Lo sapete tutti che a me il concetto di potere proprio mi affascina.
Sì, a me mi.
E non rompete il cazzo con la Crusca o coi grammar nazi da social che correggono gli apostrofi mentre il mondo brucia, perchè non è licenza poetica: è proprio bisogno patologico del rafforzativo.
Perchè il potere mi eccita.
Sessualmente pure.
Del resto è anni che vado dicendo che io da grande voglio fare il dittatore e basta. E visto che le signore attorno ai cinquanta e oltre continuano a definirmi “ragazzo” con quella indulgenza un poco zozza da “eh ma lui ha fascino”, mentre quelle sotto i trent’anni insistono con questa storia del “bel tenebroso” e continuano a trattarmi da coetaneo invece che da reperto archeologico con problemi di colesterolo e pressione, allora forse sono ancora in tempo per avere aspirazioni infantili.
Del resto il mondo va avanti solo perchè qualcuno continua a infilare una cosa di carne dentro un’altra cosa di carne e a spararci dentro il liquido magico della continuità della specie. Tutto il resto è sovrastruttura marxista e arredamento IKEA.
E per uno che sogna il potere assoluto, il vero problema è capire come si manifesta il potere.
Perchè voi, limitati da Netflix e dalla pornografia della storia insegnata male, pensate subito alle ghigliottine, alle fucilazioni, ai poveri stronzi appesi ai lampioni, alle masse gasate o ai processi farsa stile URSS anni trenta con gente che confessava pure di aver assassinato Kennedy pur essendo morta nel 1912.
E invece no.
Il potere vero sta nei banchetti.
Nelle feste.
Nei ricevimenti.
Nelle tavole imbandite.
Il dittatore serio non si misura dai morti: si misura da come gli apparecchiano il tavolo. Poi oh, certo, pure il bunga bunga aveva una sua estetica, una sua poetica del degrado organizzato, ma lì stavamo già nel campo della satrapia geriatrica con escort da televendita e ministre che sembravano uscite da un catalogo di divani in ecopelle.
Io invece sono cresciuto con il mito dei racconti comunisti.
Quelli belli.
Quelli che sentivi dai funzionari esteri del PCI, e mio padre essendo stato funzionario nazionale certe storie le raccontava davvero da dentro, non come quei coglioni che oggi fanno i tankie su TikTok senza aver mai letto mezzo verbale del Comitato Centrale.
E in quei racconti il potere socialista aveva sempre questo fascino assurdo: austerità fuori, opulenza rituale dentro.
Tipo quando Berlinguer andò in Corea del Nord dal nonno di quel simpatico boss finale da Metal Gear Solid che oggi risponde al nome di Kim Jong Un.
E lì, durante un banchetto ufficiale, gli venne spiegato che se non scorreggiavi a tavola significava che non avevi gradito il pasto.
Ora voi immaginatevi Enrico Berlinguer. Persona mite. Timida. Sardo vero, cioè gente che già normalmente parla poco e pensa moltissimo. Immaginatevelo costretto a partecipare a una dinamica gastroenterologica di galateo comunista-teocratico dove il rutto e la scorreggia diventano manifestazione diplomatica di consenso politico internazionale.
E ditemi se questa non è la forma più alta e definitiva di egemonia culturale.
E quindi capirete perchè io fui felice come un maiale nel fango quando il capintesta dei capintesta dello Stato Italiano diventò Giorgio Napolitano.
Perchè Napolitano era l’Apparato Grigio fatto uomo.
E non fatevi fregare dall’aria da nonno che legge il giornale e dà le caramelle Rossana ai nipoti. Il Presidente della Repubblica è il comandante supremo delle forze armate. Cioè tecnicamente il Nonno d’Italia ha il controllo tombale e definitivo su roba che spara, bombarda, marcia e occupa. E c’è una sola figura che può realmente fermarlo: il piantone di guardia all’ingresso della caserma. Perchè se non sai la parola d’ordine della notte, pure se sei il Presidente, resti fuori come un coglione sotto la pioggia.
E questa è una delle cose più belle della democrazia militare italiana: il potere assoluto fermato da un diciannovenne pugliese col fucile e la gastrite.
Mattarella no.
Mattarella è diverso.
Persona mite, schiva, quasi francescana.
Io me lo immagino tipo James Senese quando venne al nostro festival rock — sì quello nel paese col nome da buco del culo — e noi, leggendo la scheda artista, avevamo preparato camerino da Guns N’ Roses: alcolici, robaccia, bagordi vari, pure una che aveva dichiarato disponibilità a fare la groupie culturale. E lui entrando disse solo: “Uagliù… altro che scheda artista… a me ormai serve la scheda badante”.
Ecco, Mattarella mi dà quell’energia lì. Napolitano no. Napolitano era il comunista istituzionale definitivo. Quello che pure mentre beve il tè sembra stia pianificando il compromesso storico con Saturno.
E poi c’era la signora Clio.
Donna di una eleganza e di una gentilezza che davvero voi non capite.
E qui apro una digressione fondamentale perchè le mogli dei potenti si dividono in due categorie: quelle che si comportano come amministratrici delegate del marito e quelle che restano persone. La signora Clio era persona.
Talmente persona che una volta contribuì al ricettario di mia madre con una ricetta napoletana di livello assoluto, roba da tramandazione orale tipo grimorio stregonesco culinario.
E fidatevi: quando la moglie di uno degli uomini più potenti d’Italia condivide con te il segreto di una pietanza regionale ben riuscita, quello è comunismo reale. Altro che il plusvalore.
Le donne queste cose le capiscono subito: condividere il cibo è condividere il potere.
E io Napolitano me lo immaginavo così.
Al Quirinale.
Durante feste incredibili dedicate a delegazioni africane improbabili e magnifiche.
Roba etnografica ma elegante.
Gente che entrava facendo cose assurde tipo girare piatti su bacchette, camminare con giare enormi in testa, indossare monili e anelli metallici che deformavano il corpo secondo tradizioni che noi occidentali guardiamo sempre con quella faccia da National Geographic e colonialismo represso.
E lui lì.
Grigio. Compostissimo.
Apparato outfit totale.
Con la signora Clio accanto.
E ogni volta indicava entusiasta qualche delegazione subsahariana con quel suo dito tremolante da nonno comunista internazionale e diceva: “Uh mammamì… Clìììo… guarda là… i dignitari della lontana Eritrea…” con quella boccuccia piegata a timida ammirazione e lo sguardo sempre rivolto a est.
Sempre a est.
Perchè il sol dell’avvenire sorge là.
E forse è per questo che a me stanno simpatici pure i nipponici e gli islamici che pregano rivolti da quella parte: l’est è una direzione politica prima ancora che geografica.
E la signora Clio applaudiva piano, composta, con quell’applauso da congresso sovietico fatto con misura, mentre il marito godeva nel vedere il potere esercitato nella sua forma più alta: non attraverso il terrore esplicito ma tramite il banchetto educato, il ricevimento sobrio, la tavola elegante, il rituale controllato.
Perchè l’Apparato vero non ama il lusso volgare.
L’Apparato è grigio.
E proprio per questo è terrificante.
E magnifico.
