Se potessi essere qualcun altro per un giorno, chi saresti e perché?
Cosa rispondi quando ti chiedono: “Se un giorno potessi essere un’altra persona chi vorresti essere?”
Io?
No un cantante. No un generale.
No uno che salva il mondo e poi firma gli autografi con la penna stilografica che ti lascia gli squirt di inchiostro dappertutto.
Io ho sempre voluto fare quello che sta accanto.
Non quello che lo butta dentro alla Storia. Quello che la regge per le anche.
O le apre le natiche mentre tu, tipo, sì, ok, abbiamo tutti diciotto anni qui sopra.
Ecco, per capirci, il marito cuck che sta in poltrona e guarda l’amico, il collega, lo sconosciuto, quello conosciuto sui siti appositi di sozzerie, che fa delle cose che non vorresti sapere alla moglie e lui il cuck lì che guarda, si fa delle robe e ogni tanto o dice una porcata indicibile alla moglie o da qualche suggerimento tecnico al tipo di cui sopra che nel lessico di chi fa quelle robe si chiama bull – e mica l’ho ben capita sta cosa per cui, sì, insomma, il cornuto è il cuck ma le corna in testa ce le ha il bull.
Quello che potrebbe cambiare angolazione.
Voglio fare tipo quello là, nella mia vita.
Con la Storia, non con mia moglie. Mi sa che avete capito.
L’amico di Gavrilo Princip il giorno che tutto ubriaco decide di sparare a Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este e ai suoi mustacchi tutt’altro che hipster e aprire la gangbang planetaria poi chiamata Prima Guerra Mondiale.
Io lì. A mezzo metro.
Col fiato che sa di sigaretta rollata male e rivoluzione nazionalista adolescenziale.
E lui che mi guarda come se stesse per eiaculare Storia, là, per terra, davanti a tutti.
E io? Io potevo urlare “al fuoco”.
Che è l’unica parola che eccita davvero la folla.
“Uno stupro!” non si gira nessuno.
“Femminicidio, il marito l’ammazza!” e manco i cani.
“Al fuoco!” non l’ho detto.
Potevo spingerlo. Potevo sgambettarlo.
Potevo fargli un colpo secco di punta contro lo stinco, che è molto più efficace di un calcio nelle palle ma te lo spiegano solo in conciliaboli ristretti di difesa personale, mica quando fai geopolitica della prevenzione dei grandi disastri.
Potevo infilarmi davanti alla canna come un preservativo umano difettoso.
Anzi, no, col cazzo, quello avrebbe sparato, lo so, stava tutto bevuto di slivovizza.
E invece?
“Oh u’ frat… secondo me stai a fare una mezza puttanata.”
Avrei detto così.
Con la voce di uno che vuole potersi segare mentalmente – non con la sega vera, con la mano, però – per i successivi quarant’anni raccontando che “io c’ero”.
Perché non è salvare il mondo che ti eccita.
È l’idea di aver avuto il mondo nudo e a pecora, davanti, e aver scelto di non toccarlo.
E là sai quanto content?
Per mesi vicino al camino che era il social del tempo, a dire di quella volta che Gavrilo ubriaco era convinto di fare la storia e invece io.
Oppure mi sarebbe piaciuto essere l’imprenditore di destra forte.
Quello con i gemelli ai polsini, il rosolio troppo bianco o il pulcino tutto nero del Carosello in tasca, che finanzia gruppi golpisti e nostalgie muscolari.
No, meglio.
Quello che mise soldi nella spedizione di Umberto Nobile insieme al mito nordico di Roald Amundsen.
Non Titina, il marconista Zappi che in realtà si chiamava Biagi ma fa niente.
Io non sul ghiaccio.
Io nel consiglio di amministrazione. Io quello che ha messo due valige di soldi per pagare un pezzo della supposta volante e metterci scritto il nome della Ditta o del Capannone.
Io potevo tirare il tappo. Ritirare un bonifico.
Ritardare una firma.
Fare l’impotente strategico al momento giusto – tipo, scusa, non mi si alza, oggi no.
Invece no.
“Mah… u’ frat… guarda che dice che fa freddo, là.”
E poi tornare a casa, scaldare i piedi al camino, leggere dei dispersi sui ghiacci mentre il governo spende milioni e la memoria collettiva ricorda solo la battuta di Fantozzi.
Mica c’è una strada intestata a Titina, che abbaiando guidò i soccorsi.
Oppure quello che compilava le tessere della P2, finanziava nostalgie, programmi, ambienti, salotti dove si compila una scheda e si diventa fratelli di grembiule.
Ecco, quello che compilò la tessera di Maurizio Costanzo, che alla fine era solo un buon giornalista addirittura meno famoso del marito che lui stesso lanciò.
Io quello che sta nell’ombra mentre gli altri si prendono la tempesta in faccia.
E la mia unica azione è un mezzo commento.
Un mezzo freno tirato con la delicatezza di un preliminare non consumato.
La schizzata disordinata fuori, prima che sia troppo tardi ma abbastanza in tempo per dire, ok, c’è stato orgasmo.
Ma il mio preferito resta quello delle scimmie.
Quello che le rasò per bene, a culo di pornostar, perchè gli elettrodi si attaccassero bene, in testa. Quello con il rasoio in mano prima che le mandassero nello spazio.
Prima della poesia lunare di Neil Armstrong.
Prima della gloria. Prima delle bandiere dritte come erezioni patriottiche.
Prima dei complotti che quella roba l’aveva girata Kubrik.
Le scimmie capiscono. Di regola capiscono.
Capiscono il tono. Capiscono il gesto.
Capiscono quando le stai portando a fare una gita senza ritorno.
Io potevo fargli vedere due o tre cose.
Potevo indicare il cielo, poi fare il gesto dell’esplosione.
“La sor’ vedi che là sopra fai Boom!”
Potevo mimare la pressione che ti schiaccia gli organi come in un fist senza consenso cosmico. Potevo mostrargli un video del destino da cazzinculo gravissimo capitato a quella prima di lei.
Potevo farle capire: “La sor’” perché la scimmia è femmina “Vedi che te ne combinano cento e una, là dentro!”
Potevo lasciarle un polsino slacciato, meno stretto.
Una vite meno serrata. Un margine di sabotaggio.
Sai che casino interstellare combinava, quella, una volta che la sparavano in orbita?
E invece no. Ho rasato. Ho stretto. Ho firmato.
Professionale. Preciso. Pulito.
Perché il mio ruolo non è cambiare la traiettoria del razzo o del cazzinculo planetario.
È poter dire, anni dopo, “Io ero nel programma.”
E alla scimmia le ho detto solo “Oh, buon viaggio, eh. Mo’ che arrivi, scrivi!”
Capite la malattia?
Io non voglio essere l’eroe. Ha rotto il cazzo l’eroe.
Manco tira più il cattivo planetario tipo Darth Vader, figuriamoci l’eroe.
Io voglio essere il quasi.
Non il qualsiasi, il quasi.
Il quasi-salvatore.
Il quasi-sabotatore.
Il quasi-uomo-con-le-palle.
E non perché non ne ho, ma perchè da molta più soddisfazione l’inazione.
Da molto più What If che è il content della STORIA tuttamaiuscola, anche se tutti continuano a dire che coi se e coi ma la Storia non si fa.
Quello che ha avuto tra le dita l’interruttore generale e ha fatto edging morale – tipo, aspetta aspetta un’altro poco.
Avanti, indietro. Avanti, indietro.
Senza mai premere.
Perché premere significa prendersi la responsabilità.
Non premere significa avere una storia.
E io, se proprio devo essere un’altra persona per un giorno, voglio essere quello che poteva fermare tutto e ha scelto la mezza frase, simpatica, confidenziale, in dialetto.
Non per cattiveria. Non per ideologia.
Perché salvare il mondo è un lavoro full-time.
E io, diciamocelo, volevo solo il retroscena.
