Cosa ti innervosisce?
Cosa mi innervosisce?
Mi innervosiscono molte cose. La perdita di controllo sui miei programmi, gli imprevisti ricorrenti, la impossibilità — per cause da imputare all’incertezza di terzi, che è la più miserabile e scansafaticosa delle incertezze possibili — di coordinare la mia giornata con almeno 24 ore di anticipo.
Non mi innervosiscono più, invece, le telefonate dei miei nei momenti precisi e particolari, sempre quelli, come se esistesse un radar parentale tarato sulle soglie più fragili della dignità umana: il momento in cui mi sto abbassando i pantaloni per sedermi sul cesso e fare la cacca — cadenza più o meno giornaliera, grazie a Dio e alla fibra —, il momento in cui sono in coda alla cassa del supermercato per pagare, il momento in cui sono in call con la casa editrice con cui collaboro.
Quelle no. Quelle ormai le considero eventi naturali, come il moto ondoso, l’inflazione o le zanzare d’agosto.
Ah sì, mi innervosisce moltissimo pure l’incertezza nelle comunicazioni dei miei superiori o committenti.
Quegli eeeehhhh, mhhhhh, poi….., di chi riordina discorsi senza nemmeno sapere di che cazzo ti vuole parlare, oppure è perfettamente cosciente del fatto che ha molte cose da dirti ma non ha mai il buon garbo di segnarsele prima e magari dalla sera prima ti ha pure detto: “domani ci sentiamo, ritagliati del tempo che ho delle cose da dirti”. E tu ti ritagli il tempo, che è già una cosa odiosa perché il tempo non è un tramezzino, non si ritaglia, si organizza, e poi ti trovi davanti uno che improvvisa male, balbetta peggio e pretende pure attenzione.
Ora, queste sono le cose che mi innervosiscono come male minore. Penserete: questo è uno che si innervosisce facilmente. No. Basta quel pizzico di organizzazione nelle cose, lo stesso che sempre io provo a metterci quando mi rapporto con gli altri ma evidentemente dagli altri non è mai apprezzato, visto che non ce lo mettono con me. Quindi, probabilmente, sarebbe più giusto arrivare a casa loro intenzionato a fare un casino mastodontico da rave clandestino di impegni, cose da dire, commissioni da fare, richieste assurde e chiacchiere senza alcun uso.
Appuntiamolo, magari la prossima volta cominciamo a farlo noi con loro. Magari funziona. Magari addirittura imparano per shock, come i cani, le capre o certi quadri intermedi.
Ah sì, altra piccola cosa che potrebbe davvero mandarmi in bestia: i rapporti tra colleghe donne sul posto di lavoro, massimamente quando sono anche caratterizzati da rapporto gerarchico in cui una è sopra e una è sotto e non si tratta però di sesso lesbico — quello non dico che mi ecciti, ma mi incuriosisce sempre, perché mi piace provare a capire come funzionano certe dinamiche molto più chiare tra gli omosessuali uomini, cioè i gay o froci invertiti: lì si sa sempre e si vede chi fa il soggetto mittente e chi il destinatario. Le donne invece sono un grande boh, ma credo questo abbia a che fare col segreto che solo le donne conoscono, cioè dove sta il posto che comincia con la desinenza della parola eteroclito, e quindi loro non hanno enormi problemi forse a recitare più ruoli durante un singolo incontro.
Comunque, dicevamo: detesto quelle dinamiche tra donne — spesso in menopausa, spesso vicine alla menopausa, spesso anche colpite da lievi o maggiori inestetismi o interessate da dinamiche di coppia ormai ibernate e che, a differenza della Celentano, non hanno fatto della propria castità dopo un certo momento della vita un terreno di ricerca accettato. Mi danno fastidio quelle dinamiche perché spesso a me, in quelle dinamiche, viene chiesto dal superiore di fare da cerniera e ricucire o aiutare a risolvere. Mi si riconosce ovunque una cazzo di vera capacità empatica e soprattutto un grande carisma e capacità di creare connessioni e portare positività. E succede: io ce la faccio, io risolvo problemi. Ma quando poi ne parlo coi superiori, chiarendo che il problema è risolto, la reazione del superiore è sempre: “fa così con te perché sei maschio, l’hai fatta sentire vista, hai sistemato il suo bug di frustrazione erotica e invisibilità”. E io penso: ma devi per forza rompere i coglioni? Io non ho fatto nulla di sessualizzato, molto probabilmente si parla di insicurezza. Perché sessualizzi tu per prima, che invece dovresti tenere questo rapporto di lavoro lontano dal sesso e dovresti invece proteggere la non sessualità delle dinamiche? Perché hai mandato me avanti consapevole che nella TUA e solo TUA testa serva questo? Boh, non si sa, ma fa pensare che le dinamiche sbagliate uomo-donna la donna ce le abbia più pericolosamente dentro dell’uomo, perché ce le ha dentro nel modo più subdolo, e forse questo ha a che fare con il fatto che nel sesso la donna vuole ricevere dentro e l’uomo vuole mettere fuori, ma non so.
Ecco: questo mi innervosisce, sì. Non solo per il teatrino isterico, ma per la teoria del teatrino che arriva dopo, che è peggio del teatrino stesso.
Comunque, non sono queste le cose che mi mandano davvero più in bestia. Ce n’è un’altra molto, molto più pericolosa, ed è la DEF COM 10 come le dieci piaghe d’Egitto, quella che mi fa mettere il dito sul tasto della Bomba Fine di Mondo e mi fa alzare il pugno sinistro in alto e urlare: “Compagno Stalin sarai vendicato, dalla giustizia del proletariato”, pure se Stalin non è morto ucciso da un fascista o da un padrone ma è crepato da dittatore davvero vincente nel letto di casa sua.
Questa cosa è: percepire che chi mi sta davanti crede che io sia stupido.
Attenzione, non “non qualificato” o “non competente”: professionalmente ma anche umanamente sono una persona che usa la modestia sempre, non guardate a come vi tratto sul blog, qui a volte amplifico — ma solo pochino — per satira.
No, parlo proprio di quelli che si comportano con me pensando che io sia stupido. E sono talmente stupidi loro da non accorgersi che non sono affatto stupido. Ma sono talmente idioti, anche, che credendomi stupido non nascondono né la loro stupidità né la loro convinzione. E allora in me si entra in modalità: vediamo come posso farti male, ma male davvero, e poi tornare a fingermi, nella tua testa, stupido e quindi incolpevole, mentre faccio il bandito ma, se la vogliamo dire tutta, faccio quello intelligente.
Perché, si sa, a norma incrollabile del professor Carlo Maria Cipolla, gli stupidi sono quelli che con una azione fanno male a se stessi ma male anche agli altri; i banditi bene a sé, male agli altri; gli intelligenti bene a sé, bene agli altri. E quindi io sono stato, alla fine della fiera e su larga scala, intelligente, perché con il solo male del cretino che avevo davanti ho fatto del bene al mio ego — mi sono calmato — e del bene alla collettività: mettere fuori gioco uno stupido che poteva far danno a uno o più altre persone. No, credetemi: chi mi prende per stupido e si comporta con me credendo che io sia stupido di solito scatena in me pulsioni sadiche. Lo trovo una profonda mancanza di rispetto umana. Lo trovo una fantastica opportunità per essere cattivo stando dalla parte giusta della morale. E però lo trovo anche massimamente capace di provocare nervosismo, perché mi costringe a distogliermi da quello che sto facendo per elaborare un piano — ovviamente sopraffino — tutto teso a fare del malissimo a quella persona. E come potrete capire, essendo un imprevisto, questo genera ovviamente ritardi nelle mie timeline, incassamento dei miei piani operativi, contrattempi… che generano altro nervosismo da mettere in conto al cretino che ha causato tutto questo.
Non sono ancora arrivato alla elaborazione di un piano che arrivi alla soppressione fisica del cretino, perché la mia vita e la mia serenità contano di più — e sopprimere altri viventi provoca qualche turbamento — e perché purtroppo non sono ancora, per vostra sfortuna, Ministro degli Interni con delega alla Igiene sociale e non ho potuto ancora varare un protocollo caritatevole in cui non le persone che patiscono condizioni dovute non a loro colpa, ma i cretini per scelta, vengano soppressi, liberando slot di consumo di ossigeno, redistribuendo le loro risorse e, in buona sostanza, facendo cosa ottima e giusta per il pianeta.
Quindi no, non mi innervosisco facilmente. Mi innervosiscono cose molto precise: il disordine altrui che invade il mio ordine, l’incertezza che pretende di essere normalità, le dinamiche idiote che poi mi tocca pure risolvere, e soprattutto la percezione nitida, offensiva, intollerabile, che qualcuno davanti a me mi stia trattando da stupido. Lì non è più nervosismo: lì è un’apocalisse amministrata con lucidità. E il problema, come sempre, non è nemmeno l’ira in sé. È che pure quella, per essere davvero efficace, va organizzata. E quindi capite bene il paradosso finale: anche quando mi incazzo, mi tocca lavorare.
E questa, francamente, è forse la cosa che mi innervosisce più di tutte.
