C’è una sensazione molto particolare che arriva subito dopo aver imparato a fare una cosa nuova: una sensazione di post-fallimento. Non perché la cosa non funzioni. Anzi, funziona benissimo. Rilassante, ti concentra, ti mette in uno stato mentale quasi meditativo.
Il problema è quando scopri che, tecnicamente, è una cosa inutile.
E peggio: non confessabile.
Perché nell’epoca in cui viviamo è considerata un’attività tipicamente da donne. Non genericamente da donne. Proprio da donne.
Assolutamente da donne.
Tipo lo scrapbooking.
Una di quelle attività che, se la fai, socialmente vieni collocato immediatamente nella categoria: signora di provincia del 1890 con una salute delicata e molto tempo libero tra un attacco di tosse e l’altro.
E pure tua moglie comincia a guardarti con un certo occhio equivoco da quando le hai fatto vedere come hai sistemato alcune vecchie foto di famiglia. Ma proprio vecchie. Roba trovata durante una ristrutturazione dentro una scatola di scarpe. Foto di gente che probabilmente si chiamava Attilio, Clotilde e Aristide, morti nel 1937 dopo una vita trascorsa a possedere una mucca, un campo di patate e un orologio da taschino.
Il vero casino è che nel frattempo hai anche speso una sessantina di euro buoni in materiali davvero fighi fighi fighi su AliExpress. Perché AliExpress ha questo potere malefico: per pochi euro ti vende l’intero corredo creativo di una zia vedova dell’Impero austro-ungarico. E adesso ti ritrovi con:
- cornicette
- paginette finto bruciate
- adesivi
- foderine
- fogli vintage
- pezzi di carta che sembrano recuperati da una biblioteca bombardata nel 1917
- timbrini con parole tipo memories, dream, nostalgia
- roba decorativa che sembra arrivata direttamente da un monastero filoborbonico abbandonato
E non è neanche chiarissimo che cazzo farci ora con tutta sta roba.
Come se qualcuno ti avesse consegnato il kit completo per diventare una dama malinconica del 1885.
Il punto è che è frustrante.
Perché fare scrapbooking è terribilmente rilassante.
Ti siedi, prendi la foto di uno zio morto nel 1954, gli metti attorno una cornice con foglie autunnali, un pezzo di carta ingiallita, un timbro con scritto memories, magari un adesivo con una rondine, e improvvisamente sei calmo.
Sereno.
Pacificato.
Stai facendo decorazione memoriale per morti sconosciuti e il tuo cervello produce serotonina come se stessi meditando in Tibet.
Inquietante quanto funzioni.
E il problema è che oggettivamente sono anche bravo.
Non lo dico io: lo hanno detto alcune amiche e alcuni amici nei siti in cui ci si confronta su queste cose. Commenti entusiasti.
“Molto creativo”.
“Grande sensibilità visiva”.
“Bellissimo equilibrio tra texture”.
E però a un certo punto ti viene anche un dubbio: hai contato quanti uomini c’erano su quel sito?
Cioè. Solo tu.
Nel frattempo succede anche un’altra cosa inquietante. Non ti accorgi di quante volte, mentre impari e diventi bravo, ripeti mentalmente certe parole:
dama dell’800,
vedova,
zia,
signorina.
Le ripeti. Le accetti. Le interiorizzi. Come se il tuo cervello stesse lentamente costruendo una nuova identità sociale fatta di centrini, malinconia e tubercolosi.
Sia chiaro: io sono una delle persone più inclusive del pianeta. Senza se, senza ma. Essere inclusivi, (virgola) però, (virgola) – non ho detto se o ma quindi non scassate – non significa passare la notte a pregare tutti i santi del lunario perché tuo figlio si scopra gay o perché tu stesso abbia una conversione sessuale improvvisa sulla via di un qualsiasi “Mucca Assassina” tipo che so io il Ministro Giuli o qualche altro potente “pederasta” (cit.) delle chat di Fratelli d’Italia.
Puoi tranquillamente continuare a essere eterosessuale.
Convintamente eterosessuale.
E quando qualcuno ipotizza che potresti essere gay puoi rispondere con grande rispetto, con grande serenità, ma anche con una certa fermezza: no grazie. Non perché sia un marchio di infamia. Semplicemente perché “a me non mi piace”(cit.).
Però forse è una passione gestibile.
Una passione rimandabile.
Magari a quando lo studio dove lavoro sarà finalmente finito, strutturalmente e impiantisticamente.
Quando potrò portare via da qui e buttare nel bidone dei tessuti:
- i bomber di finta pelliccia molto femminili di AliExpress
- i plaid
- i cappelli di ciniglia
Che preciso, come ho già spiegato altrove e come si può facilmente verificare (link), (ma lo leggerete presto, non ora, perchè è un posto programmato e quindi sarà lui successivamente a linkare questa storia) non sono parte di un travestimento.
Io tecnicamente non mi vesto da donna.
E neanche da ippopotamo col tutù e il perizoma come in Fantasia di Walt Disney. Sono solo oggetti tessili temporaneamente presenti nello studio per ragioni logistiche e climatiche. Siamo in ristrutturazione, le finestre non si chiudono bene, i caloriferi non ci sono, i muri sono solo intonacati.
Il fatto che io possa essere stato visto seduto con un plaid addosso mentre incollavo cornicette decorative su fotografie di morti del dopoguerra non costituisce prova contraria.
Comunque. Questa è una perfetta scenografia da signora ottocentesca con troppo tempo libero e una costituzione fisica fragile. Perché al momento esiste il rischio concreto che da un momento all’altro salga qualcuno e più precisamente nell’ordine:
un “dottore” responsabile di quel che succede
un ingegnere
un architetto
uno stilista di interni o designer – che poi li chiamano tutti architetti ma sono spesso solo dei vili geometri.
un geometra (vero, che non si nasconde dietro seduzioni tattili)
una delle maestranze
un muratore
un elettricista
un postino
il tizio che deve controllare il contatore
un Settenano.
E mi trovi lì.
Sulla sedia da scrivania ergonomia e basculante, quindi a dondolo.
Con il plaid addosso.
La pelliccia sintetica.
Le forbicine.
Gli adesivi.
Seduto al tavolo mentre decoro un diario come una dama tisica dell’800 che passa il pomeriggio di presso a un lucernario, a incollare fogli secchi e pensare all’ufficiale che non tornerà mai dal fronte.
Magari con il fazzoletto pronto per tossire dentro il sangue della tubercolosi.
Perché diciamolo: le donne romantiche che facevano queste cose nell’800. Finivano sempre male.
Sempre.
Tisi.
Tubercolosi.
Consunzione.
Candy candy.
Svenimenti su chaise longue.
Album pieni di fiori secchi, poesie malinconiche e tracce dignitose di sangue tossito tra una pagina e l’altra.
E nel frattempo tua moglie continua a guardarti. Equivoca. Confusa. Come se stesse cercando di capire quando inizierai ad accampare emicranie notturne per evitare, insomma,…sì, quelle cose lì.
E soprattutto quando non ci sarà più il rischio che qualche amico trucido – che tutti abbiamo e per questo non colpevolizziamo le chat di Fratelli d’Italia dove si parla di ebrei nei forni, pederasti e vividduce – scopra la faccenda. Perché lì non c’è processo.
Non c’è discussione.
C’è solo la constatazione collettiva che questa cosa è la prova definitiva che sono diventato:
finocchio irrecuperabile
da purificare nel fuoco di Sodoma.
Con sentenza immediata pronunciata davanti al tavolo delle prove, dove giacciono:
- le cornicette
- gli adesivi floreali
- le pagine vintage
- la foto di uno zio morto nel 1954 con attorno una rondine e la scritta memories
Che a quel punto diventa prova A.
