Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Qual è un piccolo miglioramento che puoi apportare alla tua vita?

Se mi chiedete quale lieve cambiamento apporterei a me stesso, già partiamo male.
Ma male davvero, cazzo.
Perché dentro quella domanda c’è un torto gigantesco, proprio strutturale: l’idea che io sia una persona che si piace. 

E voi questo lo pensate davvero. Lo vedo. Siete convinti che io abbia una specie di autostima granitica da villain intelligente di serie vincenti del cazzo, uno che si guarda allo specchio dopo aver detto una cosa feroce e pensa “madonna quanto sono affascinante”. E invece no – lo dicono le amiche di mia madre di me, non io. Io sono una di quelle persone che, se scava più a fondo dentro se stessa, trova sempre un nuovo motivo per essere in disaccordo con sé medesimo.
Una specie di trivellazione petrolifera dell’inadeguatezza, solo con meno Texas e più psicanalisi da discount.

Poi però i prompt sono debiti. 

E quindi qualcosa ve la devo pur dire, se no finite a lamentarvi che oggi sono stato indefinito. E qui apro una parentesi che mi manda proprio ai matti: quelli che usano la IA per scrivere i post fingendo di averli scritti loro.
Attenzione: non parlo di chi lo dichiara e ci fa esperimenti narrativi sopra, che anzi certe volte vengono fuori robe bellissime, quasi situazioniste, dadaiste, una specie di cut-up di Burroughs però con meno eroina e più worldbuilding ultraspecifico.
No.
Parlo di quelli che prendono il pappone generato, lo incollano sul blog e poi fanno finta che venga dal loro cervello. E lì nascono quelle aberrazioni narrative in cui se chiedi “qual è il tuo personaggio preferito?” ti rispondono con una sagoma motivazionale senza volto, senza odore, senza carne: “un uomo resiliente che affronta le sfide della vita senza perdere la capacità di amare”.
Ma chi cazzo è? Un TED Talk con la pressione bassa?
Oppure chiedi quale concerto li abbia cambiati e ti descrivono una esperienza emotiva talmente generica che potrebbe essere stata tanto ai Radiohead quanto a Franco Califano, ai Gwar o alla sagra della cozza pelosa con tribute band di Vasco Rossi.
E tu non capisci se sul palco ci fosse Regina Spektor o Sal Da Vinci, che sono due mondi canori talmente distanti che uno ti fa venire voglia di fumare malinconicamente guardando la neve da una finestra di Brooklyn e l’altro ti fa venire voglia di urlare “ROSSETTO E CAFFÈ” abbracciato a uno zio sudato a una comunione.
Eppure loro scrivono tutto con lo stesso tono beige, lo stesso entusiasmo sintetico, la stessa plastica del cazzo attorno al cazzo – cioè un preservativo usato.
E tu leggi e senti proprio il rumore della macchina che mastica banalità e le sputa fuori tiepide come il cappuccino delle macchinette negli ospedali anzi nell’ospedale la notte che nacque mio figlio.
E il peggio è che loro credono davvero di aver scritto qualcosa. 

Questa cosa mi affascina e mi terrorizza insieme: l’essere umano che delega pure la propria voce e poi si guarda allo specchio pensando di avere ancora un volto.

Quindi potrei dirvi che il cambiamento lieve che vorrei fare è imparare a gestire meglio la procrastinazione.
Quella cosa per cui il cervello a un certo punto entra in modalità random, tipo jukebox rotto di bar di provincia, e arrivano sigarette, finestre aperte, video assurdi sulle guerre puniche o improvvisi bisogni di leggere per quaranta minuti la biografia di un bassista morto nel 1987.
Ma ne abbiamo già parlato ere geologiche fa e quindi non facciamo i remake tipo Hollywood che prende un film perfetto e lo rifà con Zendaya perché pensa che basti la fotografia beige a renderlo moderno. Però Zendaya è bbbbbbona.

Oppure potrei dirvi che vorrei gestire meglio certe insicurezze che mi scattano con mio figlio. 

E qui entriamo nel territorio minato dove i padri della mia generazione fingono di essere colonne romane e invece dentro sono mozzarella lasciata non si sa perchè – o meglio, meglio non dire perchè – sul termosifone.
Perché ogni volta che c’è un attrito tra me e lui, pure minuscolo, io ci sto male. Sempre. E ci sto male perché vedo che lui soffre quando litighiamo, pure se magari ha torto marcio, pure se sto facendo il padre e non l’animatore turistico emotivo.
E allora cosa faccio?
Dopo dieci minuti torno lì come un cane bastonato sentimentalmente e provo a mettere in bella copia la lite di prima. Spiego. Argomento. Traduco. Cerco di ricostruire. E forse non dovrei. Forse dovrei lasciare che senta il vuoto di quel conflitto, perché magari il vuoto insegna più delle parole e certe assenze momentanee servono a capire il peso delle cose.
Ma niente. Ricasco sempre.
Come certi ex tossici che smettono con la droga ma poi si sfondano di nostalgia e sensi di colpa.

Oppure potrei dirvi che vorrei smetterla di sentirmi inadeguato o rifiutato a volte da mia moglie. 

E qui già vi sento: “ma come uno con tutte le tue esperienze?”.
Sì.
E non rompete il cazzo.
È proprio quello il punto. Le esperienze servono moltissimo con le persone di cui non ti importa davvero. Quando invece tieni a qualcuno sul serio, il cervello torna adolescente. Diventa una bestia impaurita che interpreta il silenzio come rifiuto, la stanchezza come distanza, la tristezza come colpa tua.
E razionalmente io lo so che non è così. Lo so benissimo.
So che certe cose scavano dentro le persone indipendentemente da te. Ma le paranoie sono come i venditori di depuratori d’acqua: entrano lo stesso in casa anche se sai perfettamente che sono cazzate. E di solito le compri e le fai comprare ai parenti stretti per avere lo sconto.

E allora no, sapete che vi dico?
Farò il bieco materialista.
Ma nemmeno troppo, che pure il corpo alla fine è psiche che ha deciso di diventare carne e pancetta.

Vorrei semplicemente che il metabolismo si svegliasse un po’ di più. Ecco. Questo. Una roba minima. Un sindacalissimo risveglio metabolico permanente. Perché il mio metabolismo funziona benissimo primavera-estate, poi arriva la stagione FW — Fall Winter, non “Forward” come credono i coglioni motivazionali che usano termini inglesi a cazzo per sembrare CEO di sé stessi — e il mio corpo decide che è tempo di andare in letargo.
Come un orso. Attenzione: orso. Non indecor-orso.
Non “uomo che ansima salendo tre scalini” o che ti prende da dietro e senti prima la pancia prominente e la barba ispida e ti dice “lo so che ti piace”.
Orso. Massiccio, peloso nell’anima, lievemente minaccioso ma con una sua dignità nordica.

E credo che per oggi basti così. 

Perché già mi sembra di avervi dato accesso a troppe stanze interne del castello. E poi voi avete questo vizio terribile di trasformare le confessioni in arredamento emotivo. Vi appendete alle fragilità altrui come quei quadri astratti che nessuno capisce ma tutti fingono di amare perché fanno sembrare profondi.

E io profondo magari sì.

Ma arredamento, al massimo, minimal e brutalista.

Quindi sì: nudo e crudele.

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Una risposta

  1. Avatar Nemesys

    Ognuno abbiamo le nostre fragilità e come dici sempre: c’è un diritto ebrivesciobdella medaglia anche in noi e forse la cosa migliore è sapersi accettare senza mai escludere che si può migliorare in tutto. Buona giornata.

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