Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Quali sono i tuoi marchi preferiti e perché?

Qual è il mio marchio preferito.

Di marchi preferiti sono piene le fosse, questo potete appuntarvelo come citazione senza passare dalla segretaria e senza compilare i borderò per i diritti perché l’ho lasciata in creative commons, prendetela, usatela, tatuatevela se vi serve. E lo dico perché, come sempre, è complesso parlare di qualcosa di “preferito” quando uno ha avuto il pessimo vizio di evolversi: c’è il preferito di quando avevi cinque anni, quello di quando ne hai quarantacinque, e in mezzo — come una scala di grigi che non ha ancora deciso cosa vuole essere — ci stanno mille altri marchi, mille altre infatuazioni, tutte temporanee, tutte serissime mentre durano.

I marchi esistono perché, come dice quell’apostolo minore di Chuck Palahniuk — che scopri molto dopo che quei corsi online che hai seguito non ti insegnano a scrivere minimal, ma ti insegnano a scrivere immersivo, adesivo, che è un’altra cosa e se non lo capisci continui a fare il minimalista sbagliato — dicevamo, come sostiene quel tipo lì, “le cose che possiedi alla fine possiedono te”. E perché l’Occidente è un grande mercato. E che cazzo è un mercato se non un posto pieno di cose con dei marchi sopra belli chiari, pronti a dirti chi sei mentre fai finta di scegliere?

E allora, chiaramente, il mio marchio preferito adesso non può più essere “Chicco dove c’è un bambino!” — anche se prima o poi vi racconterò quella cosa incredibilmente spaventosa che feci come scherzo a una donna che ancora oggi divide con me il letto fingendo di aver dimenticato quella scena oggettivamente inquietantissima, perché l’amore spesso è la risposta a tutto, o almeno è una toppa fatta bene. Non è più neanche Boxeur des Rues, che era una marca napoletana che non si capiva perché si desse un tono francese, ma aveva quell’estetica un po’ skinhead, collaborava con Leone, e quindi quando facevo boxe era un must. E mio fratello — apostolo delle sintesi — coniò quella frase perfetta, “AK37 veste solo Boxeur des Rues”, in quel tempo, sempre in quel tempo, mai senza in quel tempo, quando mettevo dischi con quel nome d’arte in quella discoteca per chierichetti comunisti e sbevazzatoio per alternativi vari, e io ero quello e vestivo solo quella roba: felpe, jeans, pantaloncini, polo — mamma mia le polo, che fissazione.

Una costante però c’è. Non è nemmeno una preferenza, è più una roba imposta. Imposta dalle circostanze, che se andate a recuperarvi il primo post di risposta ai prompt capite meglio, ma in sintesi: in casa mia è entrato un Apple Computer quando avevo cinque anni, e da lì la Apple si è presa un pezzo del cervello di mio padre, e quindi indirettamente anche del mio. E Apple ha questa cosa — questa seduzione tattile del Maligno — per cui se inizi a toccarla, a usarla, a starci dentro, non ne esci più. Prima perché parlava proprio un’altra lingua, letteralmente: sistemi diversi, logiche diverse, ma come ti risolveva i problemi quell’ordinatore — sì, ordinatore, dal francese, perché faceva ordine davvero — non lo faceva nessuno. E poi perché ti abitui. E quando ti abitui a una cosa che funziona, col cazzo che torni indietro.

E oggi, con tutte le integrazioni, le interfacce familiari, le robe che parlano tra loro come se fossero una famiglia felice — cosa che noi non siamo mai del tutto ma ci proviamo — Apple e gli iPhone sono diventati strumenti di vita, non gadget. Anche mia moglie, che non è una fanatica della tecnologia, ve lo direbbe: era restia, le si rompe il telefono, le do un vecchio iPhone 6 — uno dei migliori mai fatti, diciamolo — e lei fa “cazzo è tutto di un intuitivo!” e da lì fine, persa anche lei. Toglile l’iPhone adesso, vediamo come va.

Quindi sì, sarò pure banale, ma se devo pensare a un marchio costante nella mia vita è quello. Tutto il resto è andato e venuto seguendo i miei capricci di gusto, le mie evoluzioni, l’andirivieni del mercato — i jeans Uniform non li avrei cambiati con niente al mondo, le sneakers D.A.T.E. erano religione pura, poi Uniform chiude e il piede decide di crescere a quarantacinque anni — che già è una roba che ti fa bestemmiare — e supera il numero massimo che fa D.A.T.E., che per qualche cazzo di motivo si ferma al 46 a pianta stretta, cioè praticamente una presa in giro.

Per cui sì, Apple tutta la vita. Ma tranquilli, non sono uno di quei fanatici da fila fuori dal negozio tre giorni prima dell’uscita. Io sono della vecchia scuola: i device li tengo finché non muoiono, e conoscendo la nuova Apple non compro mai neanche il penultimo modello, perché è evidente che il migliore, per me, è sempre il terzultimo. Sempre. Comunque. E questa, più che una preferenza, è sopravvivenza con stile.

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17 risposte

  1. Avatar Vittorio Tatti

    Premetto che darei fuoco ai prodotto Apple, ma va bene: i gusti sono gusti.
    Ad avermi fatto storcere il naso è stato l’uso della parola device anziché dispositivo,

    Vieni, segui anche tu questo blog: https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Uno che usa la parola “ordinatore” invece che computer e viene bacchettato per device potrebbe arrabbiarsi! 😉

  2. Avatar 2010fugadapolis

    Certo che questi di WP ci si impegnano con i “Daily Prompt”… 😉
    Non ho marchi preferiti, ma ho un metodo che in sintesi segue la tua logica: di base mi affeziono a qualsiasi cosa mi segua e sopravviva con me per almeno 30 anni solari. Però la preferenza è legata al singolo oggetto: ovviamente se l’oggetto ha un marchio la preferenza si estende ad esso ma non in assoluto.
    Attaccarsi al marchio, visto il costante decadimento della qualità, vuol dire delusione inevitabile ed automatica.
    Ad oggi, secondo questa logica, i marchi “preferiti” sono: Rolex, S&W, Alpes Inox. Tutti gli altri sono “nelle fosse”. Visto? TI ho già citato 😉

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Rolex per me è una bestemmia.
      Per una ragione precisa e chiara.
      Si è trattato, dall’origine ad oggi, di un marchio valido e robusto che, nel tempo,m si è apprezzato con logiche anche del migliaia% senza una ragione chiara che non fosse il marketing e le poco chiare operazioni di compressione produttiva – a margine della sovraesposizione del marchio come sponsor in eventi chiaramente exclusive.
      Ricordiamoci però la verità, spesso nascosta quando si vuole mettere il marchio in “politica” e si tira ad esempio fuori la faccenda dei “comunisti col Rolex”.
      Il segnatempo in questione era, a fine anni ’50 (quando le prime immagini di Castro e Guevara cominciarono a circolare ritraendoli smargiassi con due orologi al polso ciascuno), un onesto orologio di un qualche pregio ma con prezzi e accessibilità chiare anche per una famiglia semplicemente piccolo borghese. Ne sia testimonianza il fatto che al primo laureato della famiglia, Ernesto Guevara, suo padre gli regalò un Datejust – valore di mercato del tempo sul migliaio e mezzo di euro attuali. Una serie di altri orologi (submariner e GMT) furono poi trafugati come “espropri” durante la rivoluzione – le collezioni di Batista e dei suoi tirapiedi facevano ridere gli americani ma erano indubbiamente oggetti di culto per la poverissima popolazione cubana.
      Nel tempo, dimenticandosi di questa realtà, si è costruita una narrazione politica dove non era necessario.
      Ora come ora la PAGANI – marchio cinese che produce repliche di scena – propone la riedizione di tutte le collezioni Submariner e GMT per il mercato del cinema, a prezzi irrisori ma con una qualità da falso d’autore. Non ti nascondo che dopo una collaborazione con una produzione curata da professionisti collegati anche a Gomorra, chiesi di essere pagato con oggetti di scena e quindi con le loro collezioni di “Pagani” che ogni tanto indosso. Se mai e dico mai dovessi acquistare un Rolex – lo vedo proprio impossibile – dovrebbe essere un modello iconico per ragioni di storia del modello. E quindi accetterei di svenarmi solo per un modello come il Coke della GMT Master2 (perchè Guevara ne indossava uno quando morì, regalo di “addio” di Castro che lo aveva trafugato dalla camera da letto di Batista e il modello non è stato mai ritrovato) oppure un TigerEye GMT Master2 – spin off di pregio della colorazione Rootbeer con i nipple e il quadrante in madreperla marroncina.

      1. Avatar 2010fugadapolis

        Concordo sul parallelo Rolex-Bestemmia. Oggi. Per me (informatico fra le altre mille cose della prima ora) vale anche per Apple. Stessa strada, stessa filosofia. Una cosa è un “Apple IIE” Made in Cupertino (so che sai cosa vuol dire), altro è un “non so come cazzo si chiamano adesso”, 6K Euro in versione base, Made in China. 😉
        I tre marchi che ho citato identificano tre oggetti specifici che – come detto – hanno il merito di accompagnarmi a vario titolo da oltre trenta anni senza mostrare incertezze, sopportando insieme a me tutti i casi della vita:
        Rolex, per un Submariner 5513 del 1989, comprato nuovo di pacca da un concessionario di Lugano per un milioneduecentonovantamilalire dell’epoca (uno stipendio intero) e che inspiegabilmente oggi vale dieci volte tanto. Botta di culo, me lo tengo stretto (un giorno ti parlerò di come l’ho portato indenne anche nei quartieri spagnoli).
        S&W, per una Chief Special Mod. 36, risalente al 1979 (così dice il numero di serie) appartenuta a persona a me carissima, che dal 1995 (anno in cui mi fu regalata) adorna ed appesantisce quotidianamente la mia cintura.
        Alpes Inox, per un piano cottura, un lavello a due vasche ed una cappa aspirante che fanno parte di una cucina risalente al 1993 alla quale tengo talmente tanto che quando mi sono costruito la casa dove abito ho tirato su i muri a misura per farcela entrare.
        Alla fine è tutta questione di reggere il tempo che passa. Ci sono cose che durano e cose che no.

      2. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Mi piace come ne parli. Ti voglio bene.

      3. Avatar 2010fugadapolis

        Pure io 😉 Occhio che ho ancora un bel pezzo della seconda parte del libro da scrivere, guarda se non ci finisci in mezzo… approfitto per chiederti: nel caso, ho il tuo permesso?

      4. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Sì lo hai!

  3. Avatar Francesca

    Non mi interessano i marchi non li scelgo , li lascio a chi s’illude, gli oggetti che mi sono rimasti con marchio sono un’eredità che tengo stretta , souvenir de ma vie! Ciaoooo Domenico occhio vivace umoristico e ricco di storie già deluso non illuso, giovane uomo, ami, ti commuovi, t’ incazzi ,forse sghignazzi 😘

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Sghignazzo spesso e un sacco. Ma piango pure e grido!

  4. Avatar Francesca

    Ti credo e comprendo eccome!!! Caro Domenico sono molto solidale con chi si mostra come e . Appartengo alla stessa specie umana al femminile 💪🏻😂Ciao

  5. Avatar Celia

    Ho scoperto l’esistenza del borderò ❤️
    E pure che Boxeur des Rues (ho sicuramente sbagliato a scriverlo) è napoletana… 😶

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Esatto, se ricordo bene sede legale a Cercola

    2. Avatar 2010fugadapolis

      In tempi non sospetti feci carte false per accaparrarmi una tuta della GIVOVA che ancora conservo (anche se sformata, un acetato da due soldi). Una meteora, un marchio effimero che però fece egregiamente il suo lavoro di copertura. 😉

      1. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        Io ho recentemente rifiutato una tuta Gucci originale – rubata – come pagamento per un aiuto offerto a una persona. E subito dopo una Ophelia sempre originale e sempre rubata – “Dottò se non a voi a vostra moglie…”

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Gracias!

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