Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Come usi i social media?

Coi social media ho avuto sempre un rapporto curioso, ma curioso di quelli che se lo racconti sembra una cazzata e invece dentro c’è tutta una serie di storture mentali, deviazioni strategiche e pure un filo di pornografia relazionale che non guasta mai, perché diciamocelo: io sui social non ci sono mai entrato “normalmente”, io ci sono sempre arrivato per vie traverse, per secondi fini, per storture personali che poi si travestono da intuizioni pionieristiche.

Io credo di essere stato il primo nel paese con desinenza in -azzo a farmi Facebook. Il primo in assoluto. E no, non per spirito visionario, non perché avevo capito il futuro, ma perché stavo tradendo — sì, quella famosa relazione da cui non potevo uscire manco con le pinze idrauliche — e nel frattempo ero già invischiato in un’altra storia parallela, stabile, continuativa, strutturata nel peccato come un condominio abusivo sul lungomare, e questa nuova persona stava a Lecce, città che io frequentavo per studio, e quindi mi dissi: “ok, facciamo una cosa nuova, facciamoci Facebook, così la tengo buona e nel frattempo mi sento pure avanti rispetto agli altri coglioni”.

Che poi Facebook arrivò davvero qualche mese dopo in modo serio, ma la prima pietra — e questo lo rivendico con l’orgoglio di chi ha fatto una cazzata per primo — la posai io. E all’inizio lo usavo pure bene, ma proprio bene, non come adesso che la gente vomita pensieri come se fossero scarti organici, no, io condividevo poco e bene, selezionavo, ragionavo, costruivo connessioni vere, che poi era il senso originale di quella piattaforma: ricollegare le persone, riannodare fili, rimettere in contatto vite che si erano perse.

E poi i giochini. Pet Society. Quella roba lì che oggi sembra innocua e invece era una macchinetta mangiasoldi travestita da tamagotchi per adulti rincoglioniti davanti a un computer, perché non c’erano manco gli smartphone, era il 2008, e noi stavamo lì a nutrire pupazzetti digitali mentre la vita vera ci passava di lato a sputi.

E io ero talmente coglione — ma coglione creativo, attenzione — che mi iscrissi con lo pseudonimo con cui scrivevo: Aleks Kuntz. Nome falso, identità narrativa, e sotto ci facevo passare tutto: il blog su Splinder — quella fucina creativa andata perduta come Atlantide ma con più bestemmie — i lettori, le connessioni, i post programmati con precisione maniacale come faccio ancora oggi, perché io se devo scrivere non lo faccio “quando capita”, lo pianifico, lo costruisco, lo preparo come una bomba a orologeria.

Twitter lo snobbai subito, perché quei 160 caratteri mi stavano sul cazzo, io sono verboso, lo sapete, io non sintetizzo, io allargo, io spalmo, io faccio il ragù, non le salse minimaliste. Però la fotografia mi prese, e allora Flickr, subito, dentro, roba che forse ancora esiste da qualche parte sotto il nome Aleks Kuntz, e poi Instagram, dal 2010 al 2011, quando ancora era una cosa per pochi e non il mercato rionale dell’ego che è diventato adesso.

E lì feci una cosa bella, davvero bella, il progetto 365, completamente lomografico digitale, una roba che mi fece pure appassionare alla fotografia su pellicola, alla lomografia vera, quella sporca, imperfetta, che sbaglia e proprio per questo è viva. E quelle foto stanno da qualche parte, e sono belle non perché le ho fatte io, ma perché erano un momento giusto, una tensione giusta, un occhio che funzionava.

Poi basta. Per anni basta. Facebook e Instagram mi bastavano e avanzavano, Pinterest mai capito, Periscope usato poco, Happn usato pochissimo ma con una funzione che era praticamente il paradiso dello stalker scopone — perché ti segnalava chi era nel raggio di 50 metri — roba che se sei uno con poca etica ti fai un catalogo umano in tempo reale, ma a me tornò utile solo dopo, in quella estate di merda post fallimento matrimonio, e non entriamo lì che è un’altra fogna.

Io i social li ho sempre usati con cura, con attenzione, quasi con rispetto, fino al 2023, fino a quando è partita l’aggressione alla Palestina e quella fase genocidiaria che tutti hanno visto ma pochi hanno voluto guardare davvero. E io ho fatto quello che farebbe chiunque non completamente anestetizzato: ho cominciato a parlarne, a condividere, a rompere i coglioni con contenuti che non erano carini, non erano leggeri, non erano instagrammabili.

E lì è successo il bello.

Nel giro di due settimane sono stato detonizzato. Sparito. L’algoritmo mi ha preso, mi ha guardato e ha detto “tu no”, e la mia visibilità è crollata a livelli comici, roba che nemmeno mia moglie e mia madre vedevano quello che pubblicavo, e quando lo vedevano era giorni dopo, come se stessi scrivendo da un bunker nel 1983.

E lì ho capito.

Non lentamente, non con una crisi esistenziale progressiva, no, di colpo. Ho smesso di aprirli. Fine. Persa la fiducia. Quelle icone stanno lì, morte, come bottoni di un giubbotto che non metti più. Mi hanno detto “eh ma ora saresti di nuovo visibile”, certo, magari sì, ma io non ho più voglia, perché quando una cosa devi ricordarti di farla con un alert, con una notifica, con un promemoria, vuol dire che è finita, che non è più piacere, è dovere, è lavoro non pagato.

E allora basta.

Ho aperto questo blog per tornare a scrivere, per ridarmi una voce, per riconnettermi davvero, senza filtri, senza algoritmi che decidono se esisti o no. E ogni tanto torno su quei social per cose pratiche, per la cronaca locale, per la politica di paese, per discussioni professionali, mi dico “dai riproviamoci”, ma niente, zero, il vuoto, non mi appartiene più.

Ho un social segreto, però. TikTok.

Ma non lo uso come social, lo uso come uno che guarda da dietro un vetro sporco. Per osservazione. Perché la criminalità del meridione ha deciso che TikTok è zona franca, che lì puoi essere quello che sei senza maschere, e allora io guardo, studio, capisco, perché da lì capisci molto più di quanto pensi: come cambia una città, una provincia, come il crimine diventa linguaggio condiviso, quasi accettato, normalizzato senza che nessuno se ne accorga.

Io lì sono uno pseudonimo, un fantasma, non interagisco, non esisto, guardo e basta. Non so nemmeno se si possa dire che lo uso davvero.

Però le sonorizzazioni neomelodiche, quelle sì, quelle le apprezzo più che moltissimo.

Perché alla fine, pure nel casino totale, qualcosa che ti resta addosso deve sempre esserci.

Anche se è una tamarrata fatta bene.

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7 risposte

  1. Avatar unallegropessimista

    Ho solo il blog, sono poco tecnologico. Cellulare antico. Non faccio testo
    Sul questa piattaforma va riconosciuto che anche nei momenti più bui del COVID non c’ è mai stata nessuna censura.,
    Certo la visibilità è molto ristretta.
    Per me un ritrovo di amici

  2. Avatar Sandro Battisti

    splinder? quale?

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      alekskuntz

  3. Avatar F.L.

    Sono entrata su facebook nel 2008 anch’io tirata dentro da un americano che mi assicurò che sarebbe stato divertente. In effetti ho coltivato pomodori e zucchine per Farmvllle svegliandomi pure la notte perché non marcissero. Ne sono uscita del tutto lo scorso settembre e mai più mi infilerò in questi tritacarne umani (ho mollato anche instagram e su twitter sono durata due settimane). Ho instaurato anche belle amicizie ma andandomene le ho pure perdute. Per non vivere nell’oasi sicura dei contatti più stretti ho accettato di vedere e leggere lo schifo, il marcio più marcio. Alla fine vedevo solo quello e ho detto basta.

  4. Avatar Marco

    Io ho smesso di pubblicare su Facebook nel 2020, dopo le elezioni USA, quando è stato bloccato il profilo di Donald Trump.
    Indipendentemente da ciò che penso di lui. Se Facebook, e anche Twitter, erano stati capaci di bloccare così, d’emblée, il profilo di colui che era ancora presidente degli Stati Uniti, figuriamoci cosa avrebbero potuto fare con me, se avessi detto qualcosa di “non conforme”.
    La libertà di espressione per me è sacra. I nostri antenati hanno lottato per ottenerla e io voglio esercitarla. Ho aperto il blog nel 2026, in un periodo in cui i blog non sono di certo di moda, proprio per avere uno spazio dove dire ciò che penso. Il fatto che questa piattaforma non abbia censurato neanche durante il nefasto periodo del covid è un grosso punto a suo favore.
    Splinder, che ricordi ☺️

  5. Avatar luisa zambrotta

    Io ho il mio blog, a cui dedico molto tempo, e. la mattina, vado anche su Facebook per fare gli auguri a chi compie gli anni e dare un’occhiata.
    Sono su Facebook da molti anni, da quando sono andate in pensione e alcuni miei studenti mi hanno quasi costretta a iscrivermi per restare in contatto. D’altra parte, come potevo rifiutare di aderire al “libro delle facce” di cui avevamo parlato in classe, quello che i college inglesi distribuiscono a inizio anno e che contiene nome e foto di ogni iscritto?

  6. Avatar gattapazza

    Anche io sono rimasta a guardare, sono una guardona dei social e ti capisco, troppa sintesi se devi scrivere allora meglio scrollare e guardare quello lo faccio guardi gente vedo vite seguo alcuni ma Kuntz dove lo trovo? 😉

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