Descrivi un semplice gesto che fai che porta gioia nella tua vita.
Il fatto che esistano gesti che portano gioia nella tua vita è una cosa a cui noi occidentali non siamo abituati. E non perché siamo più profondi. O più intelligenti. O più complessi. No. Perché siamo scemi in una maniera molto sofisticata, che è peggio. E la cosa divertente è che la soluzione è semplicissima. Guardate, proprio semplicissima. Non fatevi fregare da quelli che vendono fuffa motivazionale a rate settimanali con nomi da setta finanziaria e fotografie davanti a Lamborghini prese a noleggio per tre ore e quarantacinque minuti. Non fatevi fregare dai guru che vi spiegano come essere felici per novecentonovantanove euro più IVA al mese. È una banalità abbacinante. Come quelle prostitute professioniste che negli annunci promettono di essere “abbacinanti” perché hanno capito che così vengono indicizzate prima. C’è del genio pure lì, sia chiaro. La domanda è una sola: sai dire quando sei felice? No davvero. Lo sai fare? Perché se lo sai fare hai già risolto metà del problema.
Ci riescono i cani. Bestiacce intellettivamente limitatissime eppure felicissime di vivere in una continua, rassicurante e quasi commovente coazione a ripetere. Mangia. Passeggia. Dormi. Coccole. Mangia. Passeggia. Dormi. Coccole. E ogni tanto annusa il culo di qualcuno per aggiornarsi sulle notizie del quartiere. Se ce la fanno loro, tranquilli, ce la potete fare pure voi. E non fate gli stronzomerdoni adesso dicendo che sono cattivo con gli animali. Le bestie sono il metro di paragone definitivo dell’umanità. Lo sono sempre state. Perché se io vi dico “lo sa fare pure una scimmia” e voi non ci riuscite, improvvisamente vi viene voglia di riuscirci. Tipo il Macintosh delle origini che era progettato per essere usato pure da una scimmia, almeno nelle funzioni elementari. E infatti funzionava. Prendete un cane. Come gli insegnate a sedersi? Al netto degli sganassoni, che oggi giustamente non si usano più e che spesso servivano più a sfogare il padrone che a educare il cane. Usate due trucchi da due centesimi. Come Carver chiamava quelle piccole stronzate che si era inventato per rendere più immersiva una narrazione. Sapete che se tenete una cosa sopra la testa del cane lui abbassa il culo per guardarla meglio. Allora prendete un premio, glielo fate vedere, gli dite “seduto”, aspettate e appena il culo tocca terra glielo date. Fine. Easy. Il resto lo farà il cervello del cane che ricorderà che se mette il culo a terra riceve una cosa buona da mangiare. Perché quelle bestie per due cose vivono: il cibo e la vostra compagnia. E toglietevi dalla testa tutta quella poesia del cazzo secondo cui il cane vi comprende profondamente, vi ama in modo trascendente, sente le vostre emozioni e altre robe da calendario illustrato. Magari succede pure. Ma a una condizione: che non trovi una soluzione migliore. Fate una prova. Dopo sette anni passati col vostro cane chiudetelo in una stanza con uno che gli dà più cibo, più premi e più attenzioni. Poi vediamo dove va a farsi rompere il culo il vostro rapporto speciale.
Ciò detto, guardate la vostra cazzo di vita. Che è miserabile esattamente quanto la mia. Solo che io lo dico ridendo e senza autocommiserarmi perché sono anche abbastanza lucido da sapere che esiste gente che sta molto peggio di me e probabilmente pure di voi. Scoprire cosa vi fa stare bene è un attimo. Davvero. Imparate a riconoscere due o tre cose. Due o tre soltanto. Non cinquanta. Non una lista della spesa esistenziale da life coach con l’anello al pollice e la barba rifinita. Due o tre cose. E saprete rispondere alla domanda. E soprattutto saprete costruirvi una routine che provi a partire bene la mattina. Perché se la mattina parte bene, qualcosa di quella inerzia positiva poi si trascina dietro tutta la giornata. Non sempre. Non miracolosamente. Non come nelle pubblicità delle banche dove una donna sorride mentre firma un mutuo e il sole filtra dalle tende come se stesse per sposare Gesù Cristo. Ma abbastanza da fare la differenza.
Per me sono cose semplicissime. Un bacio a mio figlio appena sveglio. Un abbraccio a mia moglie. Lungo. Stretto il giusto. Non teatrale. Non da film romantico francese dove tutti fumano e nessuno lavora. Di quelli veri. Una telefonata ai miei genitori per sapere se stanno bene. Perché voi la ricordate quella storia per cui sono fissato col fatto che la gente muoia di notte. Mannaggia alla nonna paterna e a tutta quella serie di piccoli traumi familiari che apparentemente sembrano niente e poi ti restano addosso per quarant’anni come l’umidità nei muri portanti. Poi un calcio in culo al Lagotto Romagnolo con l’alopecia. Metaforico. Soltanto metaforico. Perché abito davanti a un condominio pieno di animalari del cazzo che mi denuncerebbero in tempo reale. Quindi il calcio è immaginario. I rosari per la sua dipartita invece sono veri ma mentali. E siccome sono ateo so benissimo che servono soltanto a sfogare la frustrazione. Peraltro dopo cinque minuti sto già accarezzando quella povera bestia e chiedendomi se non sia semplicemente il cane più sfortunato mai assemblato dalla natura. Che è un po’ la mia teoria principale sul suo conto.
Poi passo dai quindici ai trenta minuti coi bonsai. Ma solo dopo aver accompagnato il pupo a scuola. E dopo avergli dato il bacio sulla fronte perché ormai, alla veneranda età di sette anni, non vuole farsi vedere baciato dal padre davanti alla fidanzata. E già questa cosa da sola dovrebbe farvi capire quanto velocemente precipitiamo verso la morte. Perché ieri nasceva e sembrava un pupazzinopiccolomio, oggi ha una vita sociale che prevede una fidanzata e una reputazione da difendere. E dopo il bacio arriva il caffè. Con il mio amico fraterno. Con la A maiuscola. Ogni giorno. Dopo che pure lui ha fatto il padre con sua figlia. Assieme a un altro carissimo amico designer e a un nuovo amico che è il titolare dell’impresa che sta seguendo la ristrutturazione del palazzo di famiglia. Perché certi rapporti nascono pure così. Dalla ripetizione quotidiana degli stessi gesti. Dalle stesse sedie. Dagli stessi caffè. Dalle stesse battute raccontate troppe volte. E da quella nostalgia buona che ti riporta ai tempi in cui sostituivi tuo nonno alla guida dell’impresa edile e ti occupavi di massetti, maestranze, tramezzature, design minimo che tanto erano appartamenti da affittare e soprattutto della prenotazione dello champagne e della focaccia barese il giorno in cui si battezzava il solaio di un nuovo piano. Che detta così sembra una cerimonia religiosa. E forse lo era davvero. Perché costruire una casa è una delle poche magie serie che gli esseri umani abbiano inventato e uno dei pochi momenti in cui il cemento riesce a sembrare una cosa romantica.
E quindi sì. Alla fine basta poco. Molto meno di quanto vi raccontino. Basta capire quali sono le vostre due o tre cose. E proteggerle. Difenderle. Ripeterle. Coltivarle. Come un cane protegge il biscotto che ha appena ricevuto o come un bonsaista protegge una gemma nuova dopo una potatura riuscita bene. Perché alla fine essere felici è una roba molto meno nobile e molto più animale di quanto ci piaccia ammettere. E la buona notizia è che se ci riesce un cane, una scimmia o un Macintosh del 1984, probabilmente potete riuscirci pure voi.
