Descrivi un cambiamento positivo che hai apportato nella tua vita.
È successo che sono mortificato.
Io i post li programmo sempre porcAugusta! Maniacalmente li programmo, i post. Tipo per quelli pomeridiani anche due mesi di anticipo ho – per quelli mattutini il vantaggio è settimanale.
Però sto ‘faccia di coglione che sei!’ di WP mi ha mostrato un altro titolo di post, bastardo!
E quindi io non sono preparato a rispondere e mi giustifico inventando la morte di un gatto di famiglia – che non esiste quindi non fa male a nessuno – ma sono comunque mortificato e per mostrare che sono bravo e mi applico ma sono solo sventurato vi posto comunque il post scritto per oggi se fosse stato l’altro il prompt.
Ci sono domande che sembrano semplici e invece sono solo formulate male.
Ma male proprio, a cazzo, direi.
Anzi a cazzo a manico di ombrello: le leggi e già le senti là, proprio là.
Tipo: qual è la tua giornata perfetta.
Io credo di aver già risposto, in altri modi, che non esistono giornate perfette.
Non possono esistere. La perfezione è roba da teologi, da chi ha bisogno di un’entità superiore per dare ordine al caos. Io sono ateo. E quindi, con una certa serenità, Dio non esiste e non esiste nemmeno la giornata perfetta. Da che mi insegnate, voi credenti fortunati e illusi e per questo fortunati perchè mai soli davanti alla grande domanda che succede se muoio – voi mi insegnate la perfezione è di Dio. E siccome io credo che se muori semplicemente si spegne tutto e OFF, la perfezione non esiste come Dio non esiste. E siamo soli.
Posto questo, che è il mio presupposto metafisico minimo, il problema vero sta altrove.
Sta nello scorrere della giornata.
Nella quantità di inciampi che riesce a infilarti dentro anche quando parti bene, anche quando hai fatto tutto giusto. I cazzinculo dal banale al gravissimo stanno sempre dietro l’angolo. E un giorno vi farò la scala dei cazzinculogravissimi che è una scala identica alla scala delle cacate che uno fa sul cesso, solo che il movimento è controsenso, ma là stiamo.
Cioè, non proprio: è tutto ribaltato a specchio.
Comunque.
Il casino sta nello scorrere della giornata sempre funestata da qualche cazzinculo.
Non per regola di Murphy ma pr clausola contrattuale vessatoria di ogni giornata con te che ne sei l’esclusivo proprietario.
Perché io sulla procrastinazione ci ho lavorato.
Tanto. Non è stata una passeggiata, è stata una guerra vera, di quelle in cui a un certo punto pensi pure che potresti lasciarci le penne.
E quindi quando finalmente tieni una linea, quando hai un ritmo, quando hai un equilibrio anche fragile, basta un contrattempo e salta tutto.
Un cazzo qualsiasi. Un cazzinculo.
Un problema in cantiere.
Una spesa alimentare non prevista nella spesa settimanale che non avevi previsto.
Una telefonata che arriva quando avevi calibrato tutto per evitarle, svegliandoti pure prima per fregare i call center dell’energia elettrica e le loro offerte di merda.
E invece niente, arriva qualcosa e ti scompagina tutto.
Il tuo ordine. Il tuo schema.
Il tuo cazzo di pomodoro: cinquanta minuti lavori, dieci minuti di decompressione, chiamiamola così, che può essere una deriva mentale, una fantasia inutile, una zozzeria qualsiasi o una brillante intuizione criminale per un romanzo.
Una sega, diciamolo, ma non è sempre detto che ci scorri, dopo.
Sborri non scorri.
E invece no.
Salta.
E allora cominci a rincorrere.
Recupero i dieci minuti dopo.
Anzi no, lavoro ancora.
Anzi no, accumulo. Anzi no, ho perso il filo.
E mentre cerchi di rimettere insieme i pezzi, la serenità è già andata. E senza serenità, il sistema non regge. E quindi ti trovi a lavorare mentre dovresti fermarti, a fermarti mentre dovresti lavorare, a fare i conti con minuti che non esistono più.
E intanto ti chiamano per pranzo.
E intanto c’è il karate di qualcuno, tuo, di tuo figlio, comunque c’è un karate e devi staccare.
E avevi accumulato pure mezz’ora di pausa che non userai mai, perché ormai la giornata è andata.
Me la chiami perfetta, una giornata così.
Qualcuno dirà: ma poi stacchi.
Certo che stacco. Stacco dal lavoro, dalla tastiera, da quella cazzo di scrivania che tocco più di mia moglie. Ma il punto non è staccare.
Il punto è come vivi il tempo mentre lo attraversi.
Io sono uno che ha sempre contato in avanti.
A settembre iniziava la scuola e per me era già finita.
Due giorni a novembre, poi l’Immacolata, Natale, fine quadrimestre, Carnevale, Pasqua, il venticinque aprile, il primo maggio, tanto in Italia si vota sempre, ed eri già a giugno.
Io a settembre avevo già chiuso l’anno.
E quindi capisci il problema.
Se vivi così, anche la giornata non esiste mai davvero. Arriva la sera ed è già domani. Arriva domani ed è già dopo. Non c’è spazio per una perfezione che dovrebbe stare ferma, completa, chiusa in sé stessa.
Io scrivo a Natale.
Scrivo a Pasquetta, tipo oggi.
Scrivo a Pasqua e lo sapete da ieri, dal post di Karate.
Scrivo sempre.
Come Javier Zanetti che si allenò pure il giorno del matrimonio e infatti tornava dagli infortuni prima degli altri.
Non è disciplina, è struttura mentale.
È come sei fatto.
Le giornate perfette, davvero, le lascio a voi.
Al vostro bisogno di crederci.
Alla vostra capacità di raccontarvele.
Che non è nemmeno una cosa brutta, anzi.
Fa anche una certa tenerezza.
