Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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All’inizio ascolto davvero.

Sono applicato, direi commovente. Poi arriva la frase. Quella che l’altro considera fondamentale. La dice rallentando, pianta una bandierina. E lì succede: l’empatia si ritira di colpo, senza scenate.

Io resto. Per noia.

E no, non è un paradosso: la noia è un motore. Più mi annoio, più divento brillante. C’è chi chiede altri compensi. A me basta annoiarmi.

I segnali di presenza a tutto quello che l’altro continua a dire crescono in entusiasmo mentre dentro mi spengo. Si tratta di un esercizio difficilissimo, di una precisione che non esito a definire olimpionica.

Non lo ascolto più, lo sto gestendo.

Parlo a loop, annuisco a ciclo continuo, riformulo sempre le stesse due frasi: copincolla emotivo e pattern talmente evidente che potrei, dovrei, vorrei essere smascherato in trenta secondi. Netti. è chiarissimo che non ci sono, con la testa sono già uscito dalla stanza.

Invece no. L’interlocutore si galvanizza. Più io sono assente, più si sente visto. Più torno a ripetere le stesse parole, riprodurre gli stessi gesti, smettere di modulare la voce, più lui c’è.

E questo è il momento in cui capisco quanto tempo e denaro devo aver buttato in terapia, negli anni.

Forse è vero: la sociopatia non è un disturbo. Talento difensivo, uno strumento immunitario.

Il senso deve essere questo.

(cit.) Andrea Gori, Pistoia.
Creativo quarantenne, iperfunzionale, zen e aikido come manutenzione quotidiana; convive da anni, un figlio, un cane. Presenza solida nella comunità, progressista radicale, “persona empatica, la spalla su cui contare”. Parlando del periodo più sereno della sua vita, cita sempre il lockdown, con maniacale tranquillità.

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