Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

[
[
[

Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

]
]
]

IL MIO PERSONALISSIMO MICRO-DIARIO DELL’ODIO QUOTIDIANO

Quelli che vengono e non lo dicono esistono. Li incontri spesso fuori dai porno. Nel porno non si può. Fuori sì: il corpo fa quello che deve fare, si scalda, si tende, si svuota, diventa molle. Dopo resta lì. Caldo. Umido. Finito. La bocca invece no.

La bocca trattiene.

Non è cattiveria, è una funzione che ha preso una strada sbagliata. Come quando mangi e continui anche se non hai più fame, perché fermarsi vorrebbe dire accorgersene.

Io continuo a fare perché non lo so.

Continuo a toccare un corpo che ha già smesso di rispondere ma non mi ha avvisato. Lavoro su qualcosa che è già successo. Nei porno lo dicono sempre, e non solo lo dicono: lo fanno vedere.

Il maschio deve godere. Non per piacere, per dovere.

Un imperativo categorico kantiano con eiaculazione obbligatoria.

Il porno finisce sempre lì perché che lui abbia goduto non può esserci dubbio, con tutto quel macello in giro. Liquidi, spasmi, rumore, disordine: una prova. La chiusura del cerchio. Qui no. Qui il godimento resta dentro, non esce, non sporca l’aria.

Ritenzione emozionale.
Un piccolo risparmio.
Un amore che fa male perché non si dichiara.

Sui social è diventata la normalità.

Vivere sui social, incontrarsi sui social, essere sociali sui social è questo: una serie di orgasmi non comunicati a chi ti ha dato l’orgasmo. Scorri, guardi, tocchi con gli occhi, senti qualcosa muoversi, poi basta.

Nessuna parola. Nessun ritorno. Ti svuoti e vai avanti.
Al massimo ricondividi.

Il like è riflesso, il visualizzato è silenzio tecnico.

Corpi già finiti su cui altri continuano a lavorare.
Pornografia fredda.
Amministrativa.
Il godimento è avvenuto, la prestazione resta aperta per inerzia.

Un rubinetto che perde piano.

La cosa sporca è che non puoi dimostrarlo. Non puoi chiedere senza abbassarti. Non puoi pretendere senza fare male. Rimane addosso una fame senza nome, una dipendenza piccola, quotidiana, che non fa scena ma scava.

Chi gode e non lo dice lascia l’altro lì, solo, a ripassare i gesti, a succhiare ossa già bianche, a cercare caldo dove c’è solo memoria del caldo. Non è sesso. Solo gestione sbagliata dei resti.

E adesso lo dico spingendo piano, senza accusarti: lo so che ci hai goduto leggendo. Lo so perché sei arrivato fin qui, perché il corpo legge come fa tutto il resto, prende, assorbe, si muove. Se ci hai goduto — e lo so — perché non dircelo? Perché tenerti anche questo dentro, come se la parola fosse una perdita?

Quello che non viene detto non sparisce.
Resta. Si accumula.
E prima o poi pesa.

,
2

2 risposte

  1. Avatar La Manu

    Ti immagino tipo il vendicatore di chi si svuota e non lo dice, anche se ho il dubbio e timore che alcuni nemmeno se ne accorgono di venire, che tutto ormai è scrolling compulsivo di organi

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Molto molto vero, purtroppo.
      Io però mi ricordavo di robe capitate a me sull’altro fronte.

Rispondi

Scopri di più da quindi, sì, nudo e crudele

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere