Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Sai qual è la cosa interessante del porno, se smetti per un secondo di guardarlo come roba da browser in incognito e inizi a guardarlo come industria culturale? Che è sempre stato il Nostradamus attendibile della società.
Non quello a trucco, eh!
Il suo prototipo beta.
Quello che succede lì dentro, cinque-dieci anni dopo succede fuori, nei rapporti normali, nelle aspettative, nelle ansie da prestazione che ti porti nel più comunista dei tuoi buchi – l’inconscio non il culo per una volta – pure quando devi solo esistere più o meno dignitosamente un martedì sera.

E oggi la cosa più evidente è una: le asticelle si sono alzate in modo irreversibile. Non solo quelle che potete immaginare parlando del porno e del verbo alzare – ma la vostra malizia c’entra.
Non un poco.
Non progressivamente. 
In verticale. 
Basta vedere l’ossessione maniacale per centimetri, durata, turgore, continuità della performance. Perché nel porno, alla fine, tutto ruota sempre attorno alla stessa materia prima: carne.
Carne dura. Carne che entra ed esce.
Produzione industriale di presenza fisica incontestabile. Se non c’è quella, non esiste scena. E quindi si misura, si confronta, si ottimizza.

Negli anni ’80 — la famosa età dell’oro del porno, che guarda caso è sempre l’età dell’oro di qualunque nostalgia umana pure per roba come i cartoni animati o I Like Chopin — i mostri sacri erano gente normale.
Davvero.
A parte i miracoli statistici tipo J. Holmes o Siffredi (che coi suoi 24,7 già sembrava un fenomeno ma comunque stava parecchio sotto i trenta mitologici dell’altro), il resto del pantheon erano uomini normalissimi.
Pure un filo brutti.
Cercateli: Joe Calzone, Bob Malone – tutte desinenze in ONE eh, fatto caso? – Yves Baillard, Jean Pierre Armand. Robustezza sì, ma umanità evidente.
E soprattutto: nessuno faceva finta che sul set non succedesse la cosa più umana del mondo, cioè lo smosciamento.
Oh, grazie al cazzo!
Devi tirare fuori venticinque minuti di girato dopo due ore di riprese, pause tecniche, luci, gente che entra ed esce, qualcuno che ti sistema le mani perché continuity, qualcuno che controlla l’inquadratura mentre tu cerchi di ricordarti quanto dentro eri prima dello stop.
Non siete mai in due su un set. Mai.
Eppure andava bene così. Il pornodivo era la misura simbolica maschile: se ogni tanto gli calava, allora poteva succedere anche a te senza che crollasse la civiltà occidentale.
E anche l’aspettativa femminile restava umana: se arriva un poco più grosso alleluia, se ogni tanto perde colpi pace, succede pure ai professionisti.

Un ragazzino che scopriva quel mondo aveva davanti modelli realistici.
Tipo: ok, non sei XL, e allora? Ti mancano tre centimetri? Ma davvero stiamo facendo tragedia?
La media è 14-15, e quasi sicuramente da giovane ci stai dentro o pure sopra — perché sì, col tempo si contrae e le statistiche le fanno chiedendo misure a quarantenni e cinquantenni, dettaglio che curiosamente sparisce sempre dalle conversazioni da spogliatoio.

Adesso no.

Adesso è diventato uno sport olimpico. Letteralmente.
Se chiedi alle pornostar — soprattutto alle donne — ti raccontano un eptathlon permanente: resistenza, durata, controllo muscolare, dimensioni, fluidità degli orgasmi – ci torneremo ma nel 90% dei casi, autospoiler, è urina diluita bene da 4 litri d’acqua bevuti a forza prima della scena – ripetibilità della performance, estetica costante.
Tutto simultaneo. Tutto performativo.
E dietro c’è chirurgia, fisioterapia, terapie infinite, corpi che finché sono giovani sembrano invincibili e poi, verso i quarantotto, presentano il conto con la puntualità di Equitalia biologica.
Moltissimo dolore venduto come “che orgasmo incredibile!”
Molta simulazione emotiva trasformata in standard visivo.

Nel frattempo adolescenti bombardati solo da modelli iperperformativi crescono senza nessuno che spieghi loro che quello è lavoro, montaggio, selezione estrema. E donne — spesso sole, perché VIVADDIO la famiglia contemporanea ha cambiato tutto, divorzi inclusi — che rischiano di leggere quelle immagini come parametro reale delle proprie relazioni passate.
Quando invece la logica è semplice: se non sciocca, oggi, non produce attenzione. E se non produce attenzione, economicamente non esiste.

Vi sembra una cazzata?
Non lo è.
C’è un’intera branca della sociologia culturale che da anni studia proprio questo slittamento delle aspettative corporee e relazionali generate dalla pornografia mainstream.
Io ogni tanto ve ne porto un pezzo, perché parlarne serve.
E infatti il punto finale, per una volta pacato, è questo: non è roba schifosa, MA roba umana all’ennesima potenza, senza filtro, senza pudore editoriale.

Ma proprio per questo, se non la raccontiamo bene, se non la spieghiamo, se continuiamo a consumarla senza alfabetizzazione emotiva, diventa una bomba lenta nel cervello collettivo.
Quindi sì: guardatela, studiatela, criticatela, rideteci sopra — ma soprattutto parliamone. Perché il problema non è mai quello che vediamo. Ma quello che crediamo quando smettiamo di capire cosa stiamo guardando.

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6 risposte

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Grazie mille!

  1. Avatar gattapazza

    Eccola la tua incursione in un mondo visto solo da spettatori, ma sconosciuto, perché di fatto era ed è un prodotto da consumare velocemente.
    Con te ha assunto la
    giusta umanizzazione, le
    performances, la fatica la troupe che gira intorno.
    Il prodotto finito non da l’idea di tutto questo, sarò banale ma mi viene un moto di tenerezza a pensare al divieto, non osservato, di visione ai minori.
    Minori che possono ascoltare e vedere crani scoperchiati in un attacco missilistico ma due persone che fottono per carità.
    Stanca di questo bacchettonismo ipocrita e anche pericoloso.
    Preferisco un adolescente che perde qualche ora di sonno perché qualche ormone gira velocemente, piuttosto che viva l’angoscia bellica rispetto al suo futuro, sarò banale ma dovevo scriverlo.
    Grazie!

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Sono sincero, detesto la banalizzazione. Dietro ci sono persone, che piaccia o no. E tu lo hai colto e per questo grazie. Stanca davvero, la bacchetta nel sedere dei borghesi.

  2. Avatar Vittorio Tatti

    La mia fantasia più estrema da adolescente era quella di fare le rovesciate volanti di Holly.
    Il resto mi andava bene com’era.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Io volevo un gemello per fare il tiro dei Derrick

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