Qual è l’eredità che vuoi lasciare?
Le eredità sono una delle cose più complesse che esistano. E già qui voi fate l’errore tipico da esseri umani che guardano i concetti come le vacche guardano i treni: pensate subito ai soldi. Alla casa della zia morta senza figli. Alla guerra tra cugini per il servizio buono che nessuno userà mai ma che tutti vogliono perché dentro ci sta il satanico piacere di vincere una battaglia familiare. O al classico appartamento lasciato al figlio degenere che poi lo trasforma in un centro sociale privato di pizza surgelata, bong e umidità ai muri.
No. Le eredità sono materiali e immateriali. E soprattutto sono il modo con cui la gente prova disperatamente a convincersi che non morirà davvero. Che resterà qualcosa. Una traccia. Una puzza. Una bestemmia scritta male sopra un muro dell’esistenza.
Io per esempio — e voi lo sapete se frequentate questa fogna sentimentale che è il blog — ho già preparato da anni una cartellina intitolata “Se io dovessi morire”. Che già il titolo è meraviglioso perché sembra contemporaneamente un documento notarile, una minaccia mafiosa e un album indie folk registrato in Islanda da uno coi baffi e la depressione funzionale.
La consegno ogni primo dell’anno a mia moglie con appassionato bacio in bocca, brindisi, lenticchie e zampa di porco bardata da giarrettiera rossa tipo maiale fetish di fine capitalismo agricolo padano. Una tradizione romantica, se vogliamo. Più o meno come quelle famiglie che a Natale fanno il presepe, solo con meno Gesù Bambino e più ansia da decesso improvviso.
Dentro ci stanno istruzioni, password, documenti, robe burocratiche e tutta quella serie di cose che servono a evitare che tua moglie, nel dolore, debba pure bestemmiare davanti a un call center Aruba PEC o a un impiegato comunale col carisma di un copertone usato lasciato sotto il sole di Foggia ad agosto. E già questa è una eredità. L’idea che anche morendo tu debba continuare a essere organizzato. Che è una forma di controllo patologico elegantissima.
Poi ovviamente ci stanno le eredità materiali vere. Quelle che si toccano. Quelle che fanno litigare i parenti e venire l’orticaria agli avvocati. Nel mio caso sarebbero destinate a moglie e figlio una serie di collezioni di oggetti saldamente ancorati al Giappone e alle sue adorabili psicopatologie estetiche.
Katane, wakizashi, lame varie che creeranno una quantità di cazzinculogravissimi burocratici notevole, perché lo Stato italiano tollera tutto — evasione, corruzione, ministri col QI da yogurt caldo — ma quando vede una lama giapponese entra in modalità “oddio il samurai”. E quindi licenze, rinnovi, denunce, custodie, carte, timbri e qualche maresciallo convinto che da un momento all’altro tu possa uscire urlando BANZAI dal balcone del centro storico.
Poi ci sono i bonsai. E qui già sento qualcuno dire “che cosa zen”. Zen un cazzo. I bonsai sono piccoli vecchi infami vegetali che ti insegnano il concetto giapponese di disciplina attraverso il ricatto emotivo. Perché se sbagli una annaffiatura loro muoiono. Se esageri con l’acqua muoiono. Se li poti male muoiono. Se li guardi storto probabilmente muoiono pure lì, per dispetto.
E allora via con defogliazione, pinzatura, impostazione, potatura estiva, autunnale, trattamenti settimanali, controllo dei parassiti, attenzione al drenaggio, alla luce, all’umidità. Altro che “piantina rilassante”. Un bonsai è praticamente un neonato giapponese reincarnato in acero che pretende dedizione assoluta e silenziosa sofferenza.
E poi c’è il computer. Quello è forse il pezzo più pericoloso dell’eredità. Perché dentro ci stanno anni di file .doc e .scriv — e se vi definite scrittori e non sapete cos’è Scrivener, spiegatevi da soli perché l’editoria occidentale sembri un gigantesco cassonetto della carta pieno di autobiografie di influencer tristi e poesie scritte andando a capo a caso.
Ah le poesie. Quel genere meraviglioso dove basta scrivere:
“il dolore
cade
come pioggia
dentro
me”
e improvvisamente qualcuno ti pubblica pure. Povera Amazzonia quanti alberi abbattuti per questa roba. E non parlo della foresta, parlo proprio della piattaforma: pure Bezos a un certo punto secondo me apre certi manoscritti e dice “madonna che monnezza”.
In quei file invece ci stanno racconti, appunti, biografie criminali, studi, robe sulla Camorra Barese, personaggi che nessuno dovrebbe amare e che invece io amo raccontare perché le storie brutte spesso spiegano l’umanità molto meglio dei santini motivazionali di LinkedIn. E sì, diciamolo: da morto probabilmente venderei pure di più. Perché il morto tira sempre. Il morto affascina. Il morto improvvisamente diventa “voce necessaria”. Da vivo sei un coglione polemico, da morto sei “uno sguardo lucido sul contemporaneo”.
Purtroppo però la Camorra Barese non mi ammazzerà mai, perché ci so parlare. E questa cosa, commercialmente, è un danno enorme.
Poi c’è la grossa eredità. Il patrimonio immobiliare familiare. Inclusa la palazzina storica che sto ristrutturando e per cui attualmente vivo praticamente dentro un deposito che sembra la tana di un accumulatore seriale impazzito, uno di quelli che se apri la porta trovi cartoni di pizza, cassette degli attrezzi, Peroni vuote, fili elettrici senza funzione apparente e lui in vestaglia che si masturba leggendo “Cavalle & Segugi” seduto sopra una sedia rotta come un Bukowski pugliese con due dita nel culo della depressione.
E però io a quella palazzina ci tengo da morire. Perché dentro c’è una idea precisa di eredità: lasciare a mio figlio la stessa libertà che è stata lasciata a me. La libertà di professionalizzarsi in ciò che vuole e non in ciò che crede di dover fare. Che è una differenza enorme. È la differenza tra vivere e timbrare il cartellino dell’esistenza aspettando il cancro o il mutuo definitivo.
E questa cosa richiede sacrificio. Tantissimo. Perché come diceva mio nonno — e io avevo già ventitré anni ma per lui ero comunque “bambino mio” — “sei uno tosto, altri come te starebbero già sputtanandosi le proprietà tra carte e signorine allegre”. Mio nonno era elegantissimo perfino nelle metafore sulla zoccolaggine. Un poeta rurale della disciplina patrimoniale.
Poi però ci stanno le eredità immateriali. Che sono le uniche che contano davvero, anche se fanno meno scena dal notaio. E lì il discorso si semplifica brutalmente: schiena dritta.
La mia parola vale. Quello che penso non è in vendita. E nessuno deve convincermi che l’umanità di qualcuno valga meno della mia. Nessuno. Né il colore della pelle, né il passaporto, né i soldi, né la religione, né il fatto che uno abbia avuto più fortuna o meno disgrazie.
Siamo tutti fatti della stessa sostanza umana: bellissima, puzzolente, fragile, vigliacca, meravigliosa. Tutti quanti. E se vedi qualcuno che sta annegando — nel mare, nella vita, nei debiti, nella depressione, nella solitudine, nella sfiga — tendere una mano, pure piccola, pure imperfetta, resta sempre una cosa che il giorno dopo ti fa guardare allo specchio leggerissimamente meglio.
Che poi è il massimo a cui possiamo aspirare noi esseri umani: guardarci allo specchio senza venirci completamente il vomito.
Non rompete il cazzo, credo davvero che sia tutto qui.
