Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Bari, provincia. Il solito paese con desinenza in -azzo.
Primo gennaio dell’anno del Signore 2005.
Un’ora di quelle in cui gli esseri umani rispettabili dormono ancora, quelli irresponsabili stanno finalmente rincasando e quelli molto anziani si preparano già ad affrontare la giornata come se il calendario fosse un’opinione e non un fatto.

In una palazzina padronale dei primi del Novecento, con le scale di pietra bianca di Trani consumate da generazioni di condomini e un ascensore monumentale costruito nel centro esatto della tromba delle scale, si consuma una scena che per anni verrà tramandata all’interno della stessa famiglia con quella precisione quasi notarile che si riserva alle catastrofi minori.

L’ascensore, va precisato, esiste davvero.

Non è uno di quei marchingegni nascosti nei cortili interni o mimetizzati dietro una porta. È enorme, visibilissimo, circondato da una struttura metallica e da vetri che negli anni Sessanta dovevano apparire futuristici. Persino l’impianto elettrico, verniciato di uno smalto verde acceso che sembra scelto da qualcuno convinto che il progresso dovesse necessariamente essere verde, contribuisce a renderlo impossibile da ignorare.

Eppure un ragazzo sta salendo le scale.
Non normalmente. Carponi.

Ora, di fronte a un uomo che risale una rampa di scale a quattro zampe, la tentazione sarebbe quella di attribuire la circostanza a una generica ubriacatura. Sarebbe una spiegazione semplice, rassicurante, quasi elegante. Ma il ragazzo tiene molto alla precisione terminologica e infatti, se interrogato, specifica di essere non semplicemente ubriaco ma, parole sue:
“incrollabilmente ubriaco”.
Un’espressione straordinaria, perché suggerisce una forma di stabilità raggiunta proprio all’interno del collasso.
Una solidità costruita sul cedimento.
Una filosofia.

Alla richiesta implicita di spiegazioni, fornisce anche una dettagliata analisi del rischio. L’ascensore è da escludere perché, nelle sue condizioni, potrebbe morire. E non è chiaro se a morire sarebbe lui o l’ascensore. Le scale percorse normalmente sono altrettanto da escludere perché, sempre nelle sue condizioni, potrebbe precipitare rovinosamente. Al netto della precedentemente citata incrollabili, certo! Eliminata l’opzione verticale e quella orizzontale, rimane la terza via. Salire carponi. Perché, spiega, se dovesse cadere in quella posizione, al massimo si adagerebbe di lato. Il ragionamento di un uomo che ha smesso di fidarsi delle proprie gambe ma continua ad avere una fiducia sconfinata nella geometria.

Così avanza.
Gradino dopo gradino.
Con la concentrazione di un artificiere e la grazia di un armadio trascinato durante un trasloco.

Raggiunge finalmente il primo piano e lì inizia la seconda fase dell’operazione, che consiste nell’estrarre dalla tasca del giubbotto il mazzo di chiavi. Il giubbotto è ancora completamente chiuso, dalla metà delle cosce fino al mento, trasformando il suo proprietario in una specie di sarcofago ambulante. Recuperare le chiavi richiede un numero di tentativi tale da rendere impossibile stabilire se si tratti ancora di una manovra o di una disciplina sportiva. Quando finalmente il mazzo emerge, si apre un secondo problema: riconoscere quale delle chiavi sia effettivamente quella di casa. Anche questa fase richiede diversi minuti e una quantità di attenzione che, in circostanze normali, sarebbe stata impiegata per disinnescare ordigni.

La chiave finalmente entra nella toppa.

Ed è precisamente in quel momento che compare il padre.

Il padre è un uomo metodico. Così metodico che ogni mattina esce per comprare i giornali. Anche il primo gennaio. Anche quando le edicole sono chiuse. Anche quando i giornali non escono. A una certa età, probabilmente, non si esce più per comprare il giornale. Si esce per controllare che il mondo sia ancora al suo posto.

La porta dell’appartamento alle spalle del ragazzo si apre.
Il padre esce. Il figlio si volta. I due si guardano.

Nessuno parla.

Ed è probabilmente questo il dettaglio più inquietante dell’intera vicenda.

Perché un padre davanti a uno spettacolo simile possiede un repertorio praticamente infinito. Può rimproverare, ironizzare, interrogare, minacciare, disperarsi, citare santi, parenti e professionisti della salute mentale. Invece nulla. Si limita a guardare. A un certo punto indica il figlio. Nient’altro. Lo indica semplicemente. Come un naturalista che abbia appena scoperto una nuova specie.

Il ragazzo, ancora piegato sulla serratura, continua a sostenere quello sguardo e in quei pochi secondi vede passargli davanti l’intera nottata appena trascorsa.

Rivede la Festa delle Mille Birre, evento organizzato assieme ad altri tre o quattro sciamannati che di lì a pochi mesi avrebbero dato vita a una realtà culturale sulla cui natura esatta nessuno è mai riuscito a esprimersi con chiarezza. Circolo Arci. Forse Acli. Forse entrambe le cose. Forse nessuna delle due. Una specie di santuario laico per alternativi, comunisti, aspiranti artisti, fumatori di ogni possibile derivazione botanica e individui genericamente incompatibili con la quiete pubblica.

Rivede la villa quasi fuori dall’inurbato.
Le casse di birra vuote impilate lungo un muro esterno come un’opera di arte contemporanea finanziata da un consorzio di alcolisti.

Ricorda la regola principale della serata: fino all’una si entra soltanto su invito; dopo l’una può entrare chiunque purché porti due tris di Peroni da sessantasei o qualunque altra sostanza liquida con gradazione superiore al ventidue per cento.

Ricorda soprattutto il momento, attorno alle sei del mattino, in cui lui stesso aveva ricordato ai presenti che esisteva una sola norma davvero inderogabile: alla fine della festa non doveva rimanere birra piena da nessuna parte. Una direttiva che venne applicata con un rigore quasi militare.

Ricorda persino il lungomare.
Ricorda di aver urinato in mare continuando a bere l’ultima birra e di aver spiegato ai presenti che quella fuoriuscita era con ogni probabilità il motivo per cui non era ancora esploso.
Ricorda tutto questo nello spazio di pochi secondi.
Lo ricorda con la stessa velocità con cui si racconta che passi davanti agli occhi l’intera vita quando si sta per morire. Solo che lui non teme la morte.

Teme che suo padre dica qualcosa.

Qualunque cosa.

Alla fine riesce a girare la chiave. La porta si apre. Si issa in piedi con uno sforzo che ha qualcosa di epico e qualcosa di profondamente umiliante. Cerca di nascondere il barcollamento. Sistema il volto in un’espressione severa, quasi ascetica. Una specie di Fra Cristoforo dopo una lunga notte di pessime decisioni.

Il padre continua a guardarlo.

Il figlio continua a guardare il padre.

Poi, prima di richiudere la porta alle proprie spalle, pronuncia la frase che entrerà definitivamente nella storia familiare.

“Torna a dormire, tu; è solo un incubo!”

E forse certi Capodanni diventano memorabili proprio così.

Non per quello che accade.
Ma per il disperato tentativo di convincere gli altri che non sia accaduto.

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3 risposte

  1. Avatar valy71

    A volte, per alcuni, la negazione è l’unica strada possibile. Se non ci credo, non è mai avvenuto.

  2. Avatar 2010fugadapolis

    “Torna a dormire, tu; è solo un incubo!”

    Stupenda.
    Dovresti dipingerla su una tela di quelle lunghe due metri e alte mezzo e appenderla sulla testiera del letto. (A proposito di “oggetti da conversazione” 😉 )

    Prima che diventasse una malattia e perdesse ogni aspetto divertente ho sperimentato questi momenti di lucidità istintiva nella devastazione totale. Sono spesso frutto di automatismi ma a volte ti danno quei cinque secondi necessari a toglierti d’impaccio.

    A me succedeva quasi sempre in concomitanza con quell’ attimo (che si ripete in genere più volte finché non crolli con la testa in qualche cesso) in cui ti sembra di esserti magicamente ripreso salvo poi stare peggio di prima.

  3. Avatar 2010fugadapolis

    Comunque la quadrupedia in questi casi è una costante.

    Mi hai ricordato la prima volta che sono stato male ma male, 42 anni fa esatti.
    Fine anno scolastico, serata da uno che aveva casa libera, fortunatamente a un km scarso dalla mia. Sempre fortunatamente a piedi, niente motorino. Quasi metà classe in un appartamento di due locali oltre servizio, ognuno aveva portato qualcosa (era ancora l’epoca in cui nei bar ti vendevano le bocce di qualunque genere basta che pagavi). Cominciano a girare le bottiglie. Mangiare poco, fumare tanto, bere troppo. Tutto molto bello finché dopo essermi scolato una boccia di Martini Bianco a temperatura ambiente non vado a frugare nell’onnipresente mobiletto bar dei genitori e mi approprio di una mezza bottiglia di Cointreau (che ancora oggi solo a vederlo, il Cointreau, mi viene da vomitare). L’inizio della fine.
    Due Amici riescono a tirarmi fuori dal cesso verso l’una e mezza, si assicurano che stia in piedi e mi riaccompagnano a braccetto fino al cancello del mio condominio. Ringrazio, saluto, mentre prendo le chiavi per aprire guardo l’orologio: sono del 02:00. Quando riguardo l’orologio per l’ultima volta sono a casa sul mio letto, ma sono le 03:20. Mi sveglierò a ora di pranzo circa sotto lo sguardo pietoso di una Madre che di Cointreau ne sapeva abbastanza da capire tutto.
    Un’ora e venti di blackout totale. Non avrei mai saputo cosa avevo fatto in quel lasso di tempo se pochi giorni dopo un condòmino non mi avesse raccontato – strizzandomi l’occhio – di avermi visto fare una decina di volte il giro di tutto il giardino condominiale camminando a quattro zampe e fermandomi di tanto in tanto a pisciare in corrispondenza degli alberi che normalmente usava il mio Cane.

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