Qual è il libro che hai riletto più volte in assoluto?
Sono venticinque anni, oggi – per voi che leggete su WP, ieri – che Michele Fazio non c’è più.
E oggi sono tanti gli articoli, i ricordi, le parole.
E leggerne già mi è bastato.
Provo a dire la mia. Poco importa se a tanti sarà, come ormai spesso accade, scomoda.
Un quarto di secolo da quando Michele, non solo “un ragazzo bravo” non solo “una vittima innocente di mafia” ma un ragazzino di Bari Vecchia, studente, lavoratore, figlio di una famiglia che aveva scelto l’onestà come unica appartenenza possibile, venne strappato via dai proiettili del commando Capriati guidato da un suo coetaneo, Lello Capriati. Un omicidio voluto, alimentato, preteso dentro una guerra civile mafiosa in cui perfino le donne adulte del clan sapevano impartire ordini, distribuire schiaffi, cocaina e ferocia.
Quella era la guerra più sanguinosa che Bari abbia conosciuto. Una guerra nata da una scissione e, come tutte le guerre civili, senza quartiere, senza pietà, senza regole. Aveva il suo epicentro tra i vicoli della Città Vecchia, ma finiva per sporcare il cuore di tutta Bari.
Quando Lella, la madre di Michele, anche mandando a quel paese la prudenza di suo marito Pinuccio che ancora non aveva capito cosa fosse successo oltre la persiana di casa loro, uscì di corsa in strada stringendo suo figlio che moriva, capì immediatamente una cosa: il silenzio sarebbe stato il secondo assassinio. Gridava. Malediceva. Chiedeva giustizia. E proprio per questo le donne dei clan corsero a tapparle la bocca. Non solo per crudeltà gratuita, ma perché quello era l’ordine naturale delle cose in un territorio dove l’unica legge riconosciuta era quella mafiosa.
Questo è l’inizio della storia che oggi, venticinque anni dopo, tutti raccontano.
O, forse, della storia che tutti fingono di raccontare.
Perché Bari ha un talento straordinario: scegliere sempre la versione che fa meno male. Quella che sporca di meno. Quella che consente, a distanza di anni, di assolversi collettivamente.
E allora via con la retorica del venticinquesimo anniversario. Via con il racconto della città che si risvegliò. Via con la favola dell’antimafia nata tutta insieme, improvvisamente, attorno al corpo di Michele.
Solo che quella favola non è vera.
È una sesquipedale menzogna.
Perché nei giorni immediatamente successivi all’omicidio, quasi tutti erano convinti che fosse morto l’ennesimo ragazzo coinvolto in un regolamento di conti. O, nella migliore delle ipotesi, l’ennesimo ragazzo di Bari Vecchia. Che allora, per una larga parte della città, era quasi un’altra etnia urbana. Un luogo oltre Piazza Chiurlia e Piazza Mercantile, dietro le mura, dove succedevano cose delle quali era più comodo non sapere nulla. Un figlio di quell’altra Bari che continuamente a me rimette sotto gli occhi la Bari Vecchia di Benedetto Petrone – ammazzato da una squadraccia fascista figlia della Bari-bene.
Questo fu Michele, all’inizio.
Uno di loro.
Uno che si poteva tranquillamente non vedere.
E nessuno racconta quasi mai che gli anni successivi furono forse ancora più duri. Nessuno racconta il bando sociale che colpì Lella e Pinuccio. Nessuno racconta gli “infame” sussurrati a mezza bocca da tutti, a Bari Vecchia, mentre la mamma e il papà di Michele attraversavano quelle stesse strade per vivere la propria quotidianità. Nessuno racconta il peso di vivere ogni giorno nel luogo in cui tuo figlio era stato ucciso e nel quale la colpa, incredibilmente, sembrava quasi appartenere a chi pretendeva giustizia.
E quasi nessuno ricorda che il primo approdo giudiziario di quella vicenda, nel 2003, fu una richiesta di archiviazione.
Altro che città già sveglia.
Bari se ne fregava o alla meglio dormiva!
Altro che coscienza civile già in marcia.
La verità processuale arrivò dopo. Arrivò grazie alla tenacia dell’avvocato Michele Laforgia, al lavoro complicatissimo della Direzione Distrettuale Antimafia, a una nuova ricostruzione investigativa resa possibile anche dal fatto che quella guerra, nel frattempo, aveva continuato a divorare i suoi stessi protagonisti. Uno dei componenti del commando era morto. Qualcun altro non riusciva più a convivere con il peso di quella colpa. Ma non Lello Capriati, che continuò fino all’ultimo a incarnare il volto irriducibile di quella storia. E fu festeggiato, pochi anni fa, al suo ritorno in libertà, da uno spettacolo pirotecnico che Bari liquidò come la solita “cozzalata”, come pessimo folklore e non come atto insostenibile di protervia mafiosa.
Questo è il pezzo di memoria che oggi si preferisce dimenticare.
Perché è molto più rassicurante raccontare soltanto il finale. La giustizia arrivata. La nascita dell’antimafia sociale. Il simbolo Michele Fazio.
È la stessa operazione che Bari compie da trentacinque anni con il Vlora.
Anche lì la città continua a raccontarsi la favola dell’accoglienza esemplare. Dimenticando che ventimila esseri umani furono rinchiusi nello Stadio della Vittoria come bestiame, sorvegliati dalla Celere, nutriti con lanci di viveri dagli elicotteri, costretti a vivere tre giorni di stupri, violenza, sopraffazioni, pestaggi e disperazione.
Anche lì, come sempre, sopravvive soltanto l’happy ending.
Il resto si cancella.
Perché il resto obbligherebbe a guardarsi allo specchio.
E invece la parte più amara della storia di Michele è che questa rimozione continua ancora oggi.
Perché mentre tutta Bari celebra il venticinquesimo anniversario e si riempie la bocca del suo nome, l’associazione costruita da Lella e Pinuccio per custodire quella memoria e trasformarla in educazione, antimafia e responsabilità civile una sede oggi non ce l’ha più.
Il contratto è terminato. Il proprietario dell’immobile ha scelto di farne una struttura ricettiva. Guarda caso, l’ennesima. E da mesi quell’associazione è fuori. Fuori dalle sue mura. Fuori da una casa – come troppi spiantati e rimossi e esclusi da questa nuova Bari che pretende di viversi turistica, ricettiva e bella da morire (sì, da morire).
Alla faccia della città che ama raccontarsi come culla dell’antimafia.
No.
Le pagine non si voltano finché quelle precedenti non vengono lette fino in fondo.
Le città non crescono perché imparano a raccontarsi storie migliori.
Crescono quando trovano il coraggio di raccontarsi quelle vere. Quelle che fanno male. Quelle che umiliano. Quelle che costringono a riconoscere le proprie responsabilità.
Continuate pure a raccontare la città che reagì subito. Continuate pure a celebrare il risveglio collettivo. Continuate pure a costruire una memoria che assolve tutti.
Io continuerò semplicemente a non starci.
Perché è da queste mezze verità, da queste rimozioni, da questa ostinazione a preferire la consolazione delle mezze verità o delle sonore menzogne alla realtà, che nasce una parte enorme degli ultimi quarantacinque anni della storia mafiosa di Bari.
Ed è per questo che, ogni volta che qualcuno mi dà del pessimista, sorrido.
Non è pessimismo.
È rifiuto di confondere la memoria, quella vera, dolorosa, ma utile, con la vostra e solo vostra retorica.
