Agosto 2011, Fivizzano — comune della Lunigiana con più frazioni che semafori, più campane che parcheggi, case in pietra che trattengono l’umidità e le conversazioni. Qui le notizie non esplodono: si mettono comode. Nessuno conoscerebbe Fivizzano se non fosse che ha dato i natali a Sandro Bondi, ex-ministro.
La messa stava finendo. Ventagli che facevano un rumore da elicottero stanco, sandali ortopedici in posizione di riposo, una zanzara suicida contro il vetro colorato. Il parroco aveva appena concluso una predica che aveva preso una deriva imprevista. Si era messo a parlare del Levirato — quella norma biblica per cui il fratello del defunto sposa la vedova per garantire discendenza. E quindi, sì, ci fornica. E a Dio gli sta bene. Continuità familiare, diceva. Ma detta senza filtro suonava come una pratica tribale con retrogusto da talk show pomeridiano.
Poi aveva usato una parola che in chiesa non si sente nemmeno per errore: cuckold. Termine inglese, medievale ma riesumato da internet, indica il marito tradito, o più precisamente quello che assiste alla propria sostituzione con una certa dose di passività certificata. E la moglie che gli ride in faccia e gli fa vedere le corna mentre gli fanno di tutto, certaltri. Cuckold: pronunciata tra un’Ave Maria e un Gloria, sembrava una bestemmia con l’accento Oxford.
Sosteneva che il Levirato fosse una forma primitiva di cuckold postumo approvato dal cielo. Che la morale aveva sempre trovato scappatoie, che la carne si infilava nelle Scritture come l’umidità nei muri della canonica. Le anziane annuivano in automatico, come pupazzi da cruscotto, convinte che un senso superiore sarebbe arrivato prima o poi, magari dopo il Padre Nostro.
Poi ha alzato lo sguardo con l’aria di chi ha appena fatto un collegamento che cambierà la storia della teologia locale.
“Ve la do io, pecorelle mie, l’Apocalisse di Giovanni!”
Silenzio da condominio alle tre di notte.
Subito dopo ha afferrato la mazzola. Due chili netti, testa in acciaio, manico verniciato, scaffale basso di Bricocasa tra le offerte “fai da te”. Oggetto pensato per convincere il cemento, non per discutere con l’eternità.
Il primo colpo sull’altare ha fatto un rumore da ristrutturazione abusiva. Il secondo ha aperto una crepa come una ruga improvvisa. Il terzo ha fatto inclinare una statua che fino a quel momento rappresentava l’eterno con la stabilità di un soprammobile di Capodimonte. Polvere nell’aria, incenso che perdeva autorità. Lui gridava che era tutto scritto, che la degenerazione era iniziata con compromessi come il Levirato, che ora arrivava il giudizio. Ogni colpo un sillogismo. Ogni scheggia un versetto reinterpretato a mazzate.
Le anziane hanno reagito aumentando il volume del rosario. Ave Maria sparate a raffica contro il ferro. Alcune erano sinceramente convinte che stesse succedendo qualcosa di necessario, una specie di lavaggio a secco spirituale. Se il prete distrugge, Dio sta facendo manutenzione straordinaria.
Solo il figlio di una di loro, accompagnatore designato e unico essere dotato di connessione con la realtà verificabile, ha capito che non era allegoria ma emergenza. È uscito e ha chiamato il 112 con la voce di chi ordina una pizza ma con più urgenza.
I Carabinieri sono entrati con l’odore di strada e buon senso. Hanno trovato un altare lesionato e un uomo convinto. Non urlava più: spiegava. Parlava dell’imminenza come di una tassa già calcolata.
Il TSO — Trattamento Sanitario Obbligatorio — è il momento in cui lo Stato ti dice che la tua Apocalisse personale va messa in pausa. Modulistica, firme, ambulanza con sedili in plastica lavabile. Dio non compare tra i testimoni.
Lo hanno portato via tra lampeggianti blu che sembravano effetti speciali a basso budget. La mazzola è rimasta a terra, due chili di escatologia pratica appoggiati a un banco spezzato.
Il giorno dopo Fivizzano ha riaperto il bar, discusso l’evento tra un caffè corto e una brioche scongelata. Le anziane hanno parlato di segni, di prove, di misteri imperscrutabili. L’Apocalisse non è arrivata. È rimasta lì, in una crepa sull’altare e in quella sensazione tipicamente provinciale che anche la fine del mondo, se capita, deve comunque rispettare l’orario di chiusura.
Gian Marco Rinaldi, 39 anni, giornalista romano. Vive in affitto in una palazzina anni Settanta con l’ascensore che si blocca spesso. Lavora nell’ufficio stampa di una piccola agenzia immobiliare, dove scrive comunicati su bilocali “luminosissimi” che non vede mai. A cottimo corregge bozze di dialoghi per fotoromanzi per adulti, occupandosi soprattutto di coerenza dei nomi e punteggiatura.
Si occupa di cronaca iperlocale: chiese minori, litigi tra vicini, assemblee condominiali finite male, statue spostate di notte. Prende appunti su taccuini che poi perde. Crede che Roma sia una città che spia se stessa.
Non ha mai vinto premi. Non li cerca. Dice che le storie migliori sono quelle che nessuno vuole firmare.
