Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

[
[
[

Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

]
]
]

Descrivi una decisione che hai preso in passato che ti ha aiutato a imparare qualcosa o a crescere.

Come tutti sapete — o fate finta di saperlo che tanto è uguale — c’è stato un tempo. 

O meglio “In quel tempo” che fa più vangeli apocrifi.

Un tempo preciso, collocabile, uno di quelli che non puoi nemmeno diluire nel ricordo perché resta lì, viscoso, appiccicato, e no, non era “una primavera di un anno da cani” che a tratti state leggendo. Era peggio, molto peggio, perché lì io stavo a leccarmi le ferite e a rielaborare — parola grossa, in realtà stavo solo cercando di non impazzire — il fatto che avevo lasciato la ragazza con cui mi dovevo sposare perché lei era impazzita. 

O almeno così mi sembrava. 

E sì, ve l’ho spiegato mesi fa, ma tanto ogni tanto serve ribadirlo, che le cose quando non le capisci le ripeti.

E in quel tempo io avevo una lucidità bassissima, quasi nulla, e quello che sentivo era una roba molto semplice e molto sporca: solitudine, fallimento e odio. Verso le donne. Tutte. Indistintamente. Pure mia madre a volte — e questa è una cosa che non è bella da dire ma è vera, e se non dici le cose vere tanto vale stare zitti — tutte tranne una zia di cui non ho ancora il coraggio di parlare, e già questo dice abbastanza. 

Odiavo le donne, odiavo me stesso e odiavo la solitudine che provavo, e dentro questa triade perfetta di merda pensavo che la soluzione fosse non pensare.

E per non pensare bevevo.

Un sacco.

Solo che non funzionava, perché io ho una resistenza all’alcol che è una roba indecorosa, bastardissima, quasi offensiva per chi beve per davvero. Quattordici gin&tonic — quattordici, contateli — e sono lucido, presente, coordinato, in grado di intendere, volere, camminare, guidare e pure vivere sessualmente come se niente fosse. Chiedete a mia moglie del primo sabato usciti assieme, che ancora oggi quando lo racconta sembra stia parlando di un fenomeno paranormale. Quindi sì, bevevo un sacco, ma non per non pensare: per occupare la testa, mi dicevo. 

Per inventarmi drink. Per riempire lo spazio. Per non sentire il vuoto mentre gestivo quella birreria con american bar che era diventata il mio habitat e la mia scusa.

E nel frattempo frequentavo donne.

Tante.

Troppe.

Quasi sempre una diversa a sera. E lo so, sembra una stronzata, sembra una posa, sembra una di quelle robe che si raccontano per darsi un tono — ma vi giuro. Ed è pure peggio, perché dentro quella cosa io mi ripetevo: non devi essere una merda. Non devi essere una merda anche se le odi. Già le stai usando — come strumento e come scopo, proprio nel senso letterale, verbo scopare e senza poesia — almeno sii corretto. 

Almeno avvisa.

“Io se sento un cicalino nella testa, sappilo, in sessanta secondi me ne vado.” Lo dicevo subito. Subito. E poi rincaravo pure: “Sembra una frase da film ma è bene che tu sappia che non lo è.” 

E funzionava. Funzionava benissimo su “Gleeden”, su “Adotta un ragazzo” – tutte apodi cui un giorno vi dirò – funzionava fuori, nei bar, nelle notti. 

Spesso andava benissimo così. Spesso la mattina dopo mi trovavo a pensare “forse ci rimango altri sessanta secondi” e poi mi tornava in mente che quella aveva figli, marito, una vita vera, e il cicalino faceva il suo lavoro: ciao, sparito.

E in mezzo si accumulavano storie.

Settantotto.

Le contai.

Settantotto storielle da massimo tre giorni, e questa estate — perché era un’estate, ma sembrava una vita intera — è andata avanti fino al 12 gennaio 2016. 

E dentro c’era di tutto. 

Robe che oggi leggo qui sotto l’etichetta “relazioni tossiche” e mi viene da ridere, perché non è sempre vero che i tossici siamo noi, anzi, io il disclaimer lo mettevo prima, chiaro, limpido, chirurgico. 

E queste storie — tutte — mi hanno insegnato qualcosa, anche quando sembravano solo un casino.

Una prof di storia dell’arte con derive mistiche e insicurezze che facevano paura. 

Una ballerina professionista con una repulsione per l’acqua corrente e piedi distrutti ma una mobilità e una fantasia che poi però si fermavano sempre sull’“ahi” prudenziale. 

Una donna di quarantotto anni, vergine, con mine mentali nascoste benissimo. 

Un’escort che con me voleva fare beneficenza — ancora oggi non ho capito perché. 

Un’amica strettissima di una mia dipendente, bellissima per tutti, ma con bug fisici incredibili e imbarazzi ingestibili. 

Una signora incasinata che viveva il sesso nei parcheggi per scambisti, da sola, definendo eccitante il rischio di finire male — e io a morire che di notte ci pensavo e non dormivo. 

Una carissima amica molto più giovane con episodi di ninfomania. 

E poi lei. L’ultima.

Diciannove anni. Io trentasette.

Convinta che fosse sano che io stessi dentro la sua vita sociale da diciannovenne. Con feste di diciott’anni a cui dovevo andare con venti anni di vantaggio e in odore da zio o da guidatore designato.

E lì succede.

“Vieni ai diciotto anni del mio amico.”

Due ore e venti a spiegarle che non era il caso. Due ore e venti.

E il cicalino ancora zitto, perché io ero quasi convinto di essermi innamorato, che è la cosa più pericolosa che ti può capitare quando stai così. 

E allora faccio una cosa. Giocosa. Creativa. Molto sessuale. Poco sexy. Bastarda. 

Facciamo all’amore all’arrabbiatissima coke piaceva a lei perchè dice che a diciannove anni sta bene così e io finisco facendole una roba.  Una roba che la costringe a tornare a casa a rifarsi i capelli. 

Lei ride. Ci ridiamo. 

Però, io rido storto, tutto il tempo, perché dentro penso: perfetto, adesso ha la scusa per tornare a casa e io ho la scusa per sparire.

“Vai avanti, ti raggiungo.”

E invece sparisco.

E lì capisco che ho toccato il fondo. 

Non perché non avevo detto il disclaimer che era sempre rimasto chiarissimo in quei 18 giorni – sì l’ho detto, credevo che non sarebbe suonato il cicalino, perchè a parte quel problema sociale stavamo bene un sacco anche con 20 anni di differenza – ma poi non sarebbe durata e lo so.

Stavo male per un’altra cosa: perché mentre ridevamo io avevo già deciso tutto senza dirlo.

E allora mi fermo.

E penso a mio nonno.

A quella frase che non avevo mai sentito e che ho scoperto anni dopo la sua morte: che ero diventato forte da solo, che mi costringevo a essere buono per non restare solo, che se volevo mi prendevo per i capelli — quando ancora li avevo — e mi buttavo dall’altra parte dell’ostacolo da solo, ringraziando pure tutti di avermi salvato quando non avevano fatto un cazzo di niente e lo facevo per non dire agli altri che non valevano un cazzo e non farlo stare male – tipo mia madre e mio padre.

E lì faccio una scelta.

Di che cazzo hai paura? Della solitudine?

Perfetto.

Cura: stai solo. Da oggi stai solo. Non vedi nessuno basta chiuso stop finito. Ti butti dentro quello che sei. E se soffri, soffri bene.

Finché non hai finito.

E funzionò.

Fece male. Cazzo se fece male. Un male cane.

Ma funzionò.

Perché ne uscii che sapevo chi ero. Perché avevo verificato che mio nonno aveva ragione. E lo dissi pure: ho fatto tutto da solo, ma adesso basta, la prossima volta aiutatemi cazzo.

E servì. Servì a me. Servì a sistemare qualcosa tra me e i miei.

E poi, due mesi dopo, per caso — perché succede sempre così — inciampai in mia moglie.

E lì è partita un’altra storia. E non ero più solo.

Ero completo. Nel modo più strano e pirotecnico possibile, ma completo.

Quindi sì, alla fine la decisione è stata questa: non rompere il cazzo agli altri per quello che ti è successo e non raccontartela. Affronta il dolore. Attraversalo.

E diventa una persona migliore.

Tanto fai già schifo.

Migliorare un poco non è difficile.

,
9

9 risposte

  1. Avatar Sandro Battisti

    bello questo. bello

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Gentile!

  2. Avatar F.L.

    Rimango sempre un po’ scossa quando le persone squarciano la propria sfera più intima e privata e si offrono così agli sconosciuti, quasi in pasto. Mi domando se ne sono degna, se possa avere davvero la facoltà di dire qualcosa. Poi scopro, nell’essere partecipe in questo racconto, analogie, tangenze, una qualche comunanza e cerco di farne tesoro, silenziosamente, senza aggiungere nulla, che mi sembrerebbe irrispettoso.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Credimi, questo non solo è il raccontabile, ma è quello che non ho mai nascosto nemmeno nella sfera di chi mi frequentava mattina pomeriggio e sera. No, le cose davvero impattanti non le ho ancora scritte. Non escludo, ma è tosta.

  3. Avatar gattapazza

    Ho di nuovo letto tutto di un fiato!
    Eppure usi bene la punteggiatura.
    Stare soli cazzo!!!
    Non c’è altro da fare!!
    Ed è difficilissimo.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Non fu difficile. Forse perchè ero stato così poco solo dove serviva che fu liberatorio da subito.

  4. Avatar Francesca

    Restare soli è molto dura ma è possibile anche quando è conseguenza di lutti di abbandoni o altro si può. Il rispetto è un’esigenza verso se stessi e verso gli altri. Ciao

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Capirlo è lucidità. Che non hai quando soffri molto.

  5. Avatar Francesca

    E già non c’è lucidità quando si sta male dentro . Ciao

Rispondi

Scopri di più da quindi, sì, nudo e crudele

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere