Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Tutti parlano dei rider.
Li nominano come le cose appena scoperte, ma non hanno mai un nome davvero. Non una vita che resti, non una storia che si possa raccontare.
Passano, consegnano, scompaiono. Restano solo tempi, percorsi, dati.
Tracce senza memoria. Deve essere scritto così.

E in quella stessa linea bassa dove le cose esistono senza essere ricordate stanno anche i bassisti. Quelli sotto. Spesso anche se sono molto alti.
Non quelli davanti, non quelli che rompono, ma quelli che tengono sono quelli che non hanno un nome.

In Inghilterra, quando il suono aveva ancora una legge dura, il basso reggeva tutto: punk, new wave, dark. Portava il peso senza ornare. Non chiedeva spazio. Stava sotto come una trave nel controsolaio.

Se lo togli, crolla il cielo.
E nessuno lo guarda finché regge.

Glen Matlock ha suonato nei Sex Pistols e armonizzato tutti i giri del primo album. Le linee sono sue, ossa sotto la pelle di ogni pezzo. Se le togli il corpo non tiene.

Ma sul palco non c’era lui.
C’era Sid Vicious.
Non sapeva suonare e lo diceva.
Diceva che il basso non serve a suonarlo ma a usarlo, tenerlo basso e colpire. Teste, corpi, aria. Era una teoria ed è bastata.

“Un bassista lo riconosci dal numero di crani che ha sfondato, col basso!”

La storia non ricorda chi tiene, ricorda chi rompe.

Sid porta con sé la notte, la droga, il rumore.
Nancy Spungen muore in un gioco di lame passate nei giubbotti, lui dopo, di overdose da eroina.

Una fine corta e una traccia lunga.

Matlock invece resta vivo e questo lo condanna.
Esce dal gruppo anche perché a casa c’è una madre che dice no, non con quelli, non con i Sex Pistols, non con quella gente. Coi Sex Pistola tu a suonare in giro non ci vai.
Prima il divieto, poi il distacco.
Quando esce God Save the Queen lui è già fuori.
Il nome si scioglie, i crediti si chiudono, il suono resta ma non chiama nessuno.

Prova ancora.
Mette insieme i The Rich Kids con Midge Ure alla voce. Registrano, suonano, due anni veri e poi il tempo si svuota e si allunga senza lasciare segni. Non resta niente.

Matlock passa accanto agli altri, suona con chi resta e con chi viene dopo, anche con Iggy Pop.
Sempre vicino a chi pesa, mai dentro. Sempre ossa sotto la pelle, travi sotto il controsoffitto. Non solo una questione di misura.

Ma ti prende il posto uno che non sa stare su una corda ma sa distruggere tutto, ti trovi accanto a uno che riempie stanze senza sforzo, soltanto con il respiro di Breath, ti muovi tra corpi che occupano lo spazio come iguane e tu resti sotto.

Il basso non esplode, tiene.
E quello che tiene però si dimentica.
Non è cancellazione, nessuno ti leva davvero, resti inciso ma non vieni chiamato.

Sei lì come una cosa seconda, come l’Everton, l’altra squadra di Liverpool FC, stessa città, stesso campo, ma devi volerla vedere. Sì, da qualche parte è scritto anche questo.

Uno spacca, muore, resta.
Uno regge, vive, sparisce.

Io ci sono passato. Bassista anche io, new wave.
Ci chiamavamo Réclame, nome preso da un pezzo dei Baustelle.
Ci sembrava una parola giusta, una promessa detta prima ancora di avere un corpo, pubblicità di noi stessi quando non c’era niente da vendere.
Per un tempo breve siamo stati qualcosa.
Seminali, si diceva, ma solo lì sotto, nella sezione, chitarra ritmica, basso e batteria: struttura new wave vecchia scuola, armonicamente ferma, e sopra un ritmo da ballare.
E ballavano davvero. Questo succedeva.
I corpi degli altri si muovevano su qualcosa che noi tenevamo.

Poi si fermavano.

Una sera mi pagarono, al primo concerto, così si dice, con un hot dog freddo e una birra tiepida, in bottiglia. Niente altro.

Stava lì nelle mani il compenso come una misura definitiva, non un errore, non un incidente, ma un segno.

Seduto sul bordo del palco vuoto, con le luci già spente e il suono ritirato come acqua, ho guardato quella paga e ho capito che anche quello era scritto.

E ho pensato a Matlock.
Non al nome. Alla posizione.

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6 risposte

  1. Avatar 2010fugadapolis

    Secondo me quello del bassista è un mestiere ingrato. Credo che a parte Paul McCartney e Gene Simmons i bassisti in assoluto non abbiano mai avuto il riconoscimento che si meritavano (parlo al passato perché ho una teoria secondo la quale la musica è morta alla fine degli anni ’90 e già lì non è che se la passasse bene).
    Oltre che è difficile. E’ difficile, cazzo. Tutti bravi a fare wah-wah con una chitarra con sotto tre quattro effetti e quelle cordine sottili che vanno dove dici tu, ma il basso è un’altra cosa. E lo dico da chitarrista che ha provato a suonare il basso e ha lasciato perdere subito. Anche perché il pezzo va in un modo ma la linea di basso deve andare da un’altra parte, è un po’ come fare i controcanti.
    E poi, a parte Paul e Gene, non ti caga nessuno.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      IO facevo il bassista punk quindi fai tu!
      Eh, ma… proprio perchè facevamo disco punk io e il batterista eravamo l’anima della festa.

  2. Avatar 2010fugadapolis

    Ah. I rider invece mi stanno sul cazzo. Così, per dire.
    Sarà perché non ho mai usufruito dei loro servigi ma per me se sparissero nel nulla dall’oggi al domani insieme ai monopattini ed alle bici elettriche sarebbe tanto di guadagnato.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Capisco l’odio per le due ruote.
      Se non li vedi è di solito perchè vivi in un luogo strano.

      1. Avatar 2010fugadapolis

        Li vedo, li vedo, pure troppi. Anche se sì, vivo in un luogo strano. Non odio le due ruote, ho una bicicletta ed ho venduto l’ultima moto pochi anni fa per sopravvenuto rincoglionimento, ma è proprio l’essenza del “rider” a farmi venire le madonne. Non per il rider in sè ma per ciò che rappresenta.

  3. Avatar Sandro Battisti

    waters-mason

    si sono issati su dal nulla.

    non c’entra il punk per matlock

    c’entra il fatto di non aver osato. e non importa che fosse bravo.

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