Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Io non mi rado perché sono pelato.
Mi rado perché non ho nessuna intenzione di assistere in diretta all’allargarsi della fontanella e poi dover pure raccontare in giro che è “una fase”. Non lo è. È una ritirata. E io le ritirate le anticipo. Così posso continuare a dire — con una faccia perfettamente credibile — che questa testa liscia è una scelta. Mia. Non una sconfitta mascherata da accettazione.

Che poi cresca una lunghissima barba per compensare – e non per farmi dire che sono il sosia di Gianluca Iannone – questo è chiaramente frutto di un bisogno compensatorio della mia tricotillomania diagnosticata che, come dire, qualche pelo sotto le mani se lo deve sempre trovare.

Torniamo però all’Almanacco del giorno.
Come tutti sanno, o dovrebbero sapere se prestassero un minimo di attenzione invece di vivere qui su in modalità risparmio energetico, passare, mettere like senza leggere e avanti andare, il sottoscritto non è mai stato né calvo né glabro.
Io sono cresciuto dentro una certa estetica, quella SHARP, skinhead senza la parte marcia, senza la fogna razzista, senza quei frustrati che parlano di “razza” e poi si eccitano all’idea di fare ai “negri, agli ebrei e ai frocioni” quello che io farei a loro con una serenità molto più pulita e una chiave inglese.

Per disgusto, non per ideologia.

Dentro questa coerenza discutibile ma almeno dichiarata, quando ho visto la geometria della mia testa cambiare — non crollare, no, ma allargarsi, respirare, prendersi spazio come fanno tutte le cose che non controlli — ho fatto l’unica cosa sensata: ho eliminato la macchinetta e sono passato alla lametta. Non è un dettaglio tecnico, ma una chiarissimapresa di posizione.

La macchinetta è compromesso. La lametta è decisione.

Del resto, venendo da quella tradizione latina che almeno due cose le aveva capite — il diritto e l’acqua corrente — la doccia quotidiana non è mai stata negoziabile. Biondoddio è la base. Il minimo sindacale della civiltà. Il resto è gente che si spruzza roba addosso e spera che l’odore copra il fatto che sta marcendo senza nemmeno marciare.

Avevo già la barba, tra l’altro.
Corta, leggermente sporca, quel tanto che basta per sembrare uno che potrebbe vivere fuori legge ma con educazione nel 1800, che nelle definizioni delle amiche di mia madre i briganti sono sempre stati massimamente ambiti in quanto a fascino. E come sapete ho prove dell’essere sempre risultato molto credibile quale “malommo” secondo una serie di donne.
Quindi la lama non era il problema.
Era scegliere quella giusta.

E qui, come sempre, ho fatto la scelta sbagliata.

Gilette da uomo.
Perchè sta tutta questa questione che analizzeremo del timore dei crossing o dell’attraversare, quando si parla di genere o oggetti vocazionalmente pensati per generi.

Una di quelle decisioni che meriterebbero un intervento esterno, una pattuglia, qualcuno che ti fermi e ti dica: “Guarda che stai per fare una cazzata irreversibile.”

Perché le lamette da uomo sono pensate per la faccia.
E la faccia è diplomatica.
La testa no. La testa sembra resistente, roba che per aprirla serve una mazza da baseball, una chiave inglese oltre la misura 28. Ma sotto è un campo minato di follicoli pronti a trasformare ogni passata in una dichiarazione di guerra.

Infatti: irritazioni, eritemi, una topografia del disastro che ogni mattina aggiornavo con una costanza che non ho mai dedicato a nulla di utile. Anche perchè, già di mio, quel contenuto della testa s’infiamma facile!
E poi il colpo di genio finale che ci mettevo io su senza la dovuta fantozziana memoria: carta, dopobarba, Floyd con la polpetta arancione — residuo fossile di un’epoca in cui il barbiere era un posto serio — passato sulla rasata non pelata come se il dolore potesse avere una funzione educativa.

Non ce l’ha. Ti rende solo più incazzato e più scemo.

Stavo per mollare. Stavo per accettare la soluzione nazionale: evitare gli specchi, evitare le telecamere, vivere sempre di tre quarti come uno che ha qualcosa da nascondere ma non abbastanza dignità da affrontarlo.

Poi arriva lui.
Amico. Trucido.
Uno di quelli che quando ti parla sembra sempre che stia per coinvolgerti in qualcosa di illegale. Uno di quelli che apre gruppi e chat che se finissero in mano alla stampa saresti dalla parte più sbagliata di ogni storia un minimo correttamente politica.

Mi prende da parte e, con la stessa voce con cui si parla di traffici radioattivi, mi dice: “Usa le lamette del piccione.”

Testuale.
Proprio cit.

Ora, qui serve una digressione perché altrimenti non capite e pensate che io stia delirando o voglia chiamare in campo l’amico veterinario etologo.
A Bari abbiamo come sapete questa abitudine meravigliosamente deviata di invertire i generi: il cazzo diventa la ciola, femmina, la vagina diventa maschio, dunque il piccione. Il mondo si ribalta per un attimo e poi torna normale, cioè sbagliato, ma quell’attimo basta a farti capire che le categorie sono fragili.

Io lo guardo, lui insiste, allunga un “liiiiiiiiscio” che probabilmente contiene più vocali che senso, e io decido di fidarmi.
Anche perché uno soprannominato Capellone in un contesto dove la calvizie è una religione o è un genio o è una presa per il culo vivente, e in entrambi i casi vale la pena ascoltarlo.

Torno a casa.
In segreto.
Non lo dico nemmeno a mia moglie – come spesso ti suggerisce di fare un proctologo se tu vai da lui lamentando lancinanti dolori addominali dopo una serata allegra con amici di cui noin ricordi niente e alla lastra viene fuori che hai una micromachine a forma di tir autoarticolato parcheggiata oltre il colon retto e lui ti dice “Le abbiamo somministrato un purgante, torniamo. casa e attenda con fiducia ma non dica niente a nessuno, nemmeno a sua moglie, al suo fidanzato – che in effetti ci sta – sua madre o gli affetti più. cari” (cfr. Jackass Toycar in the Butt)
Apro forum. Tutti femminili.
Leggo, confronto, studio come se stessi preparando un esame su qualcosa che non potrò mai dichiarare apertamente senza perdere punti reputazione. Tanti.

E lì capisco la cosa più semplice del mondo: le lamette serie non sono per noi.

Sono migliori. Più morbide. Più intelligenti. Più tutto.
E sono per donne, tant’è che hanno un sito a parte.
Gilette Venus.

E nei supermercati durano meno di una buona idea in questo paese, le top di gamma delle Gilette Venus: arrivano, spariscono, vengono sostituite da versioni più mediocri, più accessibili, più inutili.

Quindi online.
Per forza.

Ovviamente usando il nome di mia moglie, perché il postino lo conosco e nei paesi la reputazione viaggia più veloce dei pacchi.

Arrivano. Le provo.
E succede qualcosa di raro: funziona.
Scorre. Non gratta. Non punisce. Risolve.

A quel punto il mio ego — già compromesso — decide che non basta beneficiarne. Bisogna contribuire. Restituire. Educare.

E quindi recensisco tutto.

Non con il mio nome, ovviamente. Con un’identità alternativa che tuti voi conoscete perfettamente: Casalinga44, provincia Pavia, per dare alla menzogna una struttura amministrativa credibile e congrua con la narrativa della mia vita. Anche perchè, andiamo, torna utile anche ad un certo esercizio.

Scrivo di rasature inguinali, di labbra inferiori, di comfort post-operatorio come se stessi redigendo linee guida per un ministero che non esiste. E funziona. “Recensione utile.” “Molto utile.” Io che divento parte della soluzione. Io e il mio amico, lì sotto, che per una volta non è minimamente chiamato in causa, se non per millantata sottrazione.

Poi una mattina, troppo presto per qualsiasi scelta sensata, lo stesso amico trucido di cui sopra mi passa a prendere. Caffè. Mercato del pesce. Colazione dopo caffè con crudo di mare che noi chiamiamo sushi vero e che ha senso solo se sei nato lì o se hai smesso di farti domande e fare compromessi col gastroenterologo.
O se come noi a dieci anni hai già preso costumanza e sistema di anticorpi valido a intimorire anisachis, colera, vibrione e simili dilettanti.

C’è anche un altro, però in macchina. E io non lo conosco.

Io dico: “Dopo passiamo a prendere le lamette.”

Silenzio. Io glisso. Lui capisce.

Ride.

E chiude tutto con una frase che, purtroppo, è perfetta:

“Non ti vergognare. Tutto normale. Tranquillo, èÈsolo che anche tu hai capito di avere il piccione sempre in testa. Sei maschio, maschio!”

E lì capisci davvero tutto.

Non è mai stata una questione estetica.

Controllo.

Decidere cosa togliere prima che sia lui a togliere te.

Io non divento pelato.

Io mi rado.

Con le lamette pensate e battezzate in onore di Venere che, del piccione, pare fosse portatrice sana.

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3 risposte

  1. Avatar La Manu

    Che io scema ho sempre preso le lamette blu…che a scuola queste robe dovrebbero insegnare, come depilarsi e come cambiare una gomma bucata

  2. Avatar Sandro Battisti

    depilarsi il cranio, a un certo punto, diventa una forma di onestà.

  3. Avatar dimaco

    La citazione dei Jackass è roba per elite di un certo livello (e di una certa età).
    Penso alla mia fortunata eredità follicolare, al mio grigio Clooney ma purtroppo installato su una testa di cazzo (non si può avere tutto…), e alla epocale recente decisione di tenere la barba intera, che passata la gioventù il pizzetto lo tengono solo i narcos sudamericani, o La Russa.

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