Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Impulso di scrittura giornaliero
Scrivi del tuo primo computer.

Il mio primo computer non era mio. Era di mio padre, che è una differenza fondamentale, perché stabilisce da subito una gerarchia morale: io potevo usarlo, ma solo dopo, solo con cautela, solo senza sporcarlo di me.
Era il giornaletto zozzo che trovi, sotto l’armadio. Sai che è anche tuo, ora che l’hai trovato. Ma ancora non sai correttamente cosa farci. E, però, sai che vuoi farlo vedere al mondo, sai che tutti te lo invidieranno, tutti vorranno starti vicino per sbirciare.

Spoiler: non andò tecnicamente così.

Il mio primo computer che non era mio era un Apple II. Oggi sembra una reliquia sexy da museo del design, ma allora era una cosa settaria, chiusa, antipatica. Non era un computer democratico. Era un computer iniziatico. Se non capivi il linguaggio, eri fuori. E io ero fuori.

Quel computer era la richiesta di verifica dell’età su un sito zozzo ogni volta che ti chiudi in bagno e non hai l’età per le cose zozze. E nessuna competenza per aggirare quella oscena, apparentemente insensata richiesta di certificazione dell’età.

Non era un compatibile, non era DOS, non era nulla di ciò che avrebbe reso la mia vita minimamente scopabile sul piano sociale.

Era un oggetto che prometteva mondi e poi non te li dava. Niente giochi, quasi niente. Due in croce. “Avventura nel castello”, che era leggere e scegliere, leggere e scegliere, come un libro ma senza l’odore della carta e senza la dignità della letteratura. Un gioco dove morivi sempre per fame o per stupidità, che a sette anni sono la stessa cosa. E poi “Guerre spaziali”, che sembrava un gestionale militare scritto da un contabile sotto acido: numeri, risorse, decisioni irreversibili.

Io non capivo niente di quei giochi, ma capivo benissimo che il computer stava godendo nel tenermi fuori.

Avevo un computer quando gli altri non ce l’avevano. Ma era come avere un giornaletto vietato senza figure, solo didascalie. Un atto mancato continuo. Tutti sognavano l’Amiga, l’Olivetti, i joystick, le esplosioni. Tanti avevano il Commodore64 e aspettavano i giri di rotella nella lettura della cassetta che caricava il gioco.

Io avevo una macchina che ti guardava dall’alto in basso, come una dominatrix protestante che non ti tocca mai.

Con la diffusione dei personal compatibili la situazione peggiorò. In casa arrivò l’upgrade, il Macintosh compatto. Sempre gli stessi due giochi. Gli altri, chiusi nelle camerette, già si scopavano assemblati da due soldi e millemila intrattenimenti. Il mio computer, semplicemente, continuava a certificare ghignando la mia anomalia. La mia disfunzione erettile nell’atto più in voga tra i coetanei – l’osservazione prestazionale del caricamento di un gioco sul Commodore64, misurata non in centimetri ma in tempo-fratto-giri-della-cassetta. Era la forma plastica della mia esclusione. Un fallo tecnologico flaccido, messo lì a ricordarmi ogni momento che no, io non potevo giocare la stessa partita.

Ho odiato Steve Jobs con una intensità sproporzionata, infantile, metafisica. Credo seriamente di aver contribuito al suo karma negativo, lo giuro.

E quando ripenso al bullismo, alle ricreazioni passate a spiegare perché il mio computer era “diverso”, alle sedute solitarie di triste e ipersettaria masturbazione iniziatica e video-ludica su quei soli due singoli giochi – peraltro affatto sexy – io non so odiarmi per questo.

Avevo sette anni e un Apple II.

Nessuno dei due sapeva cosa farsene dell’altro.

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