Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

[
[
[

Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

]
]
]

L’esterno che si intravede in uno scarto di montaggio forse rimasto appiccicato è quello delle mura del carcere di Poggioreale, a Napoli. Il poster scrostato di Nino d’Angelo è ben visibile. Pochi secondi: sembra non debba esserci tempo di prendere aria.

La mannaia del montaggio cala rumorosa.
Chiavistelli, clangore metallico, una chiave che gira.

Il montaggio analogico.

La stanza è bassa, umida. Ha le pareti verdi di muffa.
Un sotterraneo che non vede il giorno, mai. La luce non entra. Dal soffitto pende una lampadina fioca. Oscilla male e soffia un chiarore al lumicino sulle pareti sporche. L’intonaco è scrostato: Rorschach da arredamento.
Il pavimento ha il colore dell’acqua vecchia. Le sbarre ci sono; troppo pulite e nuove, però. Oggetti di scena senza un’ora di lavoro tra la ruggine.

L’uomo con la divisa a righe sta vicino al muro.
Le righe sono bianche e nere ma il bianco è stanco e il nero è slavato.
Sul petto porta un numero cucito grande come una colpa. In testa ha un berretto a bustina. Lo ha sputato fuori un disegno per bambini. Un carcerato come lo immagina solo chi una prigione non l’ha vista mai.

Accanto a lui c’è una guardia ma la divisa è sbagliata. Troppo lucida. I carabinieri non guardano le celle.

L’unico che sembra vestito per davvero è il prete. Sta fermo. Le mani raccolte davanti al ventre. Gli occhi fissi sulla stanza come se aspettasse qualcosa che conosce già.

E infatti arrivano le donne. Lo seguono.
Leggiamo dettagli di bigiotteria acanto ad occhi neutri. Leggiamo altrove sorrisi bavosi macchiati di barba fatta troppo di fresco per gli standard della galera.
Il montaggio analogico.

Entrano senza parlare, le donne.
Non dicono nulla e non chiedono nulla.
Sanno dove prendere posto. A stento ne sentiamo il respiro.

Il silenzio cade sulla cella come una lastra. I corpi di donna portano dentro la stanza un ordine nuovo.

Pelle luminosa e linee precise. Gioielli: troppi. Un’eleganza che non appartiene a quel luogo. Il contrasto è talmente ricercato da apparire brutale. E gli uomini hanno facce pesanti e storte. Mascelle larghe. Occhi piccoli. Facce che ricordano tavole antiche dove si legge il carattere nelle ossa del volto.
O nelle forme ritorte dei peni.

Lombroso? Di questo parleremo altrove.
O forse lo abbiamo già fatto.

Perché guardando quegli uomini viene da pensare che qualcuno abbia preso le categorie di Lombroso e le abbia spostate qui.
Non alla crimoinologia ma alla pornografia.

Le donne sembrano provenire da un altro catalogo. Uno di quelli lucidi dove la pelle brilla e il mare è dietro l’angolo. Due mondi diversi che si incontrano sotto una lampadina da quaranta candele. E altrove parleremo o abbiamo già parlato di come volti e corpi delle donne siano cambiati, e tanto, in certi film.

Non è chiaro che rapporto ci sia tra gli uomini.
Il carcerato sta un passo indietro. La guardia si muove ma ha il potere. Eppure il primo é il carcerato.
Il prete resta fermo. Osserva. Non parla mai.
Le donne sono il banchetto. E ne sono consapevoli.
Montaggio analogico.

Il contatto tra i corpi comincia presto, artificiale e meccanico. Le mani lavorano subito e stonano dalle parole. Mani impertinenti ma stranamente automatiche su voci urgenti, affamate, morali. E piene di parole irripetibili. Non frenetiche ma mortalmente rapide e ripetitive, mani e voci. Il movimento è breve, ciclico, spastico. Un gesto programmato e poi lasciato andare senza supervisione. Un meccanismo semplice che non conosce variazioni.

Mani su tette, culi sotto dita, mani su culi, tette sotto mani. Isterico e spastico con brio.

Mano che non stringe su tetta che si muove sotto. Prima una camicetta, poi l’altro reggiseno, poi il primo reggiseno sotto la camicetta aperta, poi il secondo seno, nudo.
In montaggio analogico.
Mano che stringe a intermittenza, come il giallo del semaforo spento, su culo o coscia troppo soda per rispondere. Mano che tira ritmicamente il perizoma di una mentre
– Montaggio analogico –
la mano dell’altro uomo si serra su un polso troppo esile e lo guida su e giù, le dita strette di lui sul polso, di lei sull’asta di lui a tempo con la mano fuori fuoco che tira ritmica il perizoma di lei.

Montaggio analogico.

Citazione di La Classe Operaia Va In Paradiso. Qui non sono i cagnolini da cruscotto a scuotere la testa mentre due chiavano in auto. Qui quelli che chiavano in cella si muovono come cani da cruscotto.

Pensa a noi – come targa – non pervenuta.

Le lingue entrano in scena poco dopo.

Si muovono con una regolarità clinica. Non cercano il piacere o luoghi del piacere ma la superficie. Restano sul volto, sulla pelle esposta del collo, con movimenti sottili e continui. Molto insistenti. Il moto ricorda quello di certi rettili quando annusano l’aria. Brevi estensioni. Ritiri immediati.
Ripetizione costante.
Una scansione più che una carezza.
E i commenti delle voci si fanno più volgari e sghembi, se è pur vero che chi parla non può leccare. Il doppiaggio sciatto ci lascia pensare che le voci che sentiamo appartengano sempre all’uomo che non viene inquadrato, mentre quello che vediamo muove la lingua.

Il dialetto profuma e profana la stanza, sta nella muffa. Non ci sono parole gentili.
Ogni frase è progettata solo per degradare mentre l’azione procede. Gli uomini parlano per denunciare difetti, infedeltà, sporcizie morali immaginarie. Delle donne che tacciono. Una retorica dell’umiliazione come carburante per le macchine che operano – altro che fluidi.

Le donne restano mute. Nemmeno per dire no. Nemmeno per protestare. Il silenzio femminile è una seconda pelle.

Le coppie si formano e restano tali. Non c’è scambio. Nessuna variazione. Due circuiti chiusi che lavorano in parallelo. Le azioni si alternano con un ritmo regolare, come se una macchina invisibile regolasse le fasi del lavoro.

Le penetrazioni sono ripetitive, calcolate. Mai troppo dentro. Mai troppo veloce. Nulla che debba turbare il costante e continuo moto perpetuo del carne dentro carne fuori.
Nessuna cura di simulare diversi attriti.
Le espressioni, spastiche, mutano anche quando i corpi stanno continuando il solito lavoro. E non è mai chiaro perchè.

Il progredire delle aree coinvolte dalle penetrazioni segue la manualistica usata. In un chiasmo che propone inversioni totali. Quasi che l’unica rapporto che segue i principi di natura fosse la banalità da tenere nel mezzo, come transizione. Vaginale annoiato. Pure a dispetto della lunghezza del girato: 12 minuti sui 16 totali.

A livello di trama le poche informazioni che trapelano e sono vagamente leggibili nella sequela dialettale di offese e brutalità non chiariscono cosa tenga insieme tutti nella stanza. Forse un ricatto. Forse un accordo tacito. Qualcosa che non viene mai detto. Resta lo show nella stanza che non esplode mai in consapevolezza. Forse semplicemente deve andare così.

Il prete interviene una volta soltanto. Pur essendo centrale, altrove, nella pellicola. Il suo è un gesto tecnico. Poi torna al ruolo di osservatore. Le mani, solo quelle non smettono di muoversi con piccoli scatti nervosi, come se un impulso passasse nei tendini senza fermarsi. Sempre sul seno. Sempre della stessa.

Un preservativo compare.
Non è richiesto dalla produzione. Non parla di prudenza. Fa parte di quella trama incongrua in cui siamo stati reclusi e si rivela come attrezzo con finalità di marchio e di stigma: verrà svuotato sul corpo e sul viso della donna.

In onore alla regola della denuncia perenne di orgasmo maschile mai equivocabile.

Montaggio analogico.

La lampadina continua a oscillare sopra le teste.

Alla fine la scena si dissolve lentamente nel buio. Restano alcune risate laide. Si allontanano e poi spariscono. Le donne non hanno parlato mai. Nemmeno un singolo suono.

La sequenza appartiene a un film che altrove è stato premiato e lodato.
Concetta Licata.
Si è parlato di impegno, di realismo, di grande capacità attoriale. Eppure Selen da donna non ha mai proposto di far nulla con la bocca. Da donna ha parlato pochissimo e solo nei 7 minuti di tara tra durata totale e netto di titoli di testa e coda e scene esplicite.

Qui dentro restano soltanto corpi che si muovono come meccanismi e una domanda che rimane sospesa.

Se davvero qualcuno guarda tutto questo e lo chiama piacere. O se sotto quel buio e sotto quella lente severa si nasconde qualcosa di diverso che ancora non sappiamo nominare. Un Caravaggio ancora non compreso. O l’idea che il sesso, a farlo troppo, stufi pure chi se lo immagina per noi.

, ,
6

6 risposte

  1. Avatar 2010fugadapolis

    Ok. Quel “Il montaggio analogico” ripetuto è un evidente richiamo…
    Non è che per caso devo alzarmi dalla sedia e dichiarare che:

    “Concetta Licata (pausa d’effetto) è una cagata pazzesca”!! (cit.)

    No, perché nel caso mi offro volontario 😉

    Comunque, fermo restando che il porno mi ha rotto il cazzo da una vita (ma è un mio problema), devo ammettere che la tua conoscenza del tema è una cosa mai vista prima.

    E (excusatio non petita, lo so, ma non è come sembra, dico davvero) non lo dico con ironia, né strizzando l’occhio, né tanto meno con sufficienza, anche perché non hai certo l’aria del segaiolo.

    C’è un lavoro dietro che fa paura, nel senso buono del termine.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      C’è una tesina di dottorato, un anno di studio e approfondimenti pieni di aneddoti, un provino molti anni prima di cui ho sommariamente raccontato. E la ferma consapevolezza che é una chiave che spiega il mondo.

      Ciò detto non é solo un cit ma anche una tecnica autorialmrnte millantata da Salieri e usata solo credo in due casi nel film in questione.

    2. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      E detto questo di cuore grazie!

  2. Avatar Topper Harley

    Non riesco a commentare, mannaggia.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      No no ti leggo!

      1. Avatar Topper Harley

        Ringraziandoti per il post, sempre impeccabile, ti avevo scritto che sembrava un’analisi più da addetto ai lavori dietro le quinte che da utente. Non conosco il film ma conosco Selen e forse riesco vagamente, tra i ricordi, a collocarla in una scena simile. Anche perché, in mancanza di una trama, bastano pochi dettagli per trasformare la fantasia di una prigione a quella di un nightclub o di un qualsiasi altro posto. Sono comunque troppo vecchio per questa roba e pure prima non ero un grande appassionato. Per cui chi se ne frega ormai della trama. La letteratura in tal senso, ma anche in tutti i sensi, è molto più stimolante.

Rispondi

Scopri di più da quindi, sì, nudo e crudele

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere