Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Ci sono amicizie che nascono in modi normali. Una scuola, una birra, un lavoro, una passione condivisa. E poi ci sono amicizie che nascono perchè un uomo adulto si mette a piangere in un bagno per un cane investito vent’anni prima da una Fiat Ritmo guidata da un ubriaco guercio. E se questa frase vi sembra troppo specifica per essere vera sappiate che purtroppo lo è. La storia me la raccontò un mio caro amico, uno di quelli veri, uno che è stato testimone delle mie nozze e io delle sue, quindi praticamente famiglia ma senza il problema dei pranzi comandati e delle zie che ti chiedono quando fai il secondo figlio mentre mastichi una braciola. E lui, all’epoca, raccontava questa vicenda a un altro nostro amico che ancora mio amico non era davvero. Lo conoscevo poco. Dovevo ancora capire bene che razza di essere umano fosse. Dovevo ancora capire che dentro aveva una quantità di sensibilità incompatibile con questo mondo di scimmie urlanti.

Comunque. Questi stavano tornando da una festa di laurea. Una di quelle molto marce. E già qui dovreste intuire il tono della vicenda. Festa di laurea grossa, non nel senso di laurea importante ma proprio piena di gente e alcool. E gente e alcool insieme non fanno rima, anche se ormai era già il periodo delle campagne contro le stragi del sabato sera. Ma i giovani — quelli di allora come quelli di oggi — le campagne della Pubblicità Progresso non le guardavano mica per la droga o per l’alcool. Quelle sull’AIDS invece sì. Perchè c’era ancora quella convinzione terrificante che fosse una punizione divina per invertiti, sodomiti, onanisti e ricchioni e che oltre alla malattia ti comparisse pure una specie di evidenziatore viola intorno alla sagoma così tutti avrebbero saputo immediatamente che eri frocio. Comunque la festa stava in una frazione con desinenza in -ano incongruamente piazzata in provincia di Bari, quando le cose in -ano dovrebbero stare solo nel Salento barocco perchè la Bari ti piscia in bocca e si prende pure la toponomastica altrui. E per giunta questa frazione ricadeva pure in agro e competenze amministrative di Bitonto. Che già come nome sembra una diagnosi neurologica sbagliata. E qui bisogna ricordare che Federico II di Svevia, detto Stupor Mundi, definì i bitontini “gens butuntina boestia nata et asinina”, che tradotto vuol dire più o meno “bitontini, popolo nato bestia e asinino”. E Federico era uno serio, quindi se lo disse una ragione doveva averla.

Quindi c’è questa Fiat Ritmo — non cabrio ma col volante in radica che all’epoca significava lusso sfrenato da sottoproletariato ambizioso — piena di gente ubriaca. E c’è il guidatore che guida con un occhio chiuso perchè vede doppio e sostiene che così compensa. Ora, a Bari “mo” non vuol dire adesso ma è una formula discorsiva che sostituisce il “quindi”. Mo’, dicevo, in lontananza compare pure un cane. Un cane piccolo. Un piccolo cazzo di cane. E il mio amico, quello che poi sarebbe stato testimone alle mie nozze, stava seduto davanti vicino al guidatore. Ovviamente senza cintura perchè quella generazione considerava le cinture roba da vigliacchi o da comunisti. E gli dice: “Oh Joseph, vedi che c’è un cane.” In dialetto chiaramente. Ora attenzione: non si chiamava Giuseppe. Si chiamava proprio Joseph. E non so perchè. Però tengo a precisare che non proveniva da famiglia criminale perchè lì i nomi strani sono un’altra categoria antropologica: Dylan, Swami, Esperanza, Maichino scritto così all’anagrafe. Credo che Joseph fosse semplicemente il risultato di un padre che voleva sentirsi internazionale mentre compilava dei moduli.

Comunque Joseph guida. Con un occhio chiuso e l’altro che vede doppio. E niente. Cioè non proprio niente, perchè il mio amico ripete: “Oh Joseph, il cane.” E dopo un attimo si sente Tu-tum. Poi ancora Tu-tum. La macchina sobbalza leggermente. E allora il mio amico, stavolta seriamente agitato: “OH JOSEPH, IL CANE!” E Joseph, serenissimo: “Sì, l’ho visto il cane.” “Ok, ma non ti ho detto il cane per prenderlo sotto!” E lì partono le risate. Quelle risate ciniche da ragazzi ubriachi che ancora non hanno capito che certe cose poi ti restano addosso tutta la vita.

Tutti ridono. Tranne uno. Quello che poi sarebbe diventato mio amico. Che non ride. Non dice niente. Si gira lentamente, rientra nel suo negozio di strumenti musicali dove noi stavamo cazzeggiando mentre veniva raccontata questa storia e dice soltanto: “Scusate, devo andare in bagno.” Dopo poco lo sentiamo piangere. E io dico: “Oh, quello sta piangendo.” E il mio amico testimone sghignazza pure: “Sì, ogni tanto faccio così, racconto storie brutte sugli animali e quello piange, non so perchè…” Allora io gli tiro un pestone sotto il tavolo e vado in bagno. E lì trovo questo cristone adulto che cerca di ricomporsi davanti al lavandino come se si vergognasse di avere emozioni umane. E gli dico: “Oh ma che hai, tranquillo…” E lui mi risponde: “No no tranquillo, scusa… è che io sono troppo sensibile, faccio questa cosa stupida…”

E io in quel momento mi sono sentito una merda assoluta. Perchè fino a trenta secondi prima stavo ridendo pure io. Ridevo di una specie di gioco crudele che un mio amico faceva con una persona fragile senza nemmeno rendersene conto. Però poi l’ho abbracciato. E gli ho detto: “Guarda che io faccio lo stesso. Solo che io piango per persone che non conosco.” E da quel giorno siamo diventati amici. Molto amici. E col tempo abbiamo pure stabilito una regola: se sappiamo che qualcosa potrebbe farci commuovere troppo, ce la vietiamo. Oppure, se uno dei due ha bisogno di piangere davvero, ci incontriamo apposta. E ci facciamo — giuro su Dio che non esiste — mezz’ora di pianto ciascuno. Tanto, come diciamo sempre, abbiamo un vasto repertorio.

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4 risposte

  1. Avatar Vittorio Tatti

    Sarò estremamente sincero, perché considero un dovere civico biasimare chi si comporta da idiota (e chi si ubriaca è idiota, che sia per tara genetica o condizionamento ambientale poco importa): pur di salvare il cane avrei indirizzato la vostra auto contro un muro bello spesso in cemento armato.
    Non ne sareste usciti necessariamente incolumi, va detto.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Io non c’ero, nella macchina, eh…

  2. Avatar La Manu

    Che queste cose umide e fradice rendono bellissimi qui posti che finiscono in Azzo o Ene o Embro

  3. Avatar Antonio Gaggera

    La braciola masticata aveva risvegliato la nostalgia per sapori dimenticati (per quanto quella barese sia molto diversa dalla siciliana delle mie nonne).
    Il resto mi ha commosso, ma infonde speranza in un mondo migliore.

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