Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Poi però non venite a dirmi che non vi avevo avvisato, perché qui non si gioca con la seduzione da cartolina o con l’erotismo educato da cineforum parrocchiale, pur non essendo un porno da sesso e carnazza (cit.):

qui si entra in un territorio in cui la sensualità voleva essere un dispositivo critico, una lama, un bisturi infilato a cazzo nella carne molle della borghesia. Voleva essere, ma ci arriviamo.

E allora Maddalena, questa donna che ha tutto — casa, soldi, tempo, relazioni, quella sicurezza che ti permette di annoiarti senza conseguenze immediate — diventa il laboratorio perfetto di una malattia che non ha nome ma che riconosci subito.
La noia, sì, ma detta così sembra una roba da pomeriggio domenicale.

Qui è qualcosa di più viscoso, più insistente, più cattivo: è l’impossibilità di sentire, di aderire al mondo, di trovare una temperatura emotiva stabile.
E quando non senti, devi provocarti.
Devi forzare.
Devi costruire situazioni che rompano la superficie liscia della tua esistenza.

Come da nome di certi siti zozzissimi: “La Zoccola Borghese!”
E quanto odio sociale ci sta in quella parola, borghesia. Che mischiata al sesso, negli anni ’70, sembrava roba da casa del fascio senza Terragni. E invece era roba di tutti, soprattutto dei democristiani borghesi che lì dentro, non si capisce perchè, ci vedevano sempre la moglie del collega.

E allora eccolo il gesto: invitare un prete a Capodanno, dentro una casa che è già di per sé un teatro, circondata da gente che della trasgressione ha fatto un passatempo maleducato, un’abitudine, quasi una forma di galateo alternativo.

“Signora Maddalena?” – “No vi prego lasciatemi stare!” (vi ricorda niente? guardate qui)

E lì succede tutto e non succede niente, perché Maddalena è uno di quei film che non ti dà eventi ma ti costringe a stare dentro una tensione.
Ecco, ora scopano! No, niente.
Il sacro che entra nel salotto buono della depravazione purtroppo solo in apparenza non controllata, il profano che non riesce nemmeno più a scandalizzare davvero perchè non esce mai davvero fuori tipo conato o rigurgito di sperma.

E in mezzo lei, che muove i fili ma allo stesso tempo sembra la prima a restarne impigliata.
E qui bisogna dirlo subito, senza girarci intorno: se questo film regge, se questo film respira, se questo film anche quando sembra sfilacciarsi continua a produrre senso, è perché al centro c’è Lisa Gastoni.
E sulla Gastoni bisogna fermarsi, perché: non è un discorso su un ruolo, è un discorso su un corpo, su un’immagine, su una carriera che è un catalogo coerente, quasi ossessivo, di variazioni su un tema.
Perché Lisa Gastoni non “interpreta” semplicemente la zoccola borghese pure molto sensuale.
La costruisce, la abita, la smonta e la rimonta film dopo film.

E qui l’elenco non è un vezzo da cinefili, è la prova del delitto. La donna del lago, Grazie zia, L’amica, e poi Maddalena.
Non sono titoli messi lì per fare curriculum: sono tappe di un percorso in cui la sensualità diventa linguaggio e lo stereotipo della borghese bagasciona — quello che tutti pensano ma nessuno ammette — viene preso, esibito e poi corrotto dall’interno.
Perché il punto non è che sia “bella”, che lo è, e nemmeno che sia “sensuale”, che è quasi una parola troppo povera per quello che fa.
Il punto è come quella sensualità si relaziona al mondo. Non seduce per rassicurare, seduce per mettere a disagio.
Non è una promessa, è una minaccia.
Si tratta di quella cosa che, se la porti a casa, ti scompagina l’ordine, ti sporca le pareti, ti obbliga a fare i conti con quello che non vuoi vedere. E stai chiuso al cesso le ore ma senza “Le Ore”.
La donna borghese, zoccola, nella sua versione, non è più il perno della stabilità sociale: è la crepa.
E allora Maddalena diventa il punto in cui tutto questo arriva a saturazione. Non c’è più distanza tra attrice e personaggio, tra immagine pubblica e funzione simbolica.
Gastoni non gioca più con lo stereotipo: lo incarna fino a consumarlo.
Ogni gesto, ogni sguardo, ogni esitazione è insieme controllo e cedimento, dominio e implosione. Una presenza che tiene insieme il film anche quando il film sembra non sapere bene dove andare.

E qui veniamo all’altra faccia della medaglia, quella che va sottolineato con una certa amarezza: il rapporto con Jerzy Kawalerowicz.
Perché Maddalena è anche un film che porta addosso le tracce di un disamore, o quantomeno di una distanza.
Non è difficile percepire che Kawalerowicz non lo abbraccia fino in fondo, che lo osserva più che abitarlo, che lascia che alcune linee si disperdano invece di stringerle.
O forse non ci crede.
O forse imaginandoselo si è ucciso di seghe come ti capita di fare quando pazzeggi sui siti di escort e “Biondoddio con quella, quasi quasi ora vado e le faccio…” e poi vieni prima di aver telefonato e non telefoni più. E quindi ha perso la voglia. E questa cosa si sente.
Si sente nella struttura che tende a sfilacciarsi, nella difficoltà a trasformare la tensione in vera progressione, nel fatto che certe intuizioni potentissime restano sospese, non completamente sviluppate.
Come se il film avesse tutti gli elementi per essere qualcosa di definitivo e invece si fermasse un passo prima, trattenuto, irrisolto.
Tipo, senza nemmeno un cazzo di pompino. O una divagazione sul secondo canale che viene sempre alluso ma mai abitato.
E il destino dell’opera ne risente.

Perché quando un regista non difende fino in fondo il proprio film, il film resta esposto. Non trova una collocazione stabile, non entra davvero nel canone, non viene rivendicato con forza.
Diventa un oggetto strano, laterale, qualcosa che ogni tanto riemerge perché qualcuno — giustamente — si accorge che lì dentro c’era qualcosa di importante, ma che non ha mai avuto la spinta necessaria per imporsi.
Qualcuno tipo Nocturno, ecco, Nocturno Cinema che se foste cinefili come me conoscereste. Nocturno, la rivista del cinema solo immotivatamente chiamato B Movie.

E allora Maddalena resta così: un film potente e incompiuto, affascinante e frustrante, lucidissimo nei suoi nuclei tematici e incerto nella loro organizzazione.
Un film che vive nelle sue tensioni più che nelle sue soluzioni.

E forse è proprio per questo che continua a interessare, perché non si chiude, non si sistema, non si lascia archiviare con una formula.

Alla fine della fiera, se proprio dobbiamo dirla tutta, Maddalena è una di quelle esperienze che non porti a casa con te come “bel film”. La porti come fastidio, come domanda, come immagine che ogni tanto ritorna.

E al centro di tutto resta lei, la Gastoni, con quel suo modo di stare al mondo e al cinema che ti fa pensare che sì, forse esiste davvero una forma di sensualità che non consola ma smaschera.
E quando succede, Biondoddio, non è più intrattenimento.
Diventa un problema.
E pure bello grosso.
Come quello che ti resta irrisolto nel fondo dei calzoni.
Ma davanti.

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2 risposte

  1. Avatar Topper Harley

    Devo andare a cercarla, Maddalena o Lisa Gastoni che sia. Non ne avevo mai sentito parlare. Arrivo al massimo a Gloria Guida andando indietro nel tempo. Ma, sono su livelli diversi, a quanto scrivi.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Completamente diversi, sì.

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