Cosa significa libertà per te?
La libertà è una parola di merda.
Non nel senso che sia brutta, eh. Nel senso che è una di quelle parole che tutti usano convinti di sapere perfettamente cosa significhi e invece ognuno sta parlando di una roba diversa. Tipo “famiglia”, “amore”, “rispetto”, “apericena”: parole che sembrano chiarissime finché non chiedi a qualcuno di spiegartele davvero e lì comincia il festival della supercazzola emotiva.
Per alcuni la libertà è semplicemente fare il cazzo che si vuole.
E ci starebbe pure come definizione. Sarebbe bellissima, anzi. Primitiva, semplice, quasi elegante nella sua brutalità. Il problema è che se tutti ci mettessimo a fare esattamente il cazzo che vogliamo, come atomi impazziti di uranio parecchio arricchito finiremmo inevitabilmente per fare “contatto”. Che è la stessa espressione che si usa quando i cavi elettrici cominciano a scoppiettare perché la presa è infilata male e improvvisamente senti odore di plastica morta e capisci che qualcuno sta per bestemmiare forte.
E sai che bel casino succede.
Quindi arriva uno stronzo qualsiasi — mai abbastanza ringraziato, perché spesso i concetti che tengono in piedi il mondo li formulano proprio persone che immagini noiosissime — e ti dice: “La tua libertà finisce dove inizia quella altrui”.
E lì già cominciamo a ridimensionarci.
Perché allora non è che puoi fare proprio tutto ma proprio tutto il cazzo che ti passa per la testa. Ci sono i limiti degli altri. Orizzontali, diciamo. Ma il problema è che non finiscono lì. Perché oltre ai limiti orizzontali ci stanno pure quelli verticali. E quelli sono i peggiori.
Perché importano parole strane, fumose, spesso comprese male o non comprese affatto: morale, etica, società, antropologia, cultura, anatomia. Sì, anatomia pure, perché ci sono libertà che il corpo stesso decide di sabotarti a un certo punto, e auguri a discutere con la cartilagine del ginocchio o con la pressione minima.
E quindi il discorso si restringe ancora. Non solo in larghezza ma pure in altezza. Diventa una specie di cubicolo esistenziale arredato male.
Allora forse la libertà non è un oggetto. È uno spazio.
Piccolo o grande, cambia da persona a persona, ma sempre spazio è: quello dentro cui sei davvero nelle condizioni di fare lo stracazzo che vuoi senza doverti mettere ulteriori freni da solo, visto che già il mondo intorno passa il tempo a mettertene abbastanza.
E qui entra in scena il mio amico trucido, che recita sempre con enorme profitto — e con portfolio, che ho scoperto dopo, quindi non è nemmeno improvvisazione ma quasi libera professione — il ruolo del terzo fin troppo comodo invitato al centro di coppie molto organizzate per prendersi adamiticamente cura delle adamitiche o evesche necessità della lei di coppia.
Che già detta così sembra antropologia applicata al porno colto.
E lui, paradossalmente, ha una definizione perfetta di libertà.
Perché per lui la libertà coincide proprio con uno spazio. Letteralmente. La casa. La stanza. Anzi no: tutte le stanze dentro il perimetro catastale calpestabile dell’immobile, balconi esclusi, perché a quanto pare anche la dissolutezza ha un suo regolamento edilizio implicito.
E attenzione: quando lui dice che frequenta solo coppie “ospitali” non sta dicendo che gli offrono il caffè o gli mettono l’asciugamano pulito. No. “Ospitali” è una certificazione tecnica. Significa che certe cose le fanno direttamente a casa loro.
E a sentire lui, quello è il luogo dove la moglie è finalmente libera da tutte le costrizioni e può fare esattamente quello che Biondoddio le fa passare per la testa davanti a un uomo che, teoricamente, pur contravvenendo a patti strani di fedeltà e robe ancora più strane di giuramenti solenni suggellati da ferro e acqua santa, essendo suo marito dovrebbe essere lì a gridare “Che cazzo fai infame!” e invece si sistema meglio sul divano e fa “Ah no prego, sai, a lei piace tantissimo così…”
Perché pure lui è libero.
E qui arriva la parte più bella.
Perché quando chiedi al mio amico bull dove sia la sua libertà, visto che in quella situazione piena di persone liberissime lui è l’unico che sta lì con un ruolo preciso, delle aspettative addosso e probabilmente pure una performance review implicita, lui ride e ti dice:
“Io sono sempre libero, se mi rompo il cazzo o se lei è inguardabile, di andarmene.”
Con garbo comunque.
Perché loro sono stati ospitali.
