Come capisci che è il momento di staccare? Cosa fai per realizzarlo?
Il momento di staccare è una di quelle cose subdole che sembrano buone e invece sono delle luridissime figlie di puttana concettuali. Il momento di staccare è quel pezzo di merda che si nasconde benissimo perchè non arriva urlando, non arriva tipo ispettore della ASL della tua anima che entra col blocchetto delle multe e ti dice “oh fermati!”. No. Arriva insinuandosi. Arriva con la voce rassicurante. Arriva con quel tono lì da “ma sì, prenditi un attimo per te…” che è la stessa voce che secondo me usano i serial killer quando convincono la gente a salire sui furgoni senza finestrini. E il problema è che a gente come me il momento di staccare non piace perchè è il pezzo che piace meno di se stessa. è il pezzo che ti dice che stai rendendo meno. è il pezzo che ti suggerisce che forse dovresti smettere di essere costantemente performante, giudicante, operativo, lucido, feroce, acceso, vigile, pronto. Ossia ti suggerisce di essere altro da te. E siccome io ho un rapporto patologico ma elegantissimo con il mio essere me stesso, questa cosa mi irrita profondamente.
Per esempio: il momento di staccare arriva esattamente quando senti che il flow della scrittura è massimo. Quando ti stanno uscendo le cose migliori. Quando senti che stai infilando parole una dentro l’altra come i pezzi del Tetris ma senza il panico sovietico della musichetta di fondo che già da sola dovrebbe essere riconosciuta come crimine contro l’umanità e non come colonna sonora di un gioco per bambini. Arriva lì e ti dice “fermati”. Oppure arriva mentre stai finalmente capendo perché percepisci una dissonanza in un rapporto a cui tieni e ti dice “no no, non pensarci adesso”. E siccome conosco già gli psicologi da discount dei commenti, no, non è una sega mentale. E sì, ne ho parlato con la persona dalla quale ogni quattro mesi devo andare per verificare tenuta e burnout professionale e di vita perchè il lavoro lo impone. Sembra una revisione ministeriale della testa. Tipo bollino blu dell’anima. “Buongiorno, favorisca pensieri intrusivi, compulsioni e residui di insonnia.” E no, non sono ancora diventato un ninfomane cerebrale che simula orgasmi intellettuali improduttivi. Non ancora almeno. Credo.
Il problema è che quel pezzo di me è intelligentissimo. Perchè sa che sulle seghe mentali non può battermi. Io sulle seghe mentali sono Pelé. Maradona. Il Messi delle elucubrazioni improduttive. Il Totti delle paranoie ben argomentate. Quindi lui cosa fa? Mi attacca con le tentazioni moderne. Le sigarette. I tramezzini cotto e maionese. Che per il mio cervello equivalgono a una botta di cocaina fatta col bancomat direttamente nel lobo frontale. E poi Kuntzville. La maledetta Kuntzville. La megalopoli dei Sim costruita in tredici anni di gioco matto e disperatissimo ma rigidamente compartimentato. Massimo un’ora al giorno. Regole precise. Urbanistica coerente. Economia funzionante. Famiglie storiche. Alberi genealogici più dettagliati degli archivi parrocchiali del Regno delle Due Sicilie. Una roba che se la vede un sociologo olandese piange e mi chiede i dati grezzi per una ricerca.
E invece il momento di staccare cosa fa? Mi sussurra “distruggi tutto”. “Cancella Kuntzville.” “Ricomincia.” “Cambia le famiglie.” “Fai una nuova lore.” E io ci casco. Sempre. Perchè è uno stronzo quel pezzo di me. Ma uno stronzo raffinato. Uno stratega. Un infiltrato. Un sabotatore col maglioncino beige della mindfulness. E quindi mi viene da comprare il pacchetto di sigarette. E quindi mi viene da mangiare un tramezzino. Tanti tramezzini. E attenzione perchè il tramezzino cotto e maionese della Selex non è cibo. è un’esperienza mistica. è una droga bianca compressa in triangolini molli. è una umiliazione gastronomica che però il cervello accetta come una madre tossica ma amorevole. Tu sai che ti sta distruggendo ma nel mentre dici “ancora uno”.
E quindi io passo magari un mese a fumare, mangiare tramezzini e ricostruire Kuntzville da zero. Con nuovi quartieri. Nuove famiglie. Nuovi adulteri. Nuovi drammi sociali. Una volta ho persino creato una corrente politica interna ai Sim che voleva la secessione fiscale del quartiere industriale dal quartiere residenziale perchè mi sembrava realistico. E nel mentre sento il senso di colpa crescere. Perchè ho staccato il piede dalle cose serie. Dalla scrittura. Dal lavoro. Dalle analisi. Dai progetti. E quindi poi torno. Torno più feroce di prima. Più performante. Più produttivo. Più ossessionato. Cercando di recuperare il tempo perduto come un tossicodipendente del rendimento.
E no, pure qui, prima che partiate con le diagnosi da reel motivazionale: non succede che migliora. Succede forse che quel pezzo di me ha ragione. Succede forse che io un reset non me lo imporrei mai da solo. Succede forse che senza quelle derive da cretino moderno io imploderei direttamente dentro una cartella Word aperta alle 3:17 di notte mentre sto correggendo per la settima volta la stessa frase perchè “non vibra abbastanza”. E allora quel pezzo infame mi prende per mano e mi porta al distributore automatico dei tramezzini.
E sapete la cosa peggiore? Che forse dovrei davvero imparare a farlo in modo sano. A staccare prima che sia lui a costringermi. Quantomeno per evitare le sigarette. Perchè il resto, sinceramente, è pure piacevole. Soprattutto i tramezzini cotto e maionese. Anche se sono della Selex. Che secondo me dentro ci mettono direttamente eroina alimentare o nostalgia infantile liquida. Non si spiega altrimenti.
