche perché una lunga vita senza salute, senza soldi e senza qualcuno disposto ad aiutarti è un cazzinculogravissimo di dimensioni industriali. 

Una di quelle cose che se la racconti a vent’anni sembri pessimista e se la racconti a ottanta sembri semplicemente uno che ha imparato a leggere i bugiardini. Perché la vita lunga è bellissima quando hai il fisico, il portafoglio e qualcuno che ti raccoglie gli oggetti da terra senza che tu debba elaborare una strategia articolata in tre fasi, due bestemmie e una preghiera preventiva alle vertebre lombari. Altrimenti rischia di trasformarsi in una specie di inferno assistito fatto di dolori, acciacchi, liste d’attesa pachidermiche e sesquipedali — sì, uso pure parole come sesquipedali, non perché sia particolarmente colto ma perché ho sempre avuto questa malsana tendenza ad aggiungere caratteri alle cose. Scrivo maschile e femminile. Scrivo badante e badanta, devoto e devota. Non per politica. Non per ideologia. Mi vengono naturali perchè accumulano caratteri. E poi WordPress fa volume. E WordPress, a differenza dell’editoria, non mi paga in denaro ma almeno mi lascia l’illusione che più caratteri scrivo e più sto facendo qualcosa di importante.

No, non l’illusione: è il mio inferno privato di palestra di scrittore.

A proposito di salute, mentre faccio questi ragionamenti altissimi sulla mortalità umana mi rendo conto che devo pure scrivere al medico curante perché stanno finendo le statine. E non esiste nulla che ti faccia sentire più vicino alla vecchiaia del festeggiare il compleanno e contemporaneamente controllare quanti farmaci ti restano nel blister. Una volta il futuro era conquistare il mondo. Adesso il futuro è ricordarsi la prescrizione. E francamente nessuno mi aveva avvertito di questo downgrade narrativo.

In realtà oggi pensavo a tre cose molto più interessanti. 

Per esempio una buona psicoterapeuta di coppia. Non un’amante. Una psicoterapeuta. Da convocare una o due volte l’anno come si convoca il meccanico per il tagliando. Controllo generale. Serraggio bulloneria. Verifica usura. Cinghia di distribuzione emotiva. Pattino e contropattino — che non vanno lubrificati mai, fateci caso che lo scrivono pure sui freni ferroviari. Perché noi facciamo revisionare la macchina, il climatizzatore, la caldaia e poi pretendiamo che due cervelli umani pieni di paure, desideri, insicurezze, traumi, fantasie e cazzate funzionino da soli per quarant’anni senza assistenza tecnica.

E già sento qualcuno obiettare che non tutti hanno una coppia. 

E allora no, cazzone, se non hai una coppia fai manutenzione a te stesso che forse è pure più urgente. Perché il problema non è stare con qualcuno. Il problema è convivere con quella persona che incontri ogni mattina nello specchio e che spesso si rivela un coinquilino molto più complicato di qualsiasi marito, moglie, amante o vicino di casa che ascolta neomelodici alle due del mattino.

Poi però se proprio devo scegliere le cose che rendono una vita degna di essere vissuta credo che la prima sia la dignità. 

Non quella teatrale. Non quella da film storico con cavalli, armature e discorsi che finiscono sulle magliette motivazionali. La dignità vera. Quella che ti impedisce di sentirti una merda quando la vita decide di trattarti come una merda. Perché la vita ci prova continuamente. Ti suggerisce di piegarti, di abbassare la testa, di convincerti che vali meno di quello che sei. E allora avere una schiena abbastanza dritta da non collaborare con quel tentativo diventa una forma di igiene personale più importante perfino del collutorio.

Subito dopo ci metto l’autoironia. 

Che non è ridere degli altri. Quello sono capaci tutti. È ridere di sé stessi. Che è più difficile ma infinitamente più utile. Perché se non impari a ridere delle tue sciagure finisci per esserne divorato. Le figuracce, gli errori, le sviste, le catastrofi minuscole e personali vanno raccontate. Sempre. Anche quando ti fanno vergognare. Soprattutto quando ti fanno vergognare. Perché l’alternativa è trasformarle in cicatrici inutili. E sinceramente il corpo umano ne produce già abbastanza da solo senza bisogno del nostro aiuto. E poi diciamoci la verità: certe disgrazie sono troppo belle per non essere raccontate. Tipo quelli che si proclamano guru della disciplina, della concentrazione e del successo e poi si dimenticano la webcam accesa durante una diretta streaming. E subito dopo decidono di dedicarsi a forme molto private di intrattenimento personale. Se non impari a ridere di queste cose ti condanni a morte emotiva.

E poi ci sono le lacrime. 

Che da ragazzi sembrano una sconfitta e da adulti scopri essere manutenzione ordinaria. Io piango. Non continuamente. Non come una fontana pubblica. Ma piango. Per le persone. Per certe storie. Per alcune canzoni. Perché esistono canzoni che funzionano come chiavi inglesi dell’anima e riescono a svitare bulloni che nemmeno sapevi di avere. Io ne ho tre. Fake Plastic Trees. Dreams. Ma che bella giornata di sole. E per tutte e tre esiste una storia. Forse un giorno ve la racconterò. Perché le lacrime non servono a diventare più deboli. Servono a restare umani. E io piango soprattutto per gli esseri umani. Per i bambini. Per certe ingiustizie. Per certe piccole storie belle che sopravvivono nonostante il mondo sembri fare di tutto per impedirglielo. E continuo a sospettare che chi considera automaticamente più importante il destino di qualsiasi palla di pelo rispetto a quello di un altro essere umano abbia un problema che il Covid non ha creato ma semplicemente reso più visibile.

Un problema che non so se passerà, ma, quello sì, una volta passato, ci farà sentire migliori. Perchè le cose hanno cominciato ad andare in vacca quando si è deciso che il destino di un pulcioso zeccoso leone di Ladispoli fosse più degno di lacrime – più, ho detto più – del destino di una decina di madri costrette a farsi praticare un cesareo in mezzo a pezzi di bambini morti, senza anestesia e senza disinfettante. E se non siete d’accordo, vi prego, toglietemi il fastidio di rimuovermi: non andremo mai d’accordo e vi ritengo con enorme sincerità parte del problema!

E quindi sì. 

Dignità. Sorrisi. Lacrime. 

Credo che in fondo la parola giusta sia umanità. 

Però secondo il mio urologo manca un’ultima categoria fondamentale. E io tendo a fidarmi del mio urologo, soprattutto perché è uno di quei professionisti che quando paghi la parcella ha l’aria di voler dare fino all’ultimo centesimo di servizio. Mi ricordo che andai per il banalissimo controllo che fai quando vuoi verificare che tutto funzioni come previsto. E siccome quel giorno evidentemente gli sembrava di aver lavorato poco per i duecento euro senza fattura, mi disse che già che c’eravamo potevo accomodarmi sul lettino. Ora, accomodarmi è una parola elegante. Diciamo che a un certo punto capii perché dopo i quarant’anni sia una fortuna avere un urologo con dita da pianista e non da muratore specializzato in demolizioni. E lì, mentre ero sostanzialmente appecorato per nobili finalità sanitarie nel più comunista dei miei buchi – io a pecora e le necessità sanitarie in guisa di indice per fortuna da pianista nel buco staliniano, il luminare concluse il controllo, si tolse i guanti, mi guardò serio e disse una frase che non ho mai dimenticato.

Disse: “Comunque fidati. Per tenere tutto bene in salute, prostata compresa, devi volerti bene. Ma bene davvero. Tutti i giorni.”

Io annuii.

Lui annuì.

Poi concluse con la serenità di chi ha visto più prostate che tramonti sul mare.

“Fregatene di tua moglie, del lavoro e di tutto il resto. Tu nel dubbio tieni viva la pompetta. Falla lavorare. Spruzza.”

Non ho mai avuto l’impressione fosse un pervertito. 

Mi è sempre sembrato un uomo di scienza. E devo dire che dopo sette anni continuo a sospettare che, tra tutti i consigli ricevuti sulla felicità, fosse uno dei pochi supportati da una robustissima base empirica.

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17 risposte

  1. Avatar gattapazza

    Raccontare le proprie disgrazie lo trovo un buon metodo il problema è trovare un martire che ascolti, in quanto al piangere diciamo che ci si prova.

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Ma voi che ci state a fer, scusa?! 😉

      1. Avatar gattapazza

        Ah già hai ragione 🙂

  2. Avatar 2010fugadapolis

    Dai, hai un urologo segaiolo. Il che, alla luce del sapere scientifico, è una grande cosa! 😀
    Off-Topic nel mio stile: l’altra sera, mentre mi cimentavo con un giuoco della mia adorata Settimana Enigmistica, ho incontrato una vignetta che mi ha fatto subito pensare a te. Te la ripropongo digitalmente qui sotto (sempre sperando che il link non mi mandi in moderazione)…
    https://2010fugadapolis.wordpress.com/wp-content/uploads/2026/06/apostrofobia.png

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      C’è una mistica dietro che ho lasciato correre… in realtà mica m’hanno mai fatto del male, loro. Solo ho sfruttato il bug per fare quello eccentrico.

  3. Avatar Antonio Gaggera

    Innanzitutto buon compleanno.
    Tra tutte le cose citate, che è comunque meglio che ci siano, l’autoironia credo sia la più importante.

    P.s.: mi hanno assegnato, da poco, le statine. Non ho voluto prenderle e ho virato su un integratore, che, comunque, ne contiene un po’. Vediamo come va.

    1. Avatar 2010fugadapolis

      Sembra che abbiano effetti collaterali non indifferenti. Ottima scelta l’integratore ma immagino costi un accidente.
      Se non è una cosa fisiologica, ti consiglio vivamente una dieta ipolipidica.

      1. Avatar Antonio Gaggera

        Sì, costicchia.
        La dieta è raccomandabile sempre.

      2. Avatar Domenico Mortellaro

        Raccomandabile, ma proprio per questo dipende da che tangente ci affianchi.

      3. Avatar Domenico Mortellaro

        No no è purtroppo genetica!

    2. Avatar Domenico Mortellaro

      Occhio, non sono un medico e non va preso come medico il mio dire, ma a me l’effetto drammatico è stato l’emininazione completa del colesterolo buono con conseguente impennata del livello di rischio. E usavo armrolipid – o come cazzo l’hanno battezzato.

      1. Avatar Antonio Gaggera

        A posto. Ho cominciato a prendere Armolipid.

      2. Avatar Domenico Mortellaro

        Non fasciarti la testa prima. Se qualcuno ha pensato di affrontare prima con te la cosa con integratori, parti con fiducia. Consigli prudenziali di cui parlare col medico:
        1 verifica a stretto giro (30/45gg) con esame del sangue?
        2 integrazione con perle Omega3
        (Di base alimentazione comunque consona sempre eh… lo dico sorridendo ma si… se hai familiarità non risolvi, semplicemente tamponi ma buona alimentazione e minimo sindacale di attività sostengono farmaci O integratori al meglio)

      3. Avatar Antonio Gaggera

        Prendo anche le perle di omega 3.
        Sì farò gli esami a fine mese.

      4. Avatar Domenico Mortellaro

        Oh vedi? Potevo fare il cazzo del colesterolologo.

      5. Avatar Antonio Gaggera

        🤣🤣🤣

  4. Avatar 2010fugadapolis

    Non c’è farmaco senza effetto collaterale: aggiusti da una parte, rompi da un’altra.
    Ci ho messo parecchio ad accettarlo, ma per quanto riguarda il colesterolo l’unica via è controllare quello che si ingurgita. A costo di “sacrifici” immensi.

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