Cosa ti indirizza nella vita?
Ci sono domande che sembrano semplici e invece sono trappole più sottili, perché ti costringono a rispondere come se fossi fermo, come se fossi una cosa definita una volta per tutte.
Tipo: cosa ti orienta nella vita.
Ora, uno dovrebbe rispondere in modo pulito, lineare, magari pure elegante, e invece la verità — quella vera — è che la risposta cambia, perché cambi tu. E non siamo una fortezza di granito e titanio, non siamo un monolite piantato lì a resistere al tempo: siamo un corpo, siamo un essere in evoluzione, uno che ogni giorno sposta un centimetro più in là aspettative, orizzonti, ambizioni, paure, desideri.
Ma questo WP non lo capisce e ogni giorno ti costringe a ripeterti con prompt che sono inutili divagazioni sul tema. Ma servono per la visibilità e per farsi bello e per aumentare il numero di battute che ti tiene in esercizio quindi, ok.
E quindi sì, ogni giorno potrebbe essere diverso. E sei uno sciocco se non lo accetti. Peggio: sei un coglione se ti arrocchi in un fortino e dici “io sono questo e per sempre lo sarò”. Non funziona così.
Ci sta un cit bellissimo che serve, e rimanda a un altro cit. bellissimo che ho fatto qualche giorno fa ma nessuno ha commentato – temo perchè invece di leggere, tanti mettono solo mi piace che fesseria che fanno che cosa da coglioni!
Il cit. è questo.
“Ma se tu guardi un monte che hai di faccia, senti che ti sospinge a un altro monte, un isola col mare che l’abbraccia, ti chiama a un’altra isola di fronte e diedi un volto a quelle mie chimere, le navi costruii di forma ardita concavi navi con le vele nere e nel mare cambiò quella mia vita”.
Ulisse – o Odysseos – di Guccini.
Che ti spiega come la vita è curiosità, è mutamento, è movimento.
E ti spiega però che in quel confuso ridivenire ogni giorno tu puoi portarti – devi se sei Uomo – portarti sempre appresso una bussola che ti aiuti segnando sempre “Dritta verso il Nord della Polare” – eccovi il cit che non avete commentato.
Quindi, sì.
Funziona che ti porti dietro poche cose solide, poche polari vere, e per il resto ti muovi.
Il resto lo fai tu. Perché una bussola non ti orienta davvero: ti dà solo un punto fisso, chiaro, e poi sta a te decidere come arrivarci, se arrivarci, quando deviare, quando tornare indietro.
Ora, lo so che può sembrare un discorso ripetitivo. Ma la verità è che sono ripetitive le domande. I post mattinieri di WordPress sono così: girano sempre intorno alle stesse cose, cambiano le parole, non cambia il meccanismo.
E allora tanto vale dirlo in modo chiaro: non c’è risposta migliore a “cosa ti orienta nella vita” che la risposta stessa che cambia mentre la stai dando.
È quasi comico che si parli di orientamento quando poi quello che davvero hai è solo un riferimento, e tutto il resto è responsabilità tua.
Io, con i miei punti saldi — che se leggete con attenzione conoscete già, e se non li avete capiti e state qui solo a mettere mi piace allora anche vaffanculo, perché il senso non è quello — non ho bisogno di ripeterli ogni volta. Quelli stanno lì. Sono pochi. Sono chiari. E su quelli non transigo. Ma dentro quella cornice mi muovo.
E in questi ultimi anni, se devo dirla semplice, il mio orientamento è diventato questo: non smettere di farmi domande e cercare di comprendere le risposte a quelle domande. Sembra una banalità, non lo è. Perché mentre mi faccio domande e provo a darmi risposte, sto anche costruendo qualcosa. Sto cercando di garantire un orizzonte migliore a mio figlio e una vita più serena, quotidianamente migliore, a me, a mia moglie, a mio figlio.
E no, non sono due cose separate. Non sono due piani diversi.
Perché il lavoro che faccio è esattamente questo: mi viene chiesto di spiegare perché le persone, singole o in gruppo, funzionano in un certo modo. E per farlo devo farmi domande. Tante. E devo trovare risposte che reggano. Se lo faccio bene, ho successo professionale. Se ho successo professionale, ho successo commerciale. Entrano più soldi. E se le risposte che do sono buone, è anche possibile che orientino qualcuno a prendere decisioni migliori. E quelle decisioni migliorano pezzi di realtà.
Anche piccoli. Anche minuscoli. Ma reali.
Prendete un esempio concreto: il piano sicurezza e decoro dei giardini comunali e dei parchi del paese in -azzo dove vivo. Sicurezza e decoro perchè l’Amministrazione c’ha certe parole d’ordine difformi da quelle che avrei usato io, ma il senso è che funzionano in modo simile e vanno allo stesso fine, quindi ok.
Un’amministrazione che politicamente è opposta a me ha deciso comunque di fare anche con miei suggerimenti. Oggi quei posti sono più sicuri, più vivibili, più adatti a famiglie e bambini. Senza il mio farmi domande e darmi risposte, non avrei avuto suggerimenti da dare. Senza una credibilità professionale riconosciuta anche da chi mi è avversario — e con cui alle campagne elettorali finiamo spesso in mano agli avvocati — quel piano non sarebbe passato. Senza quel piano, quei parchi non sarebbero quello che sono oggi.
Ci siamo capiti.
E non vi sfugga un’altra cosa: tutto questo si può fare anche scrivendo. Anche nei romanzi. Che poi “romanzi” fino a un certo punto, perché sono realtà lavorata, rimpastata, messa in scena con altri nomi, altri volti, ma sempre tenuta insieme dalla logica del verosimile e dell’umano. Raccontare storie, se lo fai con onestà, è un lavoro serio. È un lavoro da intellettuale, se vuoi usare una parola che oggi fa pure un po’ ridere, ma che resta quella.
E sì, questo mio farmi domande e darmi risposte ogni tanto mi porta pure a litigare. Con direttori di giornale, con ambienti, con contesti. A chiudere collaborazioni, a sbattere porte. Perché se le cose vengono fatte in modo che non rispetta le mie polari, io non ci sto. Fa parte del gioco. Non mi spaventa. Non mi interessa piacere a tutti.
Fa parte delle mie polari anche questa cosa qui: non tenermi ceci in bocca quando le cose non vanno come devono andare.
Punto
