Io questa frase me la tengo in testa pure quando sto lì, seduto con la chitarra classica, a fare un arpeggio pulito su Villa-Lobos e a pensare che tra qualche ora attacco la elettrica e vado a lavorare su una base dove la pentatonica diminuita c’adda sta sempre, pure se non serve, pure se ammazza tutto, pure se è come mettere il parmigiano sul pesce ma a Napoli nessuno te lo dice perché funziona.
Mi chiamo Gennaro De Cristofaro, ho trent’anni, insegnavo al conservatorio, e sulla carta facevo musica classica. Poi però vivo a Napoli, e a Napoli la musica seria non paga, paga quella che gira. E quella che gira è un’altra cosa.
E io e Eduardo Marigliano — sax alto, sempre sax alto, perché “o sax è carnale” e quando una cosa è carnale non la levi più — ci amiamo, ma siamo finiti dentro a quella cosa lì per errore.
O per necessità.
Che poi a Napoli sono la stessa cosa.
Non siamo mai partiti. Non siamo emigrati. Non perché non potessimo, ma perché a Napoli ci sta il Melodramma. E ci stanno i genitori. E i genitori a Napoli sono più forti di qualsiasi progetto artistico. Ti tengono fermo, come un accordo che non risolve. E ti dicono pure che non è un problema se sei femminiello o ricciole comme simme nuie.
“Addò jate?”, “Ma che ve ne facite?”, “E chi ve guarda?”
E quindi resti.
E restando ascolti quello che non dovresti ascoltare.
Un produttore.
Non faccio il nome. Non perché sia importante, ma perché a Napoli pure i nomi fanno danni. “Ragazzi, futuro dorato, pop napoletano, serie tv, due pezzi, tre pezzi, vi sistemo.” E noi siamo andati.
Provino. Due, tre cover.
Tutto repertorio Gigi D’Alessio, guarda caso.
“Non dirgli mai”, “Annarè”, “Un nuovo bacio”.
Pezzi semplici, lineari, apparentemente innocui. Perfetti per capire se sei uno che sa stare dentro. E noi dentro ci sappiamo stare benissimo. E quindi entri.
E scopri che lavori a pezzo.
A cottimo.
Come uno che monta piastrelle, solo che le piastrelle sono accordi.
Ti danno una base, o un’idea, o niente, e tu devi tirare fuori qualcosa che suoni familiare ma non uguale. E spesso è lo stesso pezzo dieci volte. Cambia il cantante, cambia la tonalità, cambia il tempo. Sotto resta sempre lui. E sopra ci metti la pentatonica diminuita. Sempre. Come una firma che non è tua ma devi far sembrare tua.
All’inizio è pure bello.
Guadagni. Tanto. In contanti, sempre.
A fine giornata.
Firmi un foglio che dice che non esisti.
E lavori in uno studio bellissimo, dentro un basso umido alla Sanità dove fuori passa la vita vera e dentro si costruisce quella che poi diventa più vera di quella fuori.
E lavori. Dieci ore. Venti pezzi. A volte di più.
E ti tornano indietro pezzi che hai già fatto.
Li riconosci.
“Questo funzionava, mo cambialo tutto e fallo funzionare un’altra volta.”
E tu lo fai. Perché sai come si fa. Perché hai studiato.
Perché sei diventato bravo per questo.
E nel frattempo lavori su tutto meno che sulla voce.
Perché il vero lavoro è lì. Non negli accordi. Nella voce.
Devi costruirla. Devi farla sembrare vera.
La registri, la raddoppi, la armonizzi, la correggi, la sporchi quando serve, la rendi pulita quando deve sembrare “L’ammore”.
Devi far credere che quello che canta stia vivendo davvero quello che dice.
E spesso quello che dice non è suo.
SempreÈscritto da uno, musicato da un altro, arrangiato da noi.
E poi incollato addosso a lui come se fosse nato così.
E poi arriva il concerto.
E lì capisci.
Perché il concerto neomelodico è una cosa che se non la vedi non la capisci. Parte la base. Sempre. Perfetta.
Noi non ci siamo. Non esistiamo.
La gente vede il cantante, il fonico, il manager che conta i pezzi perché il contratto è a numero di pezzi, non a qualità.
E cantano “Si turnat’ tu”, “Comme si’ bella”, “Quanti amori”, “Amico cameriere”, pezzi che noi abbiamo costruito a pezzi senza mai firmarli.
E piangono. E urlano. E si riconoscono.
E noi?
Noi stiamo in quello studio.
A fare il pezzo dopo.
E nel frattempo il sistema cresce.
Perché i neomelodici hanno una cosa che non puoi fermare: hanno una canzone per tutto. Per il tradimento con la vicina. Per il matrimonio. Per la separazione. Per la riconciliazione. Per il figlio. Per la madre. Per il latitante. Per quello che torna. Per quello che non torna. E se non c’è l’evento, lo inventano. Baby shower. Gender reveal. Festa di fidanzamento.
E sopra ci mettono la canzone.
E sopra la canzone costruiscono il rito.
E sopra il rito il mercato.
E noi siamo dentro. Non come artisti. Come operai.
E la cosa che fa male non è il lavoro. È
Ma che non suoniamo più quello che amiamo.
Io la classica la tocco sempre meno.
Eduardo il jazz lo sogna.
Il sax lo suona, sì, ma come serve. Non come vuole.
E fuori dicono: “i neomelodici so’ rozzi”. E tu pensi: magari. Magari fosse così semplice.
E allora, si proprio v’adda venì quella voglia di indignarvi — che vi viene sempre, per tutto, per i rider sotto la pioggia, per le consegne in ritardo, per le multinazionali cattive che però vi portano il pacco a casa — fatelo pure, ma na vota, na vota sula, fatelo pure pe’ nui.
Per noi che stiamo chiusi là dentro, senza nome, senza faccia, senza palco, a mettere note su note che non saranno mai nostre.
Per noi che abbiamo studiato anni, coi calli sulle dita e i silenzi forti dentro, per suonare altro e invece suoniamo questo.
Per noi che reggiamo, pezzo dopo pezzo, un mondo intero che vi entra nelle case, nelle macchine, nei matrimoni, nelle lacrime — e non sapete nemmeno che esistiamo.
Abbiateci rispetto.
Ma proprio rispetto vero, di quello che si tiene quando il sax entra piano e sembra che stia piangendo per conto tuo. O che sta facenn’ammore!
Non serve molto. Una volta sola.
Quando sentite una canzone e dite “è semplice”…fermatevi.
Nu momento solamente.
Non guardate chi la canta.
Pensate a chi l’ha costruita, nascosto, zitto, mentre fuori sbattevate e mmane!
Gennaro De Cristofaro (1994) – chitarrista classico napoletano, docente al Conservatorio. Attivo come arrangiatore nel circuito pop-neomelodico, lavora in forma anonima su produzioni commerciali. Specializzato in armonizzazione e adattamento stilistico. Vive a Napoli. Suona quello che serve. Ama quello che non può più suonare.
