Come sapete — o ve lo dico io così almeno mettiamo un punto fermo — da figlio di genitori molto comunisti, molto militanti, molto dirigenti locali, ho avuto un’infanzia funestata da una cosa che ancora oggi mi provoca postumi di infiniti e atroci traumi mentali: i giocattolai di sinistra e i negozi di giocattoli comunisti.
Posti tristissimi, ma di una tristezza quinquennalmente strutturata, ideologica, con oggetti di legno levigato che sembrano usciti da un seminario pedagogico montessoriano del cazzo – lei li menava i figli – invece che da un incubo infantile, senza il minimo accenno di elettronica, senza una pistola, un laser, un’esplosione, niente, solo concetti sottesi di parità, uguaglianza, condivisione che a un bambino dovrebbero essere vietati per legge finché non esiste davvero una società comunista, perché altrimenti succede una cosa molto semplice e molto concreta: tu condividi e gli altri si prendono tutto e tu resti senza un cazzo con cui giocare, che è una lezione bellissima ma anche una fregatura colossale.
Di comunista va bene solo “Il mio primo bambino” del Dottor Marcello Bernardi, Sant’Uomo e Apostolo laico. Manuale scritto da un pediatra che ha fatto il sistema sanitario nazionale, con illustrazioni di Guido Crepax. Ne riparleremo.
Questa cosa dei giocattoli comunisti però la capisci dopo, perché se non conosci alternative tutto ti sembra comunque bello, o quantomeno accettabile, e quindi quando in casa insieme ai dischi “seri” cominciano ad arrivare oltre ai giocattoli i dischi della Libreria del Sole — tutti i morti loro e di chi ha aperto quella libreria-giocattoleria comunista — tu cosa fai, li rifiuti?
No, sono regali, e i regali sono una cosa bella, ti hanno insegnato così, quindi evviva, e siccome devi anche essere un bravo bambino, come sapete bravobravissimo, evviva due volte, anche se già lì dentro qualcosa non torna ma tu non hai ancora gli strumenti per dirlo e per proporre un sessantotto anzi un ottantacinque da Autonomia Operaia coi sassi contro un genitore troppo PCI e troppo CGIL – se non c0avete sti concetti ripassate un qualsiasi manuale di storia italiana alla pagina anni di piombo e anni 70 e mettetemi nella parte dei cattivi di sinistra.
Loro mettono il disco.
Tu ti siedi con mamma e papà.
Ti spiegano le cose, come gli hanno spiegato a loro che si devono spiegare, perché così si crea quella cosa che in America chiamano quality time, che detta così sembra pure una figata ma poi guardi l’America di oggi e pensi al quality time che forse non è proprio un modello, e poi pensi a certe derive tipo Pure Taboo e a tutte quelle famiglie con “step” infilato ovunque — matrigna, patrigno, sorellastra — e capisci che quando cominci a strutturare troppo il tempo familiare succede che diventa tutto creativissimo ma anche profondamente disturbante, e io capisco tutto ma per certe cose o sei troppo piccolo o sei abbastanza grande, altrimenti sei malato, tipo scoparti la zia, ma questa è una parentesi che non c’entra e forse invece c’entra perché quello su una zia dovrebbe essere un post strappalacrime e non so nemmeno se lo pubblicherò, dipende se avrò il coraggio o se WordPress farà lo stronzo e me lo riproporrà e allora a quel punto se non volete soffrire saltate pure, non me la prendo.
Comunque il disco si chiama “L’arca”.
Vinicius de Moraes. Testi di Sergio Endrigo.
E già qui uno dovrebbe capire che non sta per succedere niente di leggero, ma se non hai mai sentito davvero “La bella famiglia” o, peggio, “San Francesco”, non puoi capire il livello di tristezza che può infilarsi dentro una cosa venduta come poesia per bambini.
Tu sei lì, con i tuoi genitori, e fai quello che deve fare un bambino: sorridi, annuisci, partecipi, fuori ridi e dici che bello, dentro pensi cazzo che triste, cazzo che male, questa roba mi sta spegnendo pezzo per pezzo e non capisco perché, porca bagascia lurida della morte dei sorrisi travestita da educazione.
E il punto non è nemmeno quello.
Il punto è che quella cosa lì è un momento con loro.
Un regalo loro.
E quindi si crea un corto circuito sporco, una cosa che ti lega a qualcosa che ti fa male perché dentro c’è anche l’unica cosa che ti serve davvero: loro.
Perché poi loro lavorano.
Tanto.
E tu stai a casa tua dove loro non ci sono ma ci sono i nonni. E a un certo punto ti mancano loro.
E scopri che quella musica, quella roba tristissima che vorresti non esistesse, è anche l’unico modo che hai per sentirli vicino.
E quindi la rimetti. Da solo.
Con una disciplina quasi religiosa, visto San Francesco.
Lato A, lato B – grazie Francesco Bianconi Grazie! – di nuovo, di nuovo ancora, fino a sapere tutto a memoria.
E sorridi, perché così sembra che loro siano lì, e ti senti meno solo, ma dentro continui a pensare che è triste, che fa male, che sei solo e che è una merda dover usare quella roba lì per non esserlo e sentirli vicino.
E finisce sempre nello stesso modo, che è un modo che non auguro a nessuno ma che evidentemente mi serviva: ti chiudi in bagno, ti metti un asciugamano in faccia per non farti sentire, tiri lo sciacquone per coprire il rumore, piangi, ma piangi davvero, con una violenza che non ha niente di educativo, urli un secondo, poi ti lavi la faccia, esci, sei vuoto e quindi stai meglio, e torni a giocare coi Masters, che almeno quelli sparano, combattono, hanno un senso semplice, e torni a fare il bambino normale come se niente fosse.
Poi passa.
O meglio, si sposta.
Arrivano gli amici, il campetto, quelli più grandi, i manigoldi della quinta e delle medie mentre tu sei ancora piccolo, le case degli altri, la sorella dell’amico, le giornate che si allungano fuori casa, e smetti di sentirti solo in quel modo lì.
“L’arca” sparisce.
O almeno così sembra, perché ogni tanto, quando sei triste, ti torna in testa una frase, una melodia, “Guarda San Francesco, sul suo cammino, a piedi nudi il poverino”, e non capisci perché, non colleghi, perché la testa fa quello che deve fare per sopravvivere: cancella, sposta, nasconde.
Poi un giorno, anni dopo, mentre stai cercando altro — credo “Atom Heart Mother”, perché la vita ha sempre bisogno di un contrasto — ti capita tra le mani quel disco. Lo guardi e senti due voci, una che ti dice che lo ascoltavi da piccolo e un’altra che ti dice (cit.) stronzo coglione lascia stare, non sei più piccolo, fidati, pazzinculo.
E ovviamente non ti fidi. Lo metti su.
E dalla prima nota stai male.
Ma male davvero.
Ansia che sale, stretta, una cosa fisica, sporca.
E potresti spegnere, ma non lo fai, perché ormai sei fatto così, e vai fino in fondo, e quando arriva “San Francesco” crolli, piangi, tremi, lacrime brutte, senza dignità, senza filtro.
Gridi pure un “Cazzo perchè mi devo fare questo?!”
Finisce, spegni, lo rimetti via.
Non lo butti.
Non puoi.
Sai dov’è.
E sai che lì dentro c’è qualcosa di tuo, di preciso, di profondo, qualcosa che tieni nascosto ma che deve restare vivo finché sei vivo, perché non puoi uccidere un pezzo di te senza diventare qualcosa che non riconosci più.
Però una cosa la decidi.
Non come elenco, non come manifesto, ma come promessa fascistissima e precisa che ti resta addosso: tuo figlio non dovrà passare da quella roba lì per sentirti vicino, tuo figlio potrà dire “tettazze” senza che qualcuno gli spieghi il significato politico della parola, tuo figlio saprà che esiste un confine tra mio e tuo prima di doverlo negoziare con il mondo, e soprattutto tuo figlio ti avrà vicino, perché non farai mai un lavoro — né uno, né due — che ti porti via così tanto da costringerlo a cercarti dentro un disco.
Perché cazzo, il comunismo prima dei dieci anni va vietato.
E perché però il comunismo, quello vero, quello vissuto fino in fondo, i miei se li è presi un po’, come un secondo lavoro, e già bastava il primo.
E questa cosa gliel’ho detta, anni dopo, quando ormai potevo permettermi di non essere più solo mentre parlavo.
E gli ho detto anche il resto, che è la parte che salva tutto e rende impossibile odiarlo davvero: che non è vero che il comunismo uccide, che se lo vivi bene è una cosa bellissima, che ti libera: prima di tutto da te stesso, e che la felicità che ti dà fare qualcosa per la libertà degli altri non ha prezzo.
Solo che da bambino non lo sai.
Da bambino capisci solo quando sei solo.
E da grande ti chiedi come ti suggerisce quel grande Apostolo di Francesco Bianconi
‘Ma poi che gusto c’è a vivere, senza mai farsi del male? Senza ogni giorno e ogni notte rivivere il proprio inferno banale?’
