Qual è un’abitudine che ha migliorato di più la tua vita?
Secondo me voi non avete la più pallida idea di come si costruisca una casa oggi. E forse è pure meglio così, perché se siete cresciuti come me nella religione del cemento armato, del ferro che quando lo battevi con la mazzetta faceva CLANG e ti rassicurava, delle mura portanti che già il nome ti diceva “stai sereno, porto io”, rischiate un principio d’ansia.
Io vengo da quella scuola lì. La scuola per cui una casa era pietra, mattoni, cemento, calcestruzzo — che gli americani, tanto per aggiungere confusione al creato, chiamano concrete. Cioè il cemento si chiama concreto. E poi uno dice che le guerre mondiali non nascono anche da queste incomprensioni linguistiche.
E invece no. Dice che il progresso dell’edilizia è un’altra cosa.
Prima ho scoperto che il solaio non si fa più come lo raccontavano mio nonno e mio bisnonno. Arriva già fatto: travetti prefabbricati, belli calcolati dal Genio. Non quello della lampada, quello Civile. E se uno si chiama Genio, che fai? Ti metti pure a discutere? Poi sopra ci mettono le pignatte. Che già il nome mi tranquillizza perché almeno sono ancora laterizio, pesano, fanno rumore quando le appoggi. Una roba seria.
Poi, all’improvviso, il trauma.
Il polistirolo.
Il tetto di polistirolo.
Avete letto bene. Io che per tutta la vita ho associato il polistirolo agli imballaggi dei frigoriferi e ai lavoretti delle elementari, oggi lo vedo entrare in casa mia con la dignità di un materiale da costruzione. E tutti sereni. “È normalissimo.” Normalissimo un cazzo. Se a mio nonno avessero detto che un giorno il tetto si sarebbe fatto con quella roba che si sbriciola quando la tocchi con l’unghia, avrebbe pensato a un attentato contro l’edilizia nazionale.
Ma non era finita.
Perché il palazzo di famiglia, che occupa tre civici, ha un dislivello di quasi un metro tra una punta e l’altra. E quel metro lo devi recuperare.
Come?
Con gli igloo.
Ora, già la parola mi sembrava sospetta. Poi alle sette meno un quarto — che resta l’ora ufficiale in cui il demonio organizza le consegne — arrivano due camion. Scaricano sul terrazzo un centinaio di cupolette di plastica.
Mia moglie guarda la scena in religioso silenzio. Poi mi fa:
“Do’… scusa… perché stanno scaricando un centinaio di tavolini di plastica da asilo?”
E come darle torto.
Sembravano esattamente quelli.
Dice che si chiamano igloo. Si posano, si solidarizzano col getto e sopra ci fai il massetto. Poi il pavimento. E tutto funziona benissimo. Lo dicono gli ingegneri. Lo dice il Genio. Lo dicono i calcoli.
Io ci credo.
Per forza.
Però so già che quando entrerò definitivamente in quella casa avrò parecchio da spiegare.
A mio nonno.
A mio bisnonno.
A tutta quella gente che mi porto dietro e che era convinta che una casa dovesse essere fatta di pietra, muri portanti, ferro e cemento.
Adesso invece è fatta anche di pacchi di polistirolo e tavolini di plastica alti come quelli della sezione Primavera.
Oh… lo dice il Genio.
E io, col Genio, non mi permetto di discutere. Però ogni tanto una carezza al cemento mi viene ancora da fargliela.
