Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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]
]

[Riedizione senza motivo apparente, dunque inevitabile]

Ci sono libri che tornano perché il mondo è cambiato. E poi ci sono libri che tornano perché il mondo non è cambiato abbastanza. La riedizione di Dove andiamo a ballare stasera? appartiene alla seconda specie: non aggiunge nulla, non corregge nulla, non aggiorna nulla. È una ripetizione. Ma certe ripetizioni sono rivelazioni.

Il cuore del volume resta la prefazione di Gianni De Michelis. Professore di Chimica, attraversatore giovanile di monarchici, missini e radicali prima dell’approdo socialista, ministro degli Esteri quando l’Europa si sbriciolava e si ricomponeva, De Michelis è stato forse l’ultimo uomo pubblico italiano a non vergognarsi della notte.

Scrive: «La politica è movimento. E il movimento, se non è a tempo, è solo agitazione». Non è una battuta. È un’idea del potere. La pista come Parlamento, il DJ come esecutivo, la cassa in quattro quarti come Costituzione materiale. In questa trasfigurazione c’è qualcosa di profondamente italiano: la convinzione che la forma preceda la sostanza, che il ritmo generi consenso.

Le recensioni dei locali mediterranei – oggi quasi tutti mutati, smantellati o addomesticati – hanno un’enfasi che sfiora la febbre. Una discoteca diventa «cattedrale sudata del desiderio», un privé a Mykonos «laboratorio alchemico dove il gin tonic assume coscienza europea», una pista romagnola «atto costituente in controluce strobo». A un certo punto si legge: «Alle 2:17 la pista si compatta: nasce una sovranità temporanea ma assoluta». Non è solo retorica: è antropologia involontaria.

Ma tutto, inevitabilmente, torna a lui.

Gli occhiali – vasti, spessi, inclusivi come una maggioranza pentapartitica – non erano un vezzo: erano un sistema elettorale. Il capello lungo, appena unto, sembrava resistere alla gravità come resisteva la Prima Repubblica alle proprie contraddizioni. E i passi di ballo: non scomposti, non caricaturali. Misurati. Una diplomazia del bacino. Un negoziato continuo con il basso sintetico.

Quando Enzo Biagi lo definì «un avanzo di balera», mise in fila tre parole che contenevano insieme ironia, moralismo e una certa nostalgia. Era vero, e non era vero. De Michelis era un avanzo nel senso geologico del termine: un residuo di energia che non si era sedimentato.

Le ombre sono note. La passione per le donne, raccontata senza indulgenza da Nadia Bolgan, già addetta stampa, che annotò nel suo diario come lo staff romano fosse «costituito da una cinquantina di persone, molte delle quali donne di passaggio e senza alcuna preparazione professionale; erano lì solo perché gli piacevano». Frase che oggi risuona come un’eco imbarazzante, eppure perfettamente coerente con una stagione che non sapeva ancora travestire i propri eccessi da sobrietà.

Perché ricomprare questo libro? Perché la prefazione non è stata toccata. È rimasta lì, intatta, come un fossile che conserva ancora il calore dell’animale. Le discoteche sono cambiate, molte sono scomparse, i dress code sono diventati algoritmi. Ma quella voce no.

In un Paese che ha progressivamente separato la politica dal corpo, De Michelis aveva capito – forse troppo presto, forse troppo tardi – che governare significa anche occupare lo spazio, assumersi il rischio del movimento, non arretrare davanti alla musica.

Sicuramente ci manca. Non per nostalgia delle balere ministeriali, ma per quella ostinazione a non chiedere scusa alla notte. E così questa riedizione, inutile come tutte le cose necessarie, torna a ricordarci una verità elementare: la storia, come la disco, non perdona chi resta fermo.

Gigi Materani, 45 anni, scrive da Sovereto, frazione di Terlizzi (BA), come se fosse ancora in diretta dal Gran Galà Italia sotto gestione Craxi. Sul blog goliardico Socialismo e Campari firma articoli di colore e malinconia sui bei tempi che furono, quando il PSI sembrava un orizzonte inevitabile. Teorico intransigente del Negroni – che definisce «un Americano sbagliato male, ma con ambizione ministeriale» – Materani non ha la patente per scelta. Coltiva garofani rossi sul davanzale della casa di sua zia e li annaffia con disciplina quasi congressuale. Colleziona videocassette e clip digitalizzate di pubblicità italiane anni ’80, con particolare predilezione per le réclame delle ditte a partecipazione statale. Per lui non sono semplici spot, ma cinegiornali dell’ottimismo industriale.

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6 risposte

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Picconando…

      1. Avatar wwayne

        Grazie per la risposta! 🙂

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Ovvio che sì!

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