Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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GIORNALE DELLE REAZIONI SBAGLIATE

(cronaca nera familiare con oggetti a carico e colpe a discarico)

In casa c’era il solito disordine da giorno di festa. Vigilia di Natale. Tavolo troppo pieno, sedie diverse, bambini che schiamazzavano e anziani che ronfavano. A un certo punto sono uscito sul balcone a fumare. Una sigaretta sola. Il tempo di stare fuori e di non esserci davvero.

Mentre ero fuori mio nipote ha deciso tutto.

Ha deciso che il suo amico immaginario non stava più con lui. Ha deciso che toccava a me. Il passaggio di consegne è avvenuto sul balcone, con la porta finestra aperta e io a metà: dentro la famiglia, fuori il vizio.
“Tienilo tu,” mi ha detto.
“Si chiama Giacomino. Non fargli del male, è piccolo.”

Io l’ho preso.
Accettarlo, così, in quel punto preciso della casa, è stata la prima reazione sbagliata con aggravanti. Una cazzata, lo riconosco.

Avevo capito piccolo nel modo sbagliato, però. Pensavo a un bambino piccolo. Mica pensavo che Giacomino fosse alto come un pacchetto di sigarette! Non in senso figurato: proprio quella misura lì. La stessa altezza. La stessa cosa che avevo tra le dita un secondo prima.

Ero attento, giuro!
Non abbastanza per un bambino alto come un pacchetto di sigarette.
Non abbastanza per mio nipote.
Un’altra reazione sbagliata.

Giacomino é caduto dal balcone.
O meglio: è caduto perché mio nipote ha deciso che era caduto.
“Giacomino é caduto giù. Dal balcone.”

Dal primo piano, che nelle case vecchie è sempre più alto.
Un piano esagerato.
Un piano che rende irreversibile qualsiasi evento.

Io non ho sentito niente.
Questo comunque non ha aiutato la mia posizione.

Mio nipote ha pianto.
Ha detto una parola sola:
“Assassino.”

La colpa non mi è arrivata tutta insieme. Salita piano, prima. Partita dallo stomaco, ha cominciato a venire su, salire, salire, mentre tutti mi guardavano con la stessa faccia.
Quella faccia lì.
Quella che dice: io so cos’hai fatto.

Sono corso giù a cercarlo. Cercare un bambino alto come un pacchetto di sigarette ti costringe a inginocchiarti, a guardare sotto le macchine, a muovere le mani piano nelle fioriere.
Ho cercato troppo a lungo. Un tempo sproporzionato.

Volevo essere sicuro, cazzo!

Quando l’ho trovato — perché alla fine lo trovi sempre — l’ho raccolto con una cura non sufficiente.

Risalendo, mi sono accorto del pacchetto vero. Era nella tasca della giacca. Eppure lo sentivo contro la coscia. Ogni passo lo faceva pesare di più. In cucina l’ho appoggiato sul tavolo. Giacomino, non il mio pacchetto. Nessuno ha detto niente, ma tutti l’hanno visto. Era lui, l’ha detto anche mia sorella, la mamma del nipotino in lacrime.

Da quel momento non ho più saputo dove metterlo.
Ogni volta che lo spostavo, qualcuno smetteva di parlare.

Ed ecco la spiegazione ufficiale.

Una sorella della nonna, seduta composta, ha detto:
“Se tu non fossi andato fuori a fumare!”

Non ha alzato la voce.
Ha solo fatto scivolare la frase accanto al pacchetto, come una prova.

Era la vigilia di Natale.
Qualcuno prima parlava del presepe.
Invece abbiamo fatto un funerale.
Sono stato obbligato a fare un funerale.

Assassino e beccamorto assieme.
A Natale.

Io davanti, con Giacomino.
Dietro mio nipote, poi gli altri bambini, poi gli adulti che seguivano senza sapere bene perché.
Giravamo intorno al tavolo.
Io dicevo: è morto Giacomino!
Lo ripetevo varie volte, tipo ciambellano in testa al corteo.
Morte certificata, più nulla da discutere.

Qualcuno ha fatto una battuta su Babbo Natale.
Qualcun altro ha detto che non era il caso.
Tutti avevano una reazione sbagliata diversa.

Il 24 gennaio ho celebrato una messa.
Era il trigesimo di Giacomino.

Il fotografo non è riuscito a fare le foto. Non abbiamo pagelle funebri per lui. Il fotografo ha spiegato che non veniva.
Però qualcuno ha detto che era bruttino, con gli occhi nocciola.
“I capelli castani, come tutti i bambini immaginari.”

Io ho annuito.
Con l’odore di fumo addosso e un pacchetto di sigarette che, da quella sera, non è più solo un pacchetto. Ripete a loop una frase.
So cosa hai fatto.


Bio

Silvio Lampresi, 31 anni, di Boscotrecase (NA). Pubblicista sottopagato nella cronaca locale di un quotidiano nazionale. Laureato in Lettere contemporanee, tesi sul minimalismo e le sue conseguenze emotive. Vive di appunti, caffè lunghi e colpe sproporzionate. Colleziona mocassini Vans e skateboard che usa meno di quanto vorrebbe. Convive in segreto con un compagno trans colombiano non ancora presentato in famiglia. Fuma sul balcone, quando può permetterselo.

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4 risposte

  1. Avatar Elisa

    Geniale! In una giornata che si preannunciava impossibile mi hai regalato un sorriso, grazie!

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Troppo gentile!

  2. […] TSO — Trattamento Sanitario Obbligatorio — è il momento in cui lo Stato ti dice che la tua Apocalisse personale va messa in pausa. […]

  3. […] Perché ho bestemmiato dopo essermi bruciato con la stella di Natale. […]

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