Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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La tecnologia come ha modificato il tuo lavoro?

C’è un punto, in Critica della ragion pura, in cui sembra che l’uomo possa davvero mettere ordine nel mondo, tipo stronzo sottopagato anche se per megaditta svedese – comunque con proprietario filonazista di famiglia – che si aggira riordinando scaffali dell’IKEA ma senza le brugole che avanzano: categorie, strutture, roba pulita, asettica, quasi igienica. 

Poi esci di casa, oppure semplicemente apri la mail, e capisci che no, che il mondo è una discarica semantica dove la gente confonde “scrivere” con “premere tasti a caso con convinzione”, e soprattutto che il tuo lavoro — qualunque esso sia — è una roba molto più sporca, stratificata, ridicola e tragicamente concreta di quanto qualsiasi filosofo tedesco del Settecento avrebbe mai potuto anche solo immaginare mentre si faceva le seghe mentali sulla ragione. Tante, Kant, tante davvero, come proverò presto a spiegare di là.

Nel mio caso, il primo lavoro — ufficiale, riconosciuto, benedetto con acqua santa e minacce passive-aggressive — era studiare. 

Fino ai quattordici anni io non ero una persona, ero un progetto ministeriale di ambizione di Barbiana: studia, non rompere il cazzo, non fare il fenomeno, e soprattutto non ti venga in mente di avere una vita. Tavole della legge incise non nella pietra ma nell’acciaio staliniano, con padre e madre nel ruolo di un misto tra giudice costituzionale e capo campo sovietico. 

E io obbedivo, certo, ma nel frattempo d’estate venivo mandato, in chiave rieducativa a lavorare in nero come un piccolo imprenditore del disagio: barista, inserviente tecnico da spiaggia (che è un modo molto elegante per dire “schiavo delle sdraio con mansioni accessorie di sudore e posture da Cristo sul Golgotha sotto ombrellone e non croce”), nello stabilimento di mia nonna, con una competenza operativa pari a zero e una fiducia in me stesso totalmente immotivata, che mi portò anche — e qui entra il capolavoro — a far prendere una multa che sfiorava il reato di sfruttamento del lavoro minorile. Improprio, eh. Ma solo perché parlai troppo disorganizzato per far apparire sfruttato davvero qualcuno.

Ero già allora un perfetto esempio della mia futura poetica: ero figo nella narrazione, coglione nell’esecuzione. Mi costruivo un’identità da lavoratore precoce, quasi proletario romantico, e poi nella pratica facevo danni amministrativi che neanche un evasore seriale al primo giorno di tirocinio. 

Poi verso i sedici anni arriva la ristorazione, che è il primo vero teatro, ma non quello elegante di Konstantin Stanislavski con la gente che si immedesima e piange in modo controllato: no, il teatro dove se sbagli una comanda ti urlano addosso con una precisione chirurgica che ti smonta l’identità in tre frasi, e dove impari che il cliente ha sempre ragione tranne quando ha torto, cioè sempre, ma comunque pagherà e quindi devi sorridere mentre dentro sogni di appiccare fuoco al locale con te dentro, così almeno finisce la scena. E tona “Mongoloide!” urlato a te, in sala, dal proprietario che è quello che ti da i soldi a fine serata e che quindi ancor più del cliente ha sempre ragione. E in quell’offesa geografica ci sta pure un sacco di karma che ritorna.

E intanto lo studio restava, immobile, totalizzante, una specie di religione laica che non ammetteva deviazioni. 

Fino ai diciannove anni la tecnologia nel mio lavoro non esisteva davvero: c’erano computer, sì, ma erano come i parenti lontani alle feste — li vedi, li saluti, speri non ti parlino. Poi però arriva la democratizzazione apple degli strumenti portatili, e lì cambia tutto, ma non in modo epico, non con le trombe del giudizio universale: cambia in modo subdolo, pratico, quasi meschino. 

Il computer nello zaino universitario, gli appunti digitati invece che scritti, i capitoli sintetizzati invece che sottolineati come un ossessivo compulsivo con evidenziatori di cinque colori diversi che non servono a un cazzo.

E improvvisamente il mio lavoro di studente diventa produttivo. Non migliore, attenzione — più veloce. Che è diverso. Scrivevo più veloce, pensavo più veloce, sbagliavo più veloce ma con una grafica impeccabile, che è un modo molto contemporaneo di essere un coglione: efficiente. E questa cosa, totalmente neutra, quasi noiosa, anni dopo diventa paradossalmente erotica. 

Perché la vita non è lineare, è una spirale che ogni tanto ti prende per il culo.

Chat porno. Notte. Io che mi fingo donna, casalinga, di Voghera — che già è una scelta geografica di una precisione sociologica inquietante. Interlocutore medio: arrapato, solo, convinto di stare vivendo un momento autentico. 

Io scrivo. Veloce. Troppo veloce.

«Oh ma scrivi velocissima.»

E lì parte la costruzione narrativa.

«Eh, prima di fare la casalinga ero segretaria. Dattilografia, stenografia, patentino.»

Credibilissimo. 

Sexy per quell’immaginario da ufficio anni ’80 dove la segretaria è un misto tra efficienza e disponibilità, e il suono dei tasti diventa quasi una forma di preliminare acustico. 

Non so cosa ecciti della battitura veloce, forse l’idea di una mente che lavora, forse il ritmo, forse il fatto che uno si immagina le dita e poi da lì scivola dove vuole lui, ma funzionava. 

E io ero perfettamente dentro il ruolo: figo nella costruzione, coglione nella verità.

Ma ogni tecnologia ha un prezzo, e il mio è stato perdere il corsivo. 

Non subito, non con un trauma, ma con quella lenta erosione delle competenze inutili che sembrano inutili finché non ti servono e lì scopri che sei diventato un analfabeta funzionale con laurea. Smetti di usare la penna, la penna smette di riconoscerti. 

Arriva il momento in cui tuo figlio ti chiede come si scrive una “r” in corsivo minuscolo e tu produci un segno grafico che sembra il disegno di un animale morto.

Lui ti guarda. 

E non è rabbia. È peggio. È disprezzo misto a compassione. 

Ti percula. E ha ragione. 

Perché tu sai fare operazioni complesse a mente, moltiplicazioni a due cifre se intorno fanno silenzio come se stessi disinnescando una bomba, hai una padronanza delle tabelline che sfiora il mistico, ma non sai scrivere il tuo nome in corsivo senza sembrare un immigrato temporale. 

E il correttore automatico nel frattempo decide che “perculare” non esiste e lo trasforma in “percolare”, e tu ti senti esattamente così: filtrato, inutile, una merda che passa attraverso un sistema che non hai deciso tu.

Poi arriva internet, quello vero. 

Non la merda romantica che si raccontano oggi, ma quello a manovella, con i rumori da modem che sembravano cicale epilettiche, il tempo che aveva un peso fisico, il caricamento delle pagine che era un atto di fede. 

E poi la fibra. 

Iliad che va a cannone. Tre giga in quattro secondi. La mia unità di misura per anni è stata lo scarico di personaggi dei Sims — che già questo basterebbe per aprire un capitolo psichiatrico a parte sul mio terzo lavoro, quello da piccolo dio frustrato che crea e distrugge vite digitali con una leggerezza inquietante, ma lasciamo stare che sennò deragliamo e non torniamo più. A tra poco su questi schermi.

La democratizzazione di internet ha fatto una cosa enorme: ha velocizzato il mio lavoro e il piacere di lavorare. 

Perché se sai cercare — e questo è il punto, se sai davvero cercare, non digitare parole a caso sperando che Google faccia il miracolo — accedi a archivi con dentro uno scibile serio, pesante, importante, roba che prima era riservata a pochi, paganti, accreditati, spesso anche un po’ stronzi, ma con un senso. Password, account, accessi: una specie di massoneria digitale, ma senza grembiulino, solo con abbonamenti. E gentaglia pessima, peggio che nel deep web o su Telegram.

Poi però qualcuno ha deciso che tutto doveva essere per tutti. 

Democratizzazione, plebeizzazione, chiamala come vuoi. Plebeizzazione, fa dannatamente più corretto, perchè deve esserci un sopra e un sotto quando si parla di Cultura e Arte – come scrivere, fotografare e simili. 

Il risultato è che il mio quarto lavoro, redazione in una casa editrice nemmeno troppo minima, è stato devastato. E non dall’IA in sé, che anzi è quasi tenera nella sua onestà meccanica, ma dai pezzi di merda convinti di essere furbi e, soprattutto, convinti che io sia stupido. 

Che è l’unica cosa che davvero mi manda in modalità omicidio creativo.

Scena. 

Mail. “Manoscritto rivoluzionario”. Già lì dovresti chiudere. 

Apri. Leggi. 

Dopo tre righe senti l’odore. Dopo cinque hai la conferma. 

Dopo dieci vuoi bruciare qualcosa.

Perché non è il problema che sia scritto da uno schiavo artificiale — stupido nel senso più puro, perché ripete stilemi anche se gli dici di non farlo, onestissimo perché se lo interroghi confessa, artificiale perché se devo spiegarvelo siete proprio il target di quella merda. 

È che tu, umano, pensi di aver fregato il sistema. 

Che io non me ne accorga. 

Che basti cambiare due aggettivi e via, romanzo.

E invece no. Non perché sono un genio. Ma perché la stupidità ha una firma, una cadenza, un odore. E soprattutto perché odio essere considerato stupido, e questa cosa mi rende chirurgico, cattivo, creativo nel senso peggiore.

Ma il problema non è solo quello. 

È che ora chiunque può scrivere, pubblicare, vendere. Senza filtro. Senza ghigliottina non sul romanzo, ma sul tuo collo per lesa maestà. 

Senza qualcuno che dica “no, questo fa schifo, torna a casa e magari leggi un libro prima di scriverne uno”. E quindi il mio lavoro dei sogni — far girare un romanzo — diventa un incubo logistico: non basta più essere bravo, devi essere spiegato.

Servono agenti, meglio se due, meglio se donne, che introducano il tuo lavoro non solo con le cartelle e il curriculum, ma con una traduzione simultanea del tuo stile: “attenzione, questo non è un illetterato delinquente che scrive come parla perché non ha studiato, questa è una scelta artistica consapevole, ambiziosa, sporca ma intenzionale”. 

Che detta così sembra una scusa. E forse lo è. 

O forse è solo il modo elegante di dire che scrivo come vivo: male, ma con coerenza.

E immersività.

Alla fine, se proprio devo fare un bilancio — e lo faccio controvoglia, perché chiude troppo — la tecnologia ha migliorato il mio lavoro. 

Oggettivamente, tecnicamente, quasi matematicamente. 

Ma ha peggiorato in modo esponenziale l’ambiente in cui quel lavoro esiste. Non per la concorrenza, che anzi sarebbe pure stimolante, ma per l’invasione di gente con un QI che definire basso è un complimento e soprattutto con una convinzione incrollabile di essere dei geni del male.

E gli stupidi hanno una caratteristica interessante: non servono a niente. 

Nemmeno come esempio negativo, perché sono troppi. 

Occupano spazio, fanno rumore, rubano ossigeno. 

Letteralmente. 

Quello che dovrebbe respirare mio figlio.

E quindi la domanda — che resta lì, sospesa, irrisolta come tutte le cose importanti — non è se la tecnologia abbia migliorato il lavoro.

È se abbia semplicemente tolto il coperchio e fatto vedere quanta gente c’era già sotto da bollire.

O meglio da tenere al freddo, a Novosibirsk, Siberia profonda. Possibilmente senza cappotto. Possibilmente senza penna.

I forni, come sapete, sono di una amministrazione che non mi sta simpatica.

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