Che lavoro vorresti fare solo per un giorno?
Ci sono domande che sembrano leggere, quasi un gioco, e invece sono trappole fatte bene, perché ti obbligano a scegliere una cosa sola quando sai perfettamente che una cosa sola non esiste. Tipo: che lavoro vorresti fare solo per un giorno. E già qui capisci che c’è qualcosa che non torna, perché se è “solo per un giorno” allora dev’essere per forza un lavoro bellissimo, una concessione, una specie di premio. E quindi un lavoro per cui non sei portato, non sei qualificato, magari non hai nemmeno il fisico adatto, ma che proprio perché dura un giorno ti puoi permettere. Il problema è che poi l’essere umano non funziona così: difficilmente si accontenta. Fai una cosa bella un giorno e il giorno dopo la vuoi rifare. E quindi come al solito non è che rifiuto il prompt, ma mi trovo a fare quello che faccio sempre: sabotarlo.
Io nella vita ho desiderato un sacco di lavori strani, molti dei quali ho capito abbastanza presto che non erano per me. Non per mancanza di voglia, ma per mancanza di strumenti: formazione, attitudine, a volte proprio caratteristiche fisiche. Perché il lavoro è sempre quella roba lì, un incastro tra quello che sai e quello che il tuo corpo riesce a sostenere. Anche fare lo scrittore, che sembra una cosa eterea, è fisico. Dieci ore seduto, più il resto della giornata a fare l’essere umano. E poi arriva il conto: metabolismo, schiena, cervicale, ginocchia, tendini delle mani. Non è poesia, è fisiologia.
Prendete me. Per scrivere “Bari cal.9” ci ho messo un anno e mezzo di studio intensivo, totale, su carte, sentenze, appunti accumulati in dieci anni di osservazione della cosiddetta Camorra Barese. Poi quattro mesi di scrittura e revisione. Due anni in cui ogni singolo giorno — Natale, matrimoni, tutto — almeno tre ore erano dedicate a quello. E nei giorni prima e dopo recuperavo, come i giapponesi, portando le ore a otto, minimo. Fatelo per due anni, poi ne parliamo. E capite subito che il lavoro è sempre una combinazione di testa e corpo. Pure il calciatore: non è solo fisico, è lettura del gioco, schemi, mentalità di squadra, comprensione della filosofia del mister. Un casino. Ma non è il mio: nemmeno per un giorno mi vedo in mutande a rincorrere una palla con altre ventuno persone, cercando pure di non travolgere l’arbitro e magari chiedendo, come Florin Răducioiu al suo esordio a Bari, da che parte si segna. Che si scrive goal, tra l’altro, non gol.
Detto questo, tre lavori ci sono. Tre lavori che vorrei fare per un giorno solo, sapendo benissimo che quel giorno poi diventerebbe una dipendenza.
Il primo è il fotografo professionista. Ma completo. Quello che fa gli scatti glamour ultraposati, con un lavoro dietro che dura dieci volte il tempo di quel click che poi sembra un attimo. E allo stesso tempo quello che gira per strada, fa reportage, street life, si perde nelle storie. Capite che già qui un giorno non basta. Perché fai il set più assurdo, più perfetto, fai soldi, copri le spese, e poi vai in giro a scattare quello che ti piace davvero. E quelle foto non le vendi nemmeno: le metti in mostre comunistissime dove arrivano appassionati tirchissimi che non comprano nemmeno la cartolina, tornano a casa, scaricano l’immagine, se la stampano su forex e se la appendono in salotto distruggendo ogni tua aspettativa di reddito. Fa niente. Per quello esiste il glamour: per pagarti la libertà e pure le piraterie comuniste.
Il secondo è il capo della Polizia. Anche solo il Questore, cioè il capo della Polizia in una provincia. Perché quella è la mia formazione, il mio campo. E ogni tanto ci penso: sono passati sedici anni da quel concorso in cui due Questori mi dissero che dovevo presentarmi, che era la mia strada. Oggi magari sarei vice questore, con la possibilità concreta di arrivare a quella stanza. A Bari, poi, sarebbe stata una gran cosa. Ma i rimorsi non servono. Servono a niente.
Il terzo è il pugile professionista. Ma non uno qualsiasi. Quello che perde l’incontro della vita. Lo perde, sì, ma lo perde da uomo, con una dignità che è vittoria. Quello che anche quando è a terra si rialza. Come diceva mio nonno di me: “si prende per capelli per alzarsi da terra e buttarsi dall’altra parte dell’ostacolo”. Io vorrei essere quello. Tipo Rocky Balboa in “Rocky”, il primo, quando lui e Apollo Creed sono distrutti, gonfi, finiti, e Apollo lo butta giù e Mickey gli urla di restare a terra e invece lui si alza, con quella musica che ti entra dentro e ti spacca, e Adriana abbassa lo sguardo perché sa che è fatto così, e Apollo lo guarda come a dire “ma perché non resti giù, ci ammazziamo”, e lui apre la guardia e fa cenno: vieni. Io non vado giù.
E mentre lo scrivo, se dovessi leggerlo ad alta voce, avrei la voce rotta.
E sì, lo dico senza fare il furbo: credo che quello sarebbe il giorno più vero e più bello della mia vita.
