WordPress domanda sempre male.
Ci sono almeno due problemi strutturali nel modo in cui questa domanda viene posta, e uno di troppo nel modo in cui viene vissuta.
Il primo è l’Occidente.
Il secondo è l’occidentalismo.
Il terzo, che è quello che ti frega davvero, è che, mentre cerchi di restare vivo, il gioco della vita continua a suggerirti, con una fantasia che rasenta l’offesa personale, quanto facilmente si muore.
E quanto sarebbe auspicabile, a un certo punto, che tu ti riproducessi.
Per anni tutto è filato liscio finché da contrastare erano solo due di queste tre spinte. Il tempo, per me, era un fatto quasi fisico: le lancette girano, i capelli cadono, i chili vanno e vengono, gli orgasmi scadono come yogurt dimenticati.
Gli eventi accadevano e basta. Felici o tristi epifanie utili a dare una parvenza di intreccio a una trama che, spoiler, non ho mai creduto sarebbe stata da best-seller. Soprattutto dopo due concorsi pilotati affrontati con ottime prospettive e risultati inverecondi. Sì, quei concorsi li pilotavano altri.
In quel periodo il rapporto con il tempo era quello di un karateka goju-ryu col Sanchin: primo kata, respirazione, stare fermi mentre tutto spinge. Crescere dentro. Nelle palestre di Okinawa vecchia, non nei dojo “O Scuorno” piazzati a caso lontano dalla Circumvesuviana, sul Sanchin ci resti anche tre anni. Della cintura, nel karate vero, si dice serva solo a reggere i pantaloni, quindi chissenefrega. È una faccenda tra te e la tua taglia: sapere dove sei senza che nessuno ti metta fretta, tu per primo. Il mio rapporto col tempo era quello, mentre fuori il mondo aveva con i colori della cintura fratto velocità di muta cromatica un rapporto erotico-confermativo, una progressione misurata a tacche sull’ego più che sull’esistenza.
Spoiler – ho fatto e faccio Karate, ma non ho nè un maestro, nè compagni di Okinawa vecchia.
Poi succede a me e proprio a me la cosa più bieca che possa capitare a una persona che si crede cinica.
Si crede cinica.
Mi innamoro. Convivo. Mi riproduco.
Ed è lì che capisco che prendersi cura degli altri è piacevole solo finché non incrocia frontalmente lo scorrere del tempo e la certezza matematica che un giorno morirai. A quel punto il tempo smette di essere un concetto e diventa un problema logistico.
Da allora faccio attenzione a quanto veloce passa. Non per la trama della mia vita, ma per responsabilità. Per lasciare le cose in ordine. Per rendere la mia assenza, quando arriverà, un po meno devastante per chi resta.
Perché sapere che crepi è già brutto.
Sapere che crepando rovini la vita a chi ami è una beffa cosmica.
E l’Occidente, su questo, non aiuta.
Ti dice di essere performante, vincente, memorabile – raramente ti parla di responsabilità verso chi hai messo al mondo per continuare a far durare il nostro concetto di mondo.
E intanto ti chiede di durare.
E tu ridi.
Ridi perché l’alternativa sarebbe urlare.
***
Se anche tu, leggendo, hai controllato l’orologio almeno una volta senza sapere perché, questo blog fa al caso tuo.
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Il tempo, intanto, lo perdiamo insieme.
