Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Impulso di scrittura giornaliero
Qual è stata l’ultima volta che hai assunto un rischio? Com’è andata?

Il concetto di rischio io l’ho sempre spiegato così, ma non perché fossi sto gran filosofo della minchia, eh, più che altro perché avevo una certa tendenza a mettermi nelle condizioni perfette per capire sulla mia pelle quanto fosse sottile il confine tra “vabbè che vuoi che succeda” e “ok, questa poteva finire molto male e invece sono ancora qui a raccontarla come un coglione fortunato”.

E c’entrava pure l’alcol, ovviamente. Perché io bevevo. Non “mi facevo un bicchiere”, no, bevevo proprio come uno che deve risolvere qualcosa dentro ma invece di risolverla la diluisce, la allunga, la rende più grande. Soprattutto quando ero arrabbiato. O in crisi. O deluso. Quindi sempre, praticamente.

E allora me la raccontavo così: la vita è un coin-op. Non sta roba moderna infinita dove respawni come un cretino senza memoria, no, roba vecchia, sporca, sala giochi anni ’80, puzza di fumo, joystick appiccicosi e tre vite. Tre. Fine.

Le chiamavamo “palle”. Che già la dice lunga sul livello culturale medio ma anche sulla poesia dell’epoca, perché venivamo dal flipper, dalle palline d’acciaio che rimbalzavano e se le perdevi eri fuori. Tre palle e poi a casa, a meno che non infilavi un’altra moneta entro dieci secondi e facevi la continua.

Gnorsì, la continua.
Come nei film con dopo il film 2 e il film 3 che sono le continue del film iniziale e senza numero, almeno a Bari.
Su quella che si chiama secondo alcuni “comincia” ci torniamo un’altra volta, però.

Comunque, rispetto alla moneta della continua, quella moneta non era infinita. Non era scontata. E soprattutto non sempre ce l’avevi.

Io invece per anni ho giocato al coin-op della mia vita come se avessi il gettone infinito. Come se qualcuno dietro le quinte dicesse “vai tranquillo, tanto questo non muore mai, questo lo rimettiamo dentro sempre”. E allora via, a pestare brick di succo di frutta per terra dicendo “ma sì, che vuoi che succeda”, e ovviamente succede che lo pesti nel punto esatto, con l’angolazione perfetta, e ti schizza addosso come se il mondo avesse deciso di fare un tiro a segno con te come bersaglio mobile.

E tu lì a ridere, a dire “malocchio”, “sfiga”, tutte ste cazzate folkloristiche che servono solo a non dire la verità: che stai giocando male, che stai sprecando tentativi per cose idiote, che stai consumando vite bonus per niente.

Perché poi ogni tanto arriva la roba seria. Quella che non è il brick di succo ma è la postazione di lavoro che scopri essere potenzialmente una sedia elettrica, roba che bastava un consenso, una distrazione, una coincidenza e ti trovavano arrosto come un pollo dimenticato nel forno. E lì ti fermi un attimo e dici: “ok, forse ho tirato troppo la corda”.

E quella roba si somma ad altre. Tipo quella notte del 2010. Due bottiglie dentro — non nei bicchieri, dentro di me — Campari, Padre Peppe, roba che se mi fermavano mi levavano la patente pure ai piedi, e invece posto di blocco, carabinieri, etilometro lì, io già che preparo mentalmente il discorso ai miei “scusate sono un coglione”, e invece niente. Chiacchierata. Sorrisi. Documenti restituiti. “Buonanotte”.

E tu lì, in macchina, che realizzi che hai appena bruciato una vita bonus grossa come una casa. Di quelle che non ti spettavano. Di quelle che se esistesse davvero un contatore da qualche parte avrebbe fatto “-1” con un rumore secco.

E allora inizi a fare i conti. E il problema è che i conti non tornano mai.

Perché la sensazione, a un certo punto, è quella: che le palle bonus siano finite. Che hai giocato troppo allegro, troppo largo, troppo “tanto poi vediamo”, e adesso sei lì con l’ultima vita, quella vera, quella dove ogni errore pesa di più, ogni scelta ha conseguenze, e non c’è più la continua dietro l’angolo.

E allora ti viene l’ansia. Ma non quella elegante, quella da manuale, no, quella sporca, quella che ti prende allo stomaco e ti fa prevedere catastrofi anche quando senti solo un treno in lontananza. Che dici “ecco, deraglia, e finisce su di me, e io sono ancora qui perché non ho capito quando fermarmi”.

Perché la verità è che la vita non dà continue. Non hai il credito illimitato. Non c’è il tizio dietro che dice “tranquillo, un’altra partita te la faccio fare”.

Mamma e papà ti hanno dato quella moneta iniziale. Il resto lo devi guadagnare. O perdere.

E io ho la sensazione netta di averne perse tante. Troppe. Di averne spese alcune per stronzate cosmiche, altre per errori veri, altre ancora per pura incoscienza travestita da libertà.

E quindi adesso la domanda è questa, senza filtri, senza retorica, senza fare il figo: come cazzo si fa a riaccumulare bonus? Come si fa a riguadagnarsi il diritto di sbagliare senza che ogni errore sembri l’ultimo?

Perché io, sinceramente, non l’ho ancora capito.

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5 risposte

  1. Avatar Sandro Battisti

    Credo non ci sia necessità di avere quest’ansia, semplicemente vivere interpretando al meglio la propria vita, il proprio mood, la propria via; a occhi chiusi, dico. E via…

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Eh… alla Battisti, appunto: guidare a fari spenti nella notte…

  2. Avatar Vittorio Tatti

    Pensa un po’, io ho la sensazione di non aver ancora inserito la moneta per iniziare a giocare.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      E beato te, allora!

      1. Avatar Vittorio Tatti

        Mica tanto.
        Arriverò a 80 anni senza mai essere entrato in sala giochi.

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