Io nella vita avevo una certezza molto chiara.
Non userò mai una poltrona elettrica da vecchi.
Quelle che premi il telecomando e fanno
nnnnnnnnnnnnn
e ti sparano in piedi come un dilatatore anale industriale.
Quelle che nei cataloghi sono sempre fotografate con sopra un uomo di novant’anni che guarda nel vuoto pensando:
“sì, èÈ così che finisce.”
Io ero tranquillo.
Avevo arredato casa bassa. Bassissima.
Non basso Ikea.
Basso Settenano.
Basso da casa da appassionato di design giapponese.
Divani rasoterra.
Tavolini che sembrano messi lì da uno che odia le tibie che a Bari si chiamano gambarelli.
E soprattutto il letto Bonaldo altezza futon.
Bellissimo. Dormirci è zen.
Rialzarsi è la tartaruga di 96 anni girata sul guscio.
Se mi alzo troppo veloce il perdo il ginocchio.
Casa minimal. Zen.
Poi mia moglie rimane incinta.
E improvvisamente la casa zen diventa un percorso di guerra.
Perché quando sei incinta e devi alzarti da un divano alto diciotto centimetri…
non mediti.
Bestemmi.
E lei bestemmiava, Biododdio, se bestemmiava. Ovviamente tutti i miei morti.
Non i suoi. I miei.
Una cosa molto precisa.
“PORCA MADONNA E TUTTI I MORTI TUOI.”
Che è una bestemmia molto mirata. Genealogica.
E mentre cercava di rialzarsi mi faceva richieste molto poco zen.
Tipo:
— Risolvi il problema dei mobili altezza Settenano.
— Io non parto per partorire da un tavolino da tè giapponese.
A quel punto entra in scena la poltrona di mia nonna.
Dismessa. Una poltrona elettrica di quelle che ti rimettono in piedi.
Sembra progettata da un ingegnere della FIAT nel 1987 dopo una lite con il design. Lo stesso che disegnò la Duna.
Colore: arancione inquietante.
E sull’arancione apro una parentesi.
Perché negli ospedali psichiatrici l’arancione era vietato. Pare aumenti aggressività e creatività immotivata. E giustamente ai pazzi certi lussi non li devi lasciare. Immagina un matto aggressivo e creativo.
Diventa un pubblicitario.
Diventa quello che suggerì il cognome Bocchino all’araldo di Napoli.
Comunque.
Questa poltrona entra nel mio salotto minimal.
Era come mettere un juke-box in un tempio zen.
Io la ignoravo.
Finché arrivano le pubblicità di Mengacci.
Ora, capiamoci.
Mengacci ha proprio la faccia di un saliromane.
I saliromani sono quelli che si eccitano coi fluidi corporei come “sudore, saliva, squirt e più probabilmente ancora urina e dunque si aggirano nei pressi degli orinatoi pubblici con le spugne per le mani (cit. Puccini, Psicodiagnostica).
E fanno…quello che tutti avete già capito.
E lui nella pubblicità fa così.
BATTE LE MANI.
La poltrona fa
nnnnnnnnnnnn
E lui sale.
Scende.
Sale.
Scende.
Con uno sguardo sadico.
E tu lo guardi e pensi:
“Ah. Ecco perché esiste Rudi Zerbi! Traumi da paternità negletta, of course”
Poi arriva il misfatto.
Le pubblicità cambiano.
E compaiono i miei due sogni erotici storici tombali totali.
Corinne Clery.
Serena Grandi.
Ho fatto all’amore molteplici volte con loro – nei miei sogni.
Entrambe più che sessantenni, ormai.
Io sono democratico.
Peccato che nella pubblicità siano vestite così:
Plaid a quadroni sulle ginocchia.
Occhiali da presbite.
Vestaglia di pile fasciante.
Seno sorretto dalla cintura, in vita.
E le calze.
Non autoreggenti.
Calze elastiche contenitive.
Color carne.
Tragiche.
Quelle calze che quando le vedi capisci che l’eros è stato archiviato in tribunale.
Ai piedi…ciabatte coprenti con rialzo ortopedico.
E sono lì.
Sulla poltrona.
Con la coperta sulle ginocchia.
E le tettazze — come dice mio figlio — lo ripetiamo, ormai all’ombelico.
La E non va accentata. Grazie.
La E di ombelico sì, invece.
E loro dicono:
“Che comodità…”
E io penso, non so perchè: Non posso morire senza provarla almeno una volta.
Quindi una sera mi siedo.
Prendo il telecomando.
Premo.
La poltrona fa
nnnnnnnnnnnn
E mi alza.
E in quel momento capisco una cosa.
Non è una poltrona. Ma una droga lombare.
Perché ti sdrai.
Ti reclini.
Diventi un letto umano telecomandato.
E succede la cosa peggiore.
Mi piace. Mi piace tantissimo.
E ha avuto un effetto collaterale devastante.
La ludopatia.
Perché quella poltrona è perfetta per guardare la televisione di merda del pomeriggio. Quindi io adesso passo i pomeriggi lì.
Col plaid.
A scommettere sulle coppie di Uomini e Donne.
Tipo:
— questi durano tre settimane
— questi arrivano a Natale
— questo qui scappa con la parrucchiera della redazione
– Gemma oggi non piange.
E indovino sempre. Sempre. Il profiling sui serial killer serve a qualcosa, no?
Se continuo così tra un anno mi compro la seconda poltrona.
Così posso seguire due troni contemporaneamente.
E se la ludopatia peggiora…
passo direttamente al terzo trono.
Quello dove sei tu il vecchio sulla poltrona arancione del catalogo
che guarda nel vuoto e pensa:
“Va beh, èÈ così che finisce.”
Nota per archivio – pezzo scartato
Scartato perché il pubblico potrebbe ridere troppo presto alla parola “dilatatore anale”, impedendo una corretta costruzione drammaturgica della progressiva umiliazione domestica.
Michele Calò, 38 anni, Cavallino (LE)
Scrive monologhi comici da anni senza averne mai portato uno su un palco. Lavora come impiegato amministrativo in una cooperativa di servizi educativi, dove è considerato affidabile e silenzioso. Di notte annota pezzi su quaderni a righe, quasi sempre preceduti dalla frase: “Questo non funzionerebbe dal vivo”.
Ha studiato Scienze della Comunicazione a Lecce, convinto che capire l’ironia lo avrebbe protetto dal fallimento. Segue open mic solo in video, fermandosi sempre prima dell’ingresso del comico. Dice di non temere il pubblico, ma il silenzio prima della prima risata. A Cavallino lo trovano divertente quando non ci prova. Lui conserva una cartella chiamata pezzi scartati e continua a scrivere, senza mai esporsi davvero.
