Che consiglio daresti a te da adolescente?
Impara a dire molti più no.
Dillo anche quando ti sembra che tutto dipenda da quel sì.
Non è con i sì che le cose andranno meglio. Non si aggiusta un cazzo!
I sì ti fanno educato, sopportabile, quasi perfetto. Poi però ti si forma dentro una specie di deposito, un magazzino di frasi non dette che marciscono e puzzano di bidoni e uova marce.
Meglio un no adesso che una scenata del cazzo tra un anno – che ne avresti 47 peraltro.
Chi ti vuole bene i no li capisce. E se non li capisce, allora ti vuole bene a conto suo. E anche vaffa!
Impara a non aspettarti un “bravo” ogni volta che te lo meriti.
Lo so che lo aspetti quando te lo meriti. E ci sta.
E però.
Alcuni non sanno dirlo. Si imbarazzano. Si irrigidiscono.
Ti danno una pacca troppo forte, ti stringono come se stessero aggiustando un mobile, fanno una battuta scema. Quello è il loro bravo. È storto, ma è quello che hanno.
Tu però non fare il superiore. Guardali, riabbracciali, poi sillaba piano: Bra-vo.
Poi gli dice: dai prova a dirlo, bra-vo. Mena che non è difficile bra-vo.
Falli arrossire. Devono capire che per te è importante.
Quando non ce la fai, stenditi.
Non fare sempre quello che si prende per i capelli e si butta da solo oltre gli ostacoli.
Lo hai già fatto. Troppe volte. Sempre.
E come è finita, poi? Ti sei afferrato, trascinato, lanciato oltre muri che ti facevano paura.
E a forza di prenderti per i capelli per superare tutto, sei rimasto prima spelacchiato da rasarti e poi proprio spelato. Non è forza. È accanimento.
La prossima volta buttati a terra. Dì che non sai camminare.
Piangi se serve. Urla. La gente si ferma solo quando il dolore diventa evidente.
Non si può sempre fare tutto da soli, quando si soffre.
Nessuno vuole che tu faccia l’avvocato.
Vogliono che tu sia sistemato. È diverso.
Se vuoi fare psicologia, se vuoi mettere le mani nella testa della gente, non dire: poi aggiusto la laurea, poi vedo.
Rompi. Fai lite.
E se serve dilla grossissima: se non mi fate fare psicologia, mi metto a spacciare.
Non perché lo farai davvero.
Ma perché devono capire che per te non è un capriccio. È ossigeno.
Pure quell’altra roba.
Alla fine se ne sono accorti tardi che ti piaceva solo scrivere.
Scrivere, scrivere, scrivere.
Intanto tu mandavi racconti ai concorsi con uno pseudonimo — Aleks Kuntz — e vincevi.
Ti pubblicavano. Vincevi i premi, ti facevi pubblicare i libri senza pagare.
Il tuo nome non c’era, ma eri tu.
Perché ti vergognavi? La prossima volta faglielo vedere.
Mostra il nome vero. Fagli leggere quello che vinci.
Non nasconderti dietro una maschera elegante.
Non è modestia. È paura di essere preso sul serio.
E non serve a nessuno.
E forse ti ha tolto tempo e soldi e felicità allo scrivere per mestiere.
Se fai cose brutte o dure per lavoro, non nasconderle.
Dillo quando hai finito. Faccio il cattivo per finta.
Studio le cose brutte. Le studio da dentro.
E questo non fa di me una brutta persona ma una persona che non vede più facile facile il bello e il buono negli altri. Non per forza.
Dillo, però. Altrimenti penseranno che sei diventato cinico.
Non sapranno che ti sei solo temprato. La durezza spiegata è meno spaventosa.
E non accontentarti troppo spesso di essere sereno.
Sereno fa rima con Serenase.
Con l’antidepressivo leggero che ti mette a posto.
Ti fa dormire, ti spegne appena quanto basta per non disturbare.
Lo dici a tutti gli altri, quando li senti dire che vorrebbero essere sereni.
Anche tu, però.
Tu non devi essere solo sereno.
Hai diritto alla felicità.
Anche tu.
Ok, mi sa che ti ho detto tutto.
